Passeggera fantasmaQuella volta che Trenitalia mi fece stare dieci ore in un treno (ed era finito lo sformatino di broccoli)

Desidero vedere l’azienda in ceppi davanti alle più alte corti per aver mentito sui tempi di percorrenza, per avermi rubato i soldi del biglietto, per avermi sottratto con l’inganno i punti cartafreccia. E per saper gestire gli imprevisti come io sono capace di ballare sulle punte

Lapresse

Se permettete partiamo da “Succession”, e non solo perché in queste settimane di desolazione da fine delle meraviglie o si parte da “Succession” o si parte da Martin Amis, ché nell’una opera o nell’altro autore si trova di certo una chiave interpretativa di qualunque cosa si voglia raccontare.

Se permettete partiamo da “Succession”, che mi viene in mente ogni volta che verifico quanto sia orrendo viaggiare in questo secolo, quanto sia da poco ricchi anche quando compri tutte le prime classi del mondo, quanto – l’ho già scritto, lo so – solo gli aerei privati garantiscano spostamenti dignitosi, e non devono essere pezzenterie quali gli aerei privati a noleggio.

Se permettete non partiamo da uno dei molti trasbordi disinvoltamente miliardari in dollari della famiglia Roy, ma da una cosa rarissima in “Succession”: un ricordo (non un flashback, non sarebbero mai così banali). Un ricordo di prima della ricchezza, prima degli aerei privati, prima di trovare l’America.

Nell’ultima puntata andata in onda – la penultima in assoluto, quella del funerale di Logan Roy – Ewan ricorda il fratello con una storia che è molte cose. La rivelazione ai figli di un padre che non conoscevano (mi piace pensare che quella storia non l’avessero mai sentita). Il rimarcare che non essere nati ricchi ti dà una tempra che le seconde e terze generazioni non avranno mai. E l’enfatizzazione di cosa era normale per i bambini della seconda guerra mondiale, e cos’è impensabile per i piscialetto che sono stati tirati su successivamente.

Racconta Ewan Roy che erano, lui e Logan, arrivati in America clandestini nella stiva d’una nave in cui, uno di quattr’anni e l’altro di cinque e mezzo, erano dovuti stare muti e immobili per sessanta ore, perché era stato loro detto che se si fossero mossi o avessero emesso un suono i sommergibili li avrebbero captati.

È chiaro che, se in questo momento desidero che Trenitalia sia portata in ceppi davanti alle più alte corti e accusata d’avermi fatta stare dieci ore in un treno che mi aveva detto ce ne avrebbe messe sei, di avermi rubato i soldi del biglietto di ritorno, di avermi sottratto con l’inganno preziosissimi punti cartafreccia, e di avermi fatta viaggiare su un’executive sulla quale era finito lo sformatino di broccoli (non di soli tramezzini di Cracco vive la donna), è chiaro che se ho deciso di dedicare la mia vita a perseguire Trenitalia in tutte le sedi, compresa quella spirituale, per avermi rovinato la settimana, è chiaro che è perché sono una orrenda viziata la cui vita e la cui libertà non sono mai state minacciate da un sottomarino (al massimo da un’indigestione di scampi crudi).

Ciò detto, ed esplicitata la clausola morale Ewan Roy, se non vi dispiace procederei con la mia arringa contro Trenitalia, un covo di cialtroni capaci di gestire gli imprevisti come io sono capace di ballare sulle punte.

Sì, so tutto: l’alluvione, i binari spazzati via tagliando a metà l’Italia, Bologna-importante-nodo-ferroviario (così diceva il mio sussidiario, non credo ci siano stati aggiornamenti nei successivi quarant’anni, non giurerei che la siderurgia e la barbabietola siano rimaste altrettanto immutabilmente lì).

So tutto, e quindi sabato ho mantenuto la calma quando mi hanno cancellato il treno da Torino, ho superato le correnti gravitazionali e il fatto che al Salone del libro ci fosse più gente che a Riccione a ferragosto e quindi non si riuscisse ad accedere alla app, ho prenotato sul primo treno su cui c’era posto, due ore dopo quello previsto, e non mi sono neanche lamentata (e voi sapete quanto mi piaccia lamentarmi).

So tutto, anche che la percezione dell’efficienza di qualunque settore è data da quanto ti abbia detto culo: se incontri quell’uno su dieci che sa lavorare, avrai l’impressione d’avere avuto a che fare con un’azienda efficientissima. Quindi, quando nella sala d’attesa Frecciarossa una signorina continuava a ripetermi che non avrei dovuto prenotare il treno delle tre perché avrei avuto diritto d’essere su quello delle due su cui probabilmente non c’era posto ma lei comunque non poteva controllare se ci fosse perché il punto non era il suo software ma il mio diritto a salirci comunque ed eventualmente viaggiare in piedi, ho pensato: vabbè, è una delle nove su dieci.

Certo, avrei potuto pensare, lunedì mattina, a Bologna-importante-nodo ferroviario e immaginare che la linea adriatica avesse dei problemi. Avrei potuto prendere un aereo. Ma pure tu, Trenitalia: vogliamo dire che avresti potuto avvisarmi che il mio treno era cancellato? Vogliamo dire che non si sa bene a che ti serva avere il mio numero di telefono, la mia mail, la mia cartella clinica e la mia fedina penale, se poi non mi avvisi quando cancelli i treni?

Anzi, parafrasando quello: non avvisarmi che il treno è cancellato sarebbe trascuratezza, dirmi sulla app che il treno era in ritardo di venticinque minuti è dolo. E quindi arrivo comunque in anticipo nella sala d’attesa di Bologna, dove come in quella di Torino è al suo posto l’una su nove che guarda i monitor come mucca guarda treno e, alla mia richiesta (ridondante, penso: illusa) di confermare i venticinque minuti di ritardo, mi dice che no, il treno è cancellato. Eh??

Seguono: sua proposta di prendere il mio biglietto di executive e farmi viaggiare in business sul treno successivo, miei «col cazzo» assortiti, arrivo d’un’adulta con un po’ più di piglio che chiama non so quale centrale di cervelli e si fa autorizzare a darmi un biglietto di executive, miei comunque nervi perché arriverò due ore dopo il previsto, mia richiesta di annotarmi sul biglietto gli orari d’arrivo nelle varie stazioni onde avvisare l’autista dell’ora aggiornata alla quale potrà venirmi a prendere.

Ce l’ho qui, il biglietto annotato (il controllore a bordo mi chiederà poi di poter rimirare il bizzarro reperto, ma a questo poi ci arriviamo). C’è scritto: Bari, 17 e 29. Tenete a mente il fatto che c’è un autista, a Bari, che sa di dovermi venire a prendere, a una cert’ora che non è più quella che avevamo concordato. L’ho avvisato di quel che mi ha detto la hostess con più piglio: «Calcoli una mezz’ora di ritardo». Una mezz’ora. Venga per le sei, buon uomo.

Torniamo nella lounge, dove passo due ore a spendere soldi. Accade infatti che la hostess con piglio a un certo punto mi avvicini e mi dica: guardi che lei col suo treno mica riesce a tornare. La linea adriatica (quella del treno annullato) è infatti devastata, ma su quella che passa da Roma (quella del treno che oggi mi porterà a Bari per le più o meno diciotto, credo, illusa) cominceranno dei lavori. Le conviene, mi dice la signora, prendere l’ultimo posto sul Bari-Roma del giorno successivo a quello previsto.

Sono pur sempre femmina e condizionata socialmente a credere nell’ultimo golfino in saldo che guai se te lo perdi: prendo subito l’ultimo posto in prima classe. Di quello che però è un Frecciargento, ed è qui che parte lo schema Ponzi.

Il Frecciargento che la signora mi convince a prendere il giorno dopo quello in cui avevo previsto di ripartire arriva a Roma troppo tardi per prendere da lì un treno per Bologna. Quindi, oltre alla notte in più in Puglia, mi devo pagare anche una notte a Roma. Se credete che sia finita qui, non avete mai visto uno schema Ponzi. Eh, dice, ma io non riesco a splittarle (neolingua per: dividere) il biglietto.

Cioè: il mio biglietto di executive (in novecentese: prima classe) su un Frecciarossa (in novecentese: Pendolino) Bari-Bologna diventa un biglietto di Frecciargento (in novecentese: intercity) solo fino a Roma, e per Bologna dovrò comprarmi io un altro biglietto. Ho pagato come un’executive di Frecciarossa un biglietto per mezza tratta d’un treno senza wi-fi: in confronto a me, i clienti di Wanna Marchi erano dei fulmini di guerra; in confronto a Wanna, Trenitalia è Madoff.

Ci penserò domani, dico a me stessa mentre addebito sulla mia povera carta di credito notti d’albergo che dovrebbe rimborsarmi Trenitalia, che invece non solo non me le rimborserà ma vuole costringermi pure a comprare un secondo biglietto per fare un tragitto che ho già abbondantemente pagato.

Mi torna in mente l’estate del 2006, e quella giornalista che dalla spiaggia stava al telefono con l’ufficio stampa delle Ferrovie perché il figlio aveva lasciato il cellulare in treno ed era impossibile contattare l’ufficio oggetti smarriti. Chiesi: ma chi non può chiamare l’ufficio stampa come fa? Mi venne risposto: fa una vita di merda. A volte sotto l’ombrellone ti vengono dette grandi verità, e tu, Pollyanna, non le recepisci.

Dunque torniamo a Pollyanna che, trullallerotrullallà, sale sul Frecciarossa che dovrebbe portarla in meno di sei ore a Bari, col suo bravo biglietto scritto a mano, così adorabilmente novecentesco, e l’attesa a ogni fermata che salga qualcuno ad affollare la executive che era così piena da aver dovuto la signora della lounge chiedere un permesso speciale per farci salire Pollyanna, e in cui invece, Pollyanna a parte, c’è solo un signore che deve andare a uno spettacolo al Petruzzelli.

Verso le quattro e mezza Pollyanna sgrana gli occhioni e dice ohibò, ma noi in cinque ore abbiamo superato Roma ma non siamo ancora arrivati a Caserta, com’è possibile che tra un’ora siamo a Bari? Pollyanna dovrebbe insospettirsi, giacché alla app è inibito l’accesso col wifi di bordo (forse per evitare sommosse), e se ci accedi col 4G dice che a Bari si arriva alle cinque e mezza ma a Caserta – che è tre fermate prima – alle sette e mezza. È forse un viaggio nel tempo?

Pollyanna va a cercare il controllore, che le dice mannò, alla lounge le hanno dato gli orari di quando questo treno faceva l’adriatico, l’orario previsto di arrivo a Bari, col nuovo itinerario, è alle 20 e 19. Pollyanna neppure bestemmia: cosa vuoi che sia aggiungere tre ore di attesa dell’autista, quando hai già pagato alberghi in più in tutta Italia, uno scioglipancia in più, un numero del Lotto in meno, mica baderemo agli spicci.

Da lì in poi, è un continuo fermarsi in mezzo al nulla, un continuo aggiornamento dei maggiorati ritardi, il controllore che mi dice «Lei non mi risulta su questo treno» (quindi per i 223 minuti di ritardo finali non ho diritto al rimborso, mi par d’intuire: per essere Pollyanna, sono svegliuccia), il tizio del Petruzzelli che chiede se non potessero mandarci un messaggio al mattino per avvisare (fratello, abbracciamoci), il controllore che dice che ad alcuni i messaggi sono arrivati (forse c’è la rivoluzione proletaria e la clientela di terza classe è trattata meglio di quella di prima, forse è una scena del dottor Zivago e nessuno m’ha avvisata), io che dico ma la executive non doveva essere piena, il controllore che dice eh ma con le tre ore in più previste molti hanno rinunciato, quindi le tre ore erano previste, quindi alla lounge mi hanno mentito con dolo.

Pollyanna sarebbe furibonda, non fosse troppo stremata per essere furibonda, troppo stremata per avviare la rivoluzione capitalista, troppo stremata persino per i tramezzini di Cracco.

Più tardi, un uomo saggio mi dirà: ma non era più semplice buttare solo i soldi del Frecciarossa e prendere un aereo? Certo che lo era, ma è un condizionamento culturale (c’entra di certo il patriarcato): Trenitalia mi ha convinta che il modo più scioglipancia di spostarsi siano loro, all’aereo non ci ho proprio pensato, e dire che solo quindici anni fa lo prendevamo tutti abitualmente persino tra Roma e Milano, figuriamoci per andare più lontano.

Sarà che facevamo i punti millemiglia e non quelli cartafreccia, sarà che leggiamo ogni giorno qualche resoconto disastroso di mancata assistenza clienti di compagnia aerea, e mai niente su quanto sia inesistente quella di Trenitalia, col numero telefonico a pagamento che c’è un limite a tutto e io non pago un numero che costa come quelli delle mignotte per dirti che questo viaggio te l’ho già pagato e non faccio un secondo biglietto e se non me lo fai gratis ti mando l’avvocato.

Adesso che quei ladri mi hanno truffato sull’andata, sul ritorno, sull’innocenza e sull’etica e sullo sformatino di broccoli (passino quattr’ore di ritardo e il biglietto di ritorno Ponzi, ma lo sformatino finito è inaccettabile), adesso che mi aspettano quattr’ore in un treno senza wi-fi dopo averne trascorse otto di ritardi non rimborsati perché ero la passeggera fantasma, adesso mi rifiuto di comprare un Roma-Bologna, sarà la mia ribellione allo scioglipancia, c’è un limite a tutto.

Quando siamo arrivati, per il Petruzzelli era troppo tardi. Spero il tizio sia andato in albergo a guardare “Succession” e a giurare anche lui che Trenitalia mai più, piuttosto la stiva a rischio sottomarino, piuttosto i numeri del Lotto di Wanna messi all’asta su Ryanair, piuttosto farmi venire a prendere dall’autista di Bari fin sotto casa (che in tutto mi sarebbe comunque costato meno).

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