Favino è FavinoLol, Pechino Express e la mediocrità della tv fatta per chi non guarda la tv

Ci facciamo andar bene programmi le cui scene sono tagliate con l’accetta, perché da tempo siamo abituati a guardare cinquanta instagrammabili secondi di televisione per volta. Cosa vogliamo mai notare la recitazione da telenovela sudamericana dei presunti reality, se siamo abituati a quelli che fanno le smorfie sui social?

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Da quando ho l’incubo d’aver smesso di capire il mondo, passo un sacco di tempo a vagliare i fenomeni popolari che non conosco, a cercare di smontarli per capire il trucco, a non avere tempo per leggere e vedere le cose che mi piacciono perché quel tempo lo investo in cose non fatte per parlare a me. A cercare di capire se il mondo è oggettivamente peggiorato o se ho ormai l’età in cui rimpiangi la via Gluck. A cercare di capire perché piace ciò che piace, pure se non piace a me.

Lo faccio da molti anni, solo che prima ci arrivavo: smontavo “Uomini e donne” e mi era chiaro perché funzionasse presso quel segmento di pubblico, smontavo Moccia e mi pareva ovvio a chi piacesse (ovvio col senno di poi, che è l’unica ovvietà che ci possiamo permettere, come sanno tutti gli editori che rifiutarono “Harry Potter” perché incapaci di distinguerlo da mille altre storie di maghi che ricevono ogni anno).

Adesso non capisco più niente, adesso più niente ha un senso (perché esiste il “Grande Fratello” in un’epoca nella quale posso vivere perpetuamente in pubblico con la sola telecamera del telefono e incassare io i soldi degli sponsor e decidere io gli stacchi di regia? Perché dovrei scegliere di guardare il “Grande Fratello” e non gente dentro al mio telefono che s’inventa sigle cosmopolite – GRWM, Get Ready With Me – per il proprio truccarsi e vestirsi a telecamera accesa?), eppure continuo a smontare come una bambina cocciuta coi Lego che non s’incastrano.

Lo faccio in modo diverso dai miei conoscenti, che hanno quasi tutti figli, e quindi i prodotti non pensati per loro li consumano per contiguità (il genitore moderno non lascia il puccettone solo davanti allo schermo) e mai si fermano a interrogarsi sul perché abbiano successo certe schifezze: il genitore moderno è impegnato a convincere sé stesso che il puccettone sia intelligente, e se quella roba gli piace è certamente ben fatta.

Giovedì sera, mentre bestemmiavo di fronte a quanto erano fatti male “Lol” e “Pechino Express”, che avevo deciso di assumere in una serata sola come le medicine cattive che da piccoli ci mettevano nello stesso cucchiaio, un mio coetaneo mi ha detto: «Non devi guardarla: è roba per adolescenti tiktoker, non per anziani rancorosi».

Ho pensato a Nanni Moretti. Ho pensato che io alla loro età avevo “Quelli della notte” e “Drive in”, e adesso sono splendidamente rancorosa. Ho pensato che la tv di chi non guarda la tv non può che essere un po’ sbagliata (non: orrenda; orrenda, quando si tratta di tv, è una forza, mica un difetto). Ho pensato che non è colpa dei giovani imbecilli, se sono giovani imbecilli: è colpa dello spezzettamento.

Cosa vuoi mai accorgerti dei tagli fatti con l’accetta, se sei abituato a vedere cinquanta instagrammabili secondi di tv per volta. Cosa vuoi mai notare la recitazione da telenovela sudamericana dei presunti reality, se sei abituata a quelli che fanno le smorfie su TikTok. Cosa vuoi mai capire che Nino Frassica non fa lo stesso mestiere di Cristiano Caccamo (chiunque costui sia) se sei abituato a valutare il mondo in conteggio di follower. Cosa vuoi mai sapere la tv, se della tv vedi tre minuti per volta su YouTube.

A non guardare la tv poi non assorbi i codici della tv, non ti fai gli anticorpi della tv. A non guardare mai la tv, poi “Pechino Express” rischia di sembrarti tv di qualità, invece che una versione molto più noiosa di «O tutti e quattro o niente» (a novembre «O tutti e quattro o niente» fa vent’anni, e non so se mi faccia più impressione che siano già vent’anni da quando Walter Nudo vinse “L’isola dei famosi” a botte di vittimismo – la Diana Spencer che un paese senza star system poteva permettersi – o che ci siano spettatori che non erano nati ai tempi di «a Natale tutti insieme», e che se oggi gliene parli ti guardano senza capire, come avremmo fatto noialtri se i nostri genitori ci avessero parlato del Tuca Tuca).

Poi ho mollato il vetrino su cui osservavo l’orrore, e mi sono messa a guardare Pierfrancesco Favino da Alessandro Cattelan. Favino non devo spiegarvi chi è: miglior tutto (miglior tutto italiano, ma pure competitivo a livello internazionale). Miglior ospite, miglior intervistato, miglior cazzaro, miglior commentatore degli slittamenti culturali. Cattelan pure non serve che ve lo spieghi: uno che è stato convinto dall’epoca dello spezzettamento che il modello giusto fosse Jimmy Fallon, non Pippo Baudo. Ha ragione lui? E io che ne so: ve l’ho detto che non capisco più il mondo.

Quando è morto Maurizio Costanzo, Mediaset ha rimandato in onda una serata che lui ed Enrico Mentana avevano condotto nel febbraio del 1999, con Alberto Sordi, Monica Vitti, e soprattutto con Vittorio Gassman. (Una volta Malcom Pagani chiese a Paolo Villaggio della sua amicizia con Gassman. Villaggio rispose tre parole che sono le uniche tre parole sensate da dire su quel tizio lì: «Gassman era Gassman»).

A un certo punto di quella serata, da una platea piena di gente dello spettacolo, sale sul palco Renzo Arbore. Si siede di fianco a Gassman, spiegano che quello l’unica cosa che non sa fare è cantare e che quindi Arbore è lì per farlo cantare, e dopo un po’, con Arbore che suggerisce, Gassman canta e chiosa e gassmaneggia “Balocchi e profumi”. Sono i cinque minuti di tv più belli che abbia mai visto, e da quando li ho visti mi chiedo cos’avessi avuto da fare a ventisei anni per perdermeli: probabilmente ero uscita a cercare di capire il mondo.

Ci ripensavo mentre Favino faceva Favino – quello capace di non annoiarti persino quando ti vende il suo film – e Cattelan faceva Cattelan: quello che a un certo punto chiede a Favino di chiamare un amico e dirgli «Sai chi ti saluta? ’sto cazzo» (la versione da privé delle celebrità di quando suonavamo i citofoni e scappavamo, solo che noi avevamo otto anni).

Intendiamoci: funzionava perfettamente ed erano comunque minuti di ottima tv. Favino chiamava Mastandrea (suo pari in irresistibilità) e quello rilanciava, o Favino chiamava il cinema Barberini facendo la voce di Rocco Papaleo. Era tutto molto divertente, e Favino è così virtuoso che non è che gli serva “Studio Uno” attorno. Era tutto molto divertente, e probabilmente oggi il pubblico non riconoscerebbe “Balocchi e profumi”, e forse non si specchierebbe in una tv fatta di gente che sa fare cose più complicate che citofonare e scappare. 

Però continuavo a pensare, con un brivido, all’eventualità di avere lì Vittorio Gassman e, invece di fargli dire che la madre di “Balocchi e profumi” era un po’ mignotta, e la bambina odiosa, «devo dire una famiglia triste», «poi siccome c’è un dio la bambina si ammala», invece di fargli da spalla mentre si finge dilettante con un grande classico, all’eventualità di dirgli invece: Vittorio, visto che sei qui, citofoniamo a Monicelli e scappiamo?

 

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