Ne vale la penaCosì il carcere di Gorgona è diventato l’isola dei diritti dei detenuti

Nonostante gli ostacoli burocratici e la mancanza di fondi, la colonia penale agricola dell’arcipelago toscano è un modello di inclusione e riabilitazione in una situazione di emergenza strutturale per i suicidi e i disturbi mentali

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Ormai l’esperienza della Gorgona, soprannominata «l’isola dei diritti», è un caso virtuoso da manuale per chi si occupa delle carceri italiane, dove la diffusione dei disturbi psicotici è diventata un’emergenza strutturale. La casa di reclusione sull’ultima isola-carcere rimasta in Italia che è stata un luogo di sperimentazione visionaria, un sogno da non far morire all’alba, ora è diventata un rifugio anche metaforico dal dramma della detenzione negli istituti di pena dove oltre ai suicidi (ottantaquattro nel 2022, ventiquattro nei primi cinque mesi del 2023) dilaga il disturbo mentale. 

Un fenomeno vivisezionato dall’associazione Antigone: nel 2022 all’8,7 per cento dei detenuti era stata diagnosticata una patologia psichiatrica grave, il 18,6 per cento assumeva regolarmente stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, mentre il 42,4 per cento assumeva sedativi o ipnotici. Un problema enorme non solo italiano perché l’Organizzazione mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme: un detenuto su tre in Europa ha disturbi mentali. 

E allora vale la pena di raccontare la storia, per quanto travagliata e complessa, della Gorgona dove campeggia un murales ristrutturato durante il campo di volontariato del Servizio civile internazionale coordinato da Marco Buraschi e Stefania Pizzolla su cui è stato scritto a lettere cubitali da volontari e detenuti il rinnegato articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»

Nel libro che si intitola “Ne vale la pena – Gorgona, una storia di detenzione, lavoro e riscatto (edizioni Nutrimenti)”, appena ristampato e riaggiornato a dieci anni di distanza, Carlo Mazzerbo, il direttore che ha creato il modello Gorgona, ha raccontato tutto quello che è stato (im)possibile fare nella colonia penale agricola (sulla carta una sezione distaccata della casa circondariale di Livorno) per farla diventare l’isola dei diritti, nonostante gli ostacoli della burocrazia penitenziaria e la mancanza di fondi, grazie a una comunità variegata cresciuta durante la sua direzione che è durata complessivamente quindici anni e dove i detenuti hanno chiesto la grazia per gli animali condannati al macello. 

Nell’isola più piccola dell’arcipelago toscano arrivano soprattutto persone a fine pena (oggi sono circa ottanta) che hanno scontato una lunga detenzione e presentano una richiesta motivata per aderire a un processo riabilitativo. E quella che era sembrata negli anni ’90 una sorta di utopia – quando fare Tg galeotto o creare una band musicale con detenuti che alle spalle avevano reati gravi sembrava una sfida eccessiva – oggi viene riconosciuta come un modello dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

Le visite turistiche, lo scambio continuo fra fuori e dentro, fra l’isola e le istituzioni, le scuole, il terzo settore sulla terraferma rappresentano occasioni di abbattimento dei muri difficili da garantire altrove. «Negli istituti penali è sempre difficile trovare spazi, fondi e strumenti per affrontare il tema della salute mentale dei detenuti», osserva Carlo Mazzerbo. «In Gorgona invece è stato possibile creare un rapporto terapeutico con gli animali che per un carcerato significano empatia, senso di responsabilità. Concetti innovativi per un sistema penitenziario che da sempre va avanti per inerzia, refrattario ai cambiamenti». 

La chiusura del mattatoio porta sull’isola il progetto Isola Fenice e a uno studio grazie alla collaborazione con l’ateneo milanese della Bicocca e la Lav sugli effetti della cura degli animali sulle persone detenute. «Vengono individuati alcuni soggetti con criticità psicologiche legate alla gestione della rabbia, delle emozioni, della capacità di relazionarsi con gli altri», si legge nel libro autobiografico scritto con il giornalista Gregorio Catalano, in cui Mazzerbo ripercorre in un diario di bordo quindici anni di sperimentazioni, successi e fallimenti prima di poterla ribattezzare l’isola dei diritti. 

Si tratta del primo studio scientifico del settore, un’eccellenza per la Gorgona e per l’amministrazione penitenziaria. La colonia penale agricola nel 2002 diventa una fattoria ma non solo. Sport, musica, pittura, teatro – che in un carcere chiuso hanno effetti più limitati nel tempo e diventano spesso oggetto di controversie sul tasso di recidiva dei reati dopo la scarcerazione – in Gorgona si coniugano a opere fattive, gestione delle risorse idriche, sviluppo agricolo e a un’inclusione che riesce a coinvolgere talvolta anche gli agenti penitenziari. 

Come è successo all’agente penitenziario Pierangelo Campolattano: sull’isola ha potuto dedicarsi alla passione della fotografia e ha ripreso la quotidianità dei detenuti che hanno superato il solco della diffidenza insita nel rapporto con le “guardie” e sono finiti su un calendario e poi in una mostra “Il carcere delle libertà”al polo culturale Bottini dell’Olio di Livorno, dove nel maggio dell’anno scorso sono state esposte le immagini scattate anche da duecento studenti di Livorno e degli stessi detenuti che hanno seguito un laboratorio di fotografia. 

Difficile mettere in fila la galleria di storie e avvenimenti che hanno fatto della Gorgona una piccola oasi di inclusione. Una storia complessa nata da una visione che si è scontrata con l’ottusità del sistema penitenziario, l’avversità dei “sorveglianti”, soprattutto delle generazioni precedenti che hanno cercato di boicottare in modo drastico una direzione che ha inverato o quasi il principio riabilitativo della pena. In mezzo ci sono stati due delitti, burrasche e tempeste.

Una storia piena di luci ma anche di coni d’ombra, di lotte contro i mulini a vento e di cocenti sconfitte, avviata da Mazzerbo alla fine degli anni ‘80 dopo essere passato per le carceri siciliane per una scelta che a molti è sembrata avventata. Eppure dopo i primi tentativi, negli anni ’90, di liberare il carcere da sé stesso, Mazzerbo ha trasformato la colonia penale in una sorta di mecca per i tanti forestieri – visitatori, ricercatori, volontari e chiunque avesse un’idea per forzare le sbarre delle carceri – ma anche in uno stereotipo dell’isola che non c’è, come l’hanno sempre chiamata i giornalisti. 

E invece oggi, nel magma del carcere che nessuno vede più, immerso nelle ferite sociali diventate delle piaghe da decubito, Mazzerbo ha potuto aggiornare il suo diario di bordo su un’isola emersa, quella dei diritti. Una scommessa vinta anche se difficile da clonare sulla terraferma. E infatti quando nell’estate scorsa ha concluso il mandato per andare in pensione, lasciando il testimone alla nuova direttrice, ha lanciato un monito giocoso ma basato sull’esperienza dei prezzi salati pagati per la sua sfida ultragarantista: «Tenete dritta la barra perché basta poco per naufragare».

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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