Mind the gapL’occupazione cresce anche tra giovani, laureati e donne (ma il divario con l’Ue è enorme)

Le categorie normalmente più a rischio disoccupazione hanno tratto beneficio dalla ripresa post-Covid, anche se la forbice con il resto d’Europa rimane

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Osservando i dati più recenti sull’occupazione verrebbe da pensare che la buona notizia sia il raggiungimento di livelli che non erano mai stati toccati prima, quel 60,9 per cento di occupati di marzo (60,7 per cento a fine 2022) tra i quindicenni e i sessantaquattrenni che molto tempo fa sembravano una chimera. Neanche quando l’economia cresceva a tassi meno asfittici di quelli degli ultimi vent’anni si era giunti a cifre simili. Eppure non è questa la novità delle ultime statistiche sul mondo del lavoro. Anche perché lo stesso aumento sta interessando un po’ tutti i Paesi europei, dalla Germania alla Francia alla Spagna, ovunque si battono record.

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Un po’ più rilevante è il fatto che il gap tra il tasso di occupazione italiano e quello medio europeo non peggiora più come ha fatto fino al 2018, e rimane sotto il 10 per cento. Nel caso del confronto con alcuni Paesi, come Francia e Germania, il divario si era stabilizzato ben prima del Covid.

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Certo, è logico pensare che in realtà la distanza dovrebbe rimpicciolirsi, soprattutto perché noi partiamo da livelli più bassi, la forza lavoro da occupare è ancora molta. Il mercato del lavoro tedesco, per esempio, è contraddistinto da un tasso di occupazione del 77,3 per cento, con inattivi e disoccupati ormai ridotti ai minimi termini. Non può crescere più di tanto, quello italiano invece sì.

No, la novità positiva maggiore è nascosta dalle medie, riguarda la netta riduzione dei divari tra Italia ed Europa per quanto riguarda alcune categorie specifiche di lavoratori, quelle, tra l’altro, che hanno pagato più di tutte il declino degli ultimi decenni.

Parliamo dei giovani, in particolare quelli tra i venticinque e i trentaquattro anni, le vittime sacrificali della bassa crescita, quelli che dopo gli studi hanno dovuto spesso aspettare molto prima di avere un posto e ancora di più prima di averne uno stabile. Quelli che in un’azienda vengono destinati allo stage e poi magari a uno o più contratti a termine e a una minore sicurezza per garantirne di più a coloro che assunti lo sono da anni. Ebbene, per i 25-29enni la differenza tra il loro tasso di occupazione e quello dei coetanei europei è scesa da valori che spesso prima del Covid sfioravano il venti per cento al 15,2 per cento. È ancora molto, ma il sessantuno per cento raggiunto a fine 2022 rappresenta un progresso maggiore di quello messo a segno da chi ha la stessa età in gran parte degli altri Paesi. Molto evidente è anche la riduzione del gap che riguarda i 30-34enni, sceso all’8,9 per cento e soprattutto minore del divario medio. Era arrivato al 12,4 per cento nel 2019.

Prima della pandemia i miglioramenti, che pure c’erano stati a livello occupazionale generale, erano stati dovuti in gran parte all’aumento della porzione di ultracinquantenni al lavoro. Aveva influito più la riforma Fornero, insomma, che la crescita dell’economia, che del resto era limitata. Oggi non è più così. Anzi, già dal 2019 si era verificato un aumento rilevante della differenza tra i tassi occupazionali dei 60-64enni italiani e quelli degli europei, oggi è del sette per cento mentre cinque anni fa era solo dell’uno per cento. In aumento, ma dal 2014, è anche la distanza che riguarda i 55-59enni. Parte di questi numeri, perlomeno quelli che riguardano i sessantenni, sono dovuti anche alle leggi per i pensionamenti anticipati, come Quota 100. È per questo che dopo aumenti importanti il loro tasso di occupazione non è andato oltre l’attuale 42,5 per cento.

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Certo, è sempre tra i ventenni che i divari con il resto d’Europa sono più alti, in doppia cifra, ma i gap non variano così tanto in base alla classe di età come facevano per esempio nel 2016 e nel 2019. Si ritornerà alla situazione del 2007, prima della crisi finanziaria che aveva fatto così tante vittime tra i più giovani, quando il tasso di occupazione dei 25-29enni era “solo” del 10,3 per cento più basso di quello europeo?

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A molti verrà spontaneo pensare che è merito di Quota 100 e simili se vi sono più posti di lavoro per i giovani, lasciati liberi dai sessantenni che sono andati in pensione in anticipo. Il fatto che in quasi tutti gli altri Paesi europei, però, ci sono più ventenni e trentenni e contemporaneamente anche più sessantenni al lavoro, ci dice che in realtà questa presunta alternativa è più un esercizio retorico che altro. Ad avere influito maggiormente è stato probabilmente il calo demografico, che assottiglia la platea dei ventenni e rende quindi il denominatore, la forza lavoro complessiva di quell’età, più piccola. Ma anche alcuni incentivi dati all’assunzione dei più giovani. E la loro istruzione.

Questo è l’altro aspetto importante degli ultimi dati. Oggi il gap tra la percentuale di laureati italiani e di europei con un impiego è del 4,6 per cento, mentre nel caso dei diplomati è del 6,2 per cento. Prima del 2017 le due cifre erano simili, intorno al cinque per cento, e prima ancora il divario Italia-Ue era anzi più piccolo nel caso di coloro che non avevano fatto l’università. Le cose sono cambiate, laurearsi conviene di più. In particolare se si è giovani. Se prendiamo in considerazione i 30-34enni, fascia di età in cui ormai praticamente tutti gli iscritti a qualche corso di laurea hanno terminato gli studi, il divario tra il loro tasso di occupazione e quello dei coetanei europei con lo stesso titolo di studio è del 3,4 per cento, più basso oggi che 2019 e persino che nel 2007. Diminuisce sia lo svantaggio verso i laureati della stessa età degli altri Paesi sia quella verso i laureati italiani più vecchi. Il dato riguardante i sessantenni, che addirittura sono molto più occupati dei sessantenni con studi avanzati del resto d’Europa, è poco significativo visto che riguarda ben poche persone, un’élite.

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Sono i giovani laureati, quindi, coloro che hanno goduto di più della ripresa post-Covid. Ma la notizia diventa ancora migliore quando scopriamo che se questi giovani laureati sono donne i numeri diventano ancora più positivi. Se in generale il gap Italia-UE nel tasso di occupazione dei laureati 30-34enni è, come si è visto, del 3,4 per cento, nel caso delle donne è del 3,1 per cento, mentre tra le 25-29enni, dove pure abbiamo cifre più grandi, è del 17,5 per cento a fronte di uno medio del 19,5 per cento. Il dato è significativo perché proprio tra le donne, invece, troviamo un ulteriore allargamento dei divari con il resto d’Europa, già maggiori, se a essere esaminato è chi ha il diploma.

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La soddisfazione per i numeri sui giovani laureati non ci deve fare dimenticare che in Italia alla fine ad avere fatto l’università anche tra i trentenni sono pochi, meno che in quasi tutti gli altri Paesi (esclusa la Romania). La gran parte dei lavoratori ha il diploma, la terza media o meno ed è tra questi, in particolare, che vi sono quelli pagati meno, e spesso sono immigrati. Se la crescita passa dall’impiego pieno delle risorse umane meglio preparate e specializzate, la riduzione della povertà, invece, dipende molto dalla capacità di occupare in modo stabile proprio questi, i meno istruiti.

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