Fratelli coltelliL’avvicinarsi delle regionali, la sondaggite dei partiti e i primi scricchiolii della maggioranza

Con i governi di Lazio e Lombardia in gioco, le forze di governo iniziano a farsi prendere dalla frenesia, a screditarsi e accusarsi a vicenda per non perdere la faccia con gli elettori

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La “sondaggite” (scusate il brutto termine ma non me ne viene in mente uno migliore) è la dipendenza tossica dei politici di lungo corso ma di corto respiro che affollano il proscenio italico. Quando poi si avvicina a lunghe falcate una scadenza elettorale, la dipendenza diventa ancora più nevrotica, come sta accadendo in questi giorni con il tic tac delle regionali.

Il paradosso è che la vera preoccupazione dei partiti di centrodestra non è di uscire sconfitti per mano degli avversari, che bellamente belligerano tra loro sull’orlo di altri sondaggi deludenti. Il paradosso vero è tutto dentro il perimetro della maggioranza. Con quanti voti usciranno Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia dalla prova elettorale tra poco più di un mese?

Giorgia Meloni vuole fare l’asso pigliatutto, avere il controllo non solo del consiglio regionale del Lazio, cosa abbastanza scontata, ma anche della ricca Lombardia, dove Silvio Berlusconi e Matteo Salvini avevano le loro casematte. Con tutto ciò che ne consegue in termini di potere ramificato nelle viscere del Paese in tutti i settori. Anche in quello munifico del turismo, che è il pallino di Francesco Lollobrigida, il cognato-braccio destro della premier che piazza assessori in ogni dove.

Proviamo a leggere la vicenda delle accise alla luce della “sondaggite”. Spiega l’uscita di Salvini quando “scopre” – come Alice nel paese delle meraviglie – che nei distributori il prezzo al litro è di 1,8 euro, 1,9 euro, due euro: grosso modo il corrispettivo delle accise reintrodotte dal Consiglio dei ministri dove il capo della Lega siede e vota. Tranne poi uscire in strada a fare campagna elettorale, evocare speculazioni, mandare in giro auto della Guardia di finanza. Per poi scoprire che i suoi elettori benzinai (quando sparano per difendersi dai ladri li va a trovare a casa) non ci stanno a essere criminalizzati e si incazzano, minacciano serrate, adesso congelate.

Sono stati ricevuti a Palazzo Chigi dal ministro Giancarlo Giorgetti e la premier passa al volo nella sala della riunione per fare mea culpa. Ci sarebbe stato un «cortocircuito mediatico», come dice il sottosegretario Luca Fazzolari. Adesso tutto si sistema, è la promessa ai consumatori-elettori: le accise verranno abbassate o tolte con l’extra gettito Iva dovuto al rincaro di benzina e gasolio.

La chiamano l’«accisa mobile». Un bel gioco di parole, la tipica fantasia italica che serve a giustificare gli errori comunicativi che l’opposizione chiama «le bugie» di Giorgia: non è vero che nell’ultima campagna elettorale non aveva promesso di abolire le tasse sui carburanti.

E qui torniamo al punto. La leader di Fratelli d’Italia, colta in castagna a pagina 26 del programma del centrodestra, è preoccupata della reazione degli elettori. Non è che tema sfaceli e crolli verticali di consenso, ma ha capito che quello del caro benzina potrebbe essere il primo vero incidente politico, il primo frontale con un pezzo del suo elettorato, dai benzinai agli autotrasportatori ai tassisti. E anche con tanta gente comune, non quelli che vanno in giro con auto di grossa cilindrata. A loro delle accise «non gliene può frega’ de meno», per dirla come alla Garbatella.

Meloni ha pure visto che su questo terreno si sono ringalluzziti non solo tutti i fratelli coltelli dell’opposizione, ma anche i suoi della maggioranza. Anche Silvio Berlusconi e quelli di Forza Italia che sono stati massacrati nella composizione del governo, come Licia Ronzulli e Giorgio Mulè. Quelli che non vedono di buon occhio le liaisons dangereuses tra Meloni e Antonio Tajani. Lo stesso vale per Salvini, al quale sfugge di mano Giancarlo Giorgetti. Premier e ministro dell’Economia spesso decidono in autonomia e poi comunicano agli altri, nomine comprese, che negli arcani imperi è il massimo del potere.

Allora tutto si intreccia e si ingarbuglia in retromarce comunicative, piroette, decreti che cambiano dalla sera alla mattina, come quello sulla trasparenza dei prezzi, varato appena martedì scorso. Adesso, appunto, viene previsto di destinare al taglio delle accise il maggiore introito dell’Iva.

La premier va sui social con i suoi appunti del quaderno e rilascia interviste nei telegiornali più popolari per spiegare e rispiegare che i soldi sono stati spesi per abbassare il caro energia, il costo del lavoro, per la flat tax, per le pensioni, facendo contenti Lega e Fratelli d’Italia.

Eppure gli alleati non sono mai contenti e ne approfittano per scaricare sui distruttori il rincaro dei carburanti. E soprattutto per scaricare la colpa su Palazzo Chigi. Sempre con l’occhio ai sondaggi, che vedono Fratelli d’Italia crescere ancora oltre il trenta per cento. Se questa crescita dovesse riflettersi sulle regionali, come probabilmente accadrà, Salvini e Berlusconi si troveranno ancora di più schiacciati sotto il tacco dodici dell’amica Giorgia.

Altro che «corto circuito mediatico» di cui parla Fazzolari. Corto circuito che Meloni vuole evitare anche con i suoi parlamentari, che parlano a briglia sciolta. I capigruppo di Fratelli d’Italia hanno dato indicazione a deputati e senatori di «centrare» le loro uscite pubbliche con le posizioni del governo: dovranno essere filtrate dall’ufficio stampa dei gruppi per evitare fughe in avanti. Lunedì prossimo la leader ha convocato a rapporto il vertice del suo partito. Ci sarà una stretta dei ranghi a tutti i livelli, un colpo di accelerazione pure della campagna elettorale per le regionali.

Il diktat dei capigruppo ai parlamentari ricorda i primi tempi dei Cinquestelle che non potevano neanche andare in televisione. La stessa regola della centralizzazione delle interviste e delle dichiarazioni, per la verità, vale da sempre per i leghisti. In campagna elettorale la regola si fa ancora più rigida.

Tacete, fate parlare solo Giorgia, che dovrebbe dire che i serpenti ce li ha in casa, nella maggioranza, che scaricano su di lei la responsabilità di essere rimasta senza risorse per i cadeau elettorali chiesti dagli alleati. Il corto cortocircuito c’è sicuramente, ma è politico se il sulfureo Mulè arriva a confessare al Foglio che Meloni è affetta da «logorrea» e «ansia da prestazione». Per l’ex sottosegretario alla Difesa, l’enfasi comunicativa di Meloni porta alla tachilalia, ovvero a un ritmo eccessivo dell’eloquio che rende difficile comprendere le parole.

È vero, non c’è un’alternativa a questo governo e a questa maggioranza, ma la fine dei governi e delle maggioranze comincia sempre così: con piccoli smottamenti, singoli incidenti, competizioni stizzite nelle tornate elettorali intermedie. La valanga è l’ultima a sentirsi a valle, magari dopo anni. Pochi o molti dipende da loro. Ma ora gli spari sopra sono per loro.

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