Sòle delle AlpiArmata o difensiva, la neutralità di Svizzera e Austria è sempre meno sostenibile

Berna discute se consentire l’esportazione di armi di fabbricazione elvetica come le munizioni per contraerea Gepard, mentre a Vienna il cancelliere Nehammer teme contraccolpi politici. A entrambi gli Stati l’Occidente chiede più incisività contro la Russia

Proteste sotto il complesso dell’Hofburg, a Vienna, per la partecipazione di delegati russi all’Assemblea parlamentare dell’Osce
Proteste sotto il complesso dell’Hofburg, a Vienna, per la partecipazione di delegati russi all’Assemblea parlamentare dell’Osce (AP Photo/Heinz-Peter Bader)

Nell’Europa orientale gli ucraini combattono in trincea, mentre più a Ovest le capitali europee sono alle prese con un nuovo ordine mondiale, in cui la guerra non è più solo teorica. Un pensiero che, nel cuore del continente, sta attanagliando anche svizzeri e austriaci: nel loro caso, il dibattito assume proporzioni esistenziali, considerando quanto la neutralità abbia plasmato la loro identità nazionale.

Nella capitale elvetica di Berna, le sue aule parlamentari decorate con vetrate sgargianti e legno lucido ospitano il confronto su cosa significhi neutralità in una nuova era di guerra per l’Europa. A poco più di ottocento chilometri, nella città di Vienna, la discussione somiglia molto a quella svizzera. L’invasione russa ha sconvolto le politiche di difesa del continente; la portata del conflitto in Ucraina ha messo in dubbio posizioni che sembravano ormai cristallizzate nel tempo, come gli splendidi palazzi viennesi in stile barocco.

Il dilemma di Berna e i Gepard
Il presidente elvetico Alain Berset ha recentemente escluso la riesportazione di armi di fabbricazione svizzera in Ucraina, tracciando una linea di demarcazione sul fronte interno. «Le armi svizzere non devono essere usate in guerra», ha dichiarato in un’intervista, accusando gli oppositori di essere impegnati in una «frenesia bellica» e chiedendo una rapida soluzione diplomatica ai combattimenti. Berset, socialdemocratico, è uno dei sette consiglieri federali della Svizzera che costituiscono il braccio esecutivo locale. La presidenza ruota annualmente tra di loro.

Negli ultimi mesi, i funzionari di Germania, Francia e Paesi Bassi hanno esercitato forti pressioni per consentire l’invio di armi prodotte in Svizzera nei loro Paesi, a sostegno dello sforzo bellico dell’Ucraina. In base alle leggi vigenti, il materiale realizzato nella Confederazione può essere rivenduto o consegnato solo con il permesso del governo e non può essere inviate in zone attive di guerra.

Con l’aumentare delle pressioni su Berna – in particolare per le scorte di munizioni utilizzate dai cannoni contraerei Gepard – alcuni politici locali hanno chiesto di rivedere la postura elvetica. La Svizzera svolge infatti un ruolo cruciale per la Germania, uno dei maggiori sostenitori militari dell’Ucraina: l’azienda svizzera Oerlikon-Bührle è di fatto l’unico produttore di munizioni per il Gepard.

Due iniziative hanno attraversato il complesso iter parlamentare svizzero: una per modificare la legge federale sul materiale bellico, altamente restrittiva, consentendo la riesportazione di armi dopo l’approvazione dell’Onu, e un’altra per creare una speciale Lex Ucraina per un trasferimento urgente e una tantum di materiale a Kyjiv. Un sondaggio pubblicato all’inizio del mese ha rivelato che il 55 per cento dei cittadini svizzeri sarebbe favorevole alla riesportazione di armi in Ucraina.

Il presidente svizzero ha respinto con forza queste rivendicazioni. «Sostenere che la difesa europea dipenda dalla riesportazione di armi dalla Svizzera e chiedere di ignorare la legge non mi sembra appropriato», ha sottolineato Berset. «Proprio perché siamo neutrali e non permettiamo il trasferimento di armi in zone di guerra, possiamo fare molto per questo continente». Non contento, ha anche accusato i politici tedeschi di aver preso di mira la Svizzera per spostare l’attenzione dai loro scarsi risultati politici nella fornitura di aiuti all’Ucraina.

Non tutti i suoi colleghi sono d’accordo. La ministra della Difesa Viola Amherd, del partito di centro, ha detto agli ufficiali dell’esercito svizzero che Berna non può più permettersi di «restare ai margini» dal punto di vista militare. La ferma opposizione di Berset a qualsiasi fornitura rende tuttavia altamente improbabile un cambiamento dello status quo, e i produttori di armi dicono che l’impossibilità di esportare potrebbe rendere impossibile mantenere i contatti commerciali con l’Occidente.

Secoli di «neutralità armata»
I vicini europei spingono il Paese elvetico in una direzione, mentre la storia spinge in un’altra. La Svizzera è riuscita a mantenere la neutralità per secoli, anche durante due guerre mondiali; è una posizione sostenuta da gran parte dei suoi abitanti, che ne hanno fatto un ideale nazionale anche all’estero: un vero e proprio brand, si direbbe oggi.

La neutralità svizzera iniziò a essere formalizzata dopo le guerre napoleoniche, quando i grandi d’Europa decisero di creare un cuscinetto tra le potenze regionali. Fu ulteriormente codificata nella Convenzione dell’Aia del 1907, che costituisce la base dell’attuale contesto. La convenzione prevedeva che gli Stati neutrali si astenessero dal condurre guerre e mantenessero un’equidistanza tra le parti in conflitto: potevano vendere armi, ad esempio, ma solo a tutte le parti. Inoltre, obbligava i Paesi neutrali a garantire che i loro territori non venissero utilizzati dalle forze belligeranti.

Ciò ha portato a quella che gli svizzeri chiamano «neutralità armata»: un impegno non solo alla neutralità, ma anche alla capacità di proteggerla. Quest’ultima è ciò che i critici ora vedono in pericolo. L’industria bellica svizzera non ha un grande impatto economico nel Paese: rappresenta meno dell’uno per cento del Pil, ma è fondamentale per preservare questo status quo, anche simbolico.

Gli alleati di Kyjiv oggi vedono nell’incertezza svizzera – sia sulle esportazioni sia sulle sue sanzioni alla Russia, che i diplomatici occidentali ritengono poco restrittive – una prova che a muovere Berna sarebbero gli affari, piuttosto che le idee. Le misure intraprese contro Mosca sembrano poco convincenti agli occhi di Washington e Bruxelles, con gli svizzeri che avrebbero congelato beni russi solo per 7,5 miliardi di franchi, circa otto miliardi di dollari. Si tratta di una piccola parte di quelli che, secondo il ministero dell’Economia svizzero, sarebbero circa 49,3 miliardi di dollari di beni russi nel Paese. I funzionari europei sospettano però che il totale possa essere più alto.

La «neutralità difensiva» (e identitaria) di Vienna
Il dibattito pubblico sulla neutralità dell’Austria ha diversi punti in comune con quello di Berna, e ha raggiunto il culmine in questi mesi, soprattutto in occasione dell’anniversario dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Il cancelliere austriaco Karl Nehammer è stato costretto quindi ad affrontare la questione in una sessione speciale in Parlamento.

Nehammer ha difeso la postura neutrale di Vienna, che una minoranza sempre più rumorosa nel suo Paese sta cercando di cambiare. «La neutralità austriaca è una politica di pace: è una neutralità difensiva», ha affermato in un discorso accolto con applausi dai partiti dell’opposizione e osservato dalla tribuna da diplomatici ucraini e dalla leader bielorussa Sviatlana Tsikhanouskaya. «La neutralità è stata, è e sarà utile per il nostro Paese», ha aggiunto il cancelliere.

L’Austria è costituzionalmente neutrale da quando l’Unione Sovietica e le potenze alleate le hanno concesso l’indipendenza negli anni Cinquanta, dopo la Seconda guerra mondiale. Dal 1965, il Paese celebra la sua festa nazionale il 26 ottobre (Nationalfeiertag), ovvero la suddetta dichiarazione e il definitivo ritiro delle truppe alleate, avvenuto il 25 ottobre 1955. Da un punto di vista legale, la neutralità austriaca è sia parte della Costituzione che parte del diritto internazionale. Un vero e proprio tratto identitario.

La postura austriaca ha avuto un’importanza enorme durante tutta la Guerra fredda, influenzando la contrapposizione tra Est ed Ovest: si era venuto a creare un cordone neutrale di Stati cuscinetto composto da Svizzera, Liechtenstein, Austria e Jugoslavia, che divideva la contiguità territoriale della Nato con gli alleati del settore Sud e Sud-Est, aumentando quindi notevolmente l’importanza strategica dell’Ungheria all’interno del Patto di Varsavia e dell’Italia in quello Atlantico.

L’adesione alla Nato ora non scalda i cuori degli austriaci, che associano neutralità e prosperità. Secondo questa scuola di pensiero, l’Austria non sarebbe diventata una nazione con uno standard di vita elevato se i sovietici avessero ancora controllato l’Est del Paese. Inoltre, la neutralità è stata la piattaforma che ha permesso a Vienna di svolgere un ruolo di primo piano negli affari globali negli anni Settanta, quando l’allora cancelliere Bruno Kreisky intervenne nel processo di pace in Medio Oriente e cercò di migliorare le relazioni tra il Nord e il Sud del mondo.

Le grane del sottotenente Nehammer
Con l’invasione dell’Ucraina, il Paese si trova sempre più isolato in Europa per quanto riguarda le questioni di Difesa. Nehammer è stato finora riluttante a dare ulteriore spazio alla questione, potenzialmente tossica dal punto di vista politico per il suo partito conservatore: dopo le svolte di Svezia e Finlandia, però, è stato impossibile aggirare l’ostacolo.

Questo punto non sfugge a Nehammer, ex ufficiale dell’esercito, che ha trascorso gran parte del suo cancellierato cercando di riportare l’Austria verso Bruxelles e Washington, e di porre fine alla storica ambiguità nei confronti di Mosca. Una situazione che continua a creare imbarazzo a Vienna: nel febbraio scorso, un gruppo di delegati russi non è stato escluso dalla partecipazione all’assemblea dell’Osce nella capitale, e il governo ha addirittura difeso questa scelta. L’Austria si è a lungo comportata come un ponte tra la Russia e l’Occidente e sotto il predecessore di Nehammer, Sebastian Kurz, le relazioni con Mosca sono state coltivate in modo considerevole.

Tuttavia, qualsiasi passo verso la fine della neutralità rischia di far perdere terreno al Partito Popolare a favore del nazionalista Partito della Libertà, che ha fatto della questione un punto centrale della sua campagna elettorale. Nehammer spera che il suo intervento diretto abbia messo la parola fine al dibattito: ma, poiché è improbabile che la guerra finisca presto, molti esperti austriaci ritengono che continueranno a esserci divergenze.

In una lettera aperta, più di novanta esponenti di tutto lo spettro politico, alti ufficiali militari ed ex diplomatici hanno esortato il Paese a riconsiderare i suoi decenni di non allineamento. «Nonostante il drammatico ritorno della guerra in Europa, ampi settori della politica e della società nazionale sono caduti nell’illusione che l’Austria possa rimanere così com’è, restare fuori dai conflitti e accontentarsi di un po’ più di soldi per le forze armate», si legge nella lettera. «La nostra posizione è ridicolizzata a livello internazionale da alcuni e percepita come molle da altri».

La neutralità armata (come per la Svizzera) o la neutralità cooperativa – in cui un Paese collabora con altre potenze in aree come l’addestramento e la pianificazione – sono opzioni sul tavolo. Ma l’Austria non ha assunto nessuna delle due posizioni: il suo esercito è debole e le sue agenzie di sicurezza e di intelligence sono viste con sospetto in Europa. In ottobre il governo ha annunciato un forte aumento della spesa per la difesa, con sedici miliardi di euro stanziati per le forze armate da qui al 2027, arrivando all’1,5% del Pil.

L’unica cosa certa è che in questi mesi nelle città svizzere, come nel centro di Vienna, su molti edifici sventolava la bandiera blu e gialla dell’Ucraina. In Svizzera, la maggior parte dei legislatori definisce apertamente la Russia come Stato aggressore; questo non ha cambiato la loro posizione di neutralità. Una posizione che sembra sempre più insostenibile con il passare del tempo.