L’odioIl fiasco dell’assimilazione e l’inesorabile separatismo dei francesi musulmani

Le tensioni in Francia sono il frutto del rapporto irrisolto tra Islam e modernità europea. Da una parte ci sono i giovani di fede islamica che non si riconoscono nei valori della società laica e si sentono emarginati, dall’altra parte c'è una polizia violenta formata non alla mediazione sociale, ma al conflitto

LaPresse

La rivolta che ha bruciato la Francia, con scintille sino in Belgio e persino in Svizzera, ci obbliga a porci una domanda che è tanto semplice quanto esplosiva. L’Italia, indietro di decenni nello sviluppo del fenomeno immigratorio, farà la stessa fine? È inutile elencare tutte le differenze tra Italia e Francia. La lista è lunga: una immigrazione stanziale di massa iniziata decenni e decenni dopo, quindi una presenza enormemente minore di immigrati divenuti cittadini italiani e quindi di seconda o terza generazione (in Francia secondo l’istituto di statistica nazionale Insee questi e gli immigrati superano largamente i dieci milioni) una immigrazione non proveniente, se non del tutto marginalmente, da ex colonie, soprattutto non influenzata dal ricordo storico di feroci guerre coloniali come in Algeria e Marocco; una presenza quasi maggioritaria in Italia di immigrati europei, il 30 per cento addirittura comunitari; una polizia e dei carabinieri ben integrati nel tessuto sociale e molto impegnati nelle politiche di prossimità e integrazione, per lo più alieni da comportamenti violenti. Infine, ma non per ultimo, l’assenza del fenomeno delle banlieues.

In Francia, nel 1962, André Malraux varò una legge che investì nel risanamento dei centri storici, diventati così scelta preferenziale della media e alta borghesia, mentre gli immigrati, grazie anche a successive e precise scelte urbanistiche, vennero ammassati nelle periferie e nelle città satelliti, le banlieues. In Italia, al contrario, nessuna, assolutamente nessuna, politica urbanistica a fronte dell’arrivo in quindici anni di cinque milioni di immigrati regolari, col risultato di una loro caotica e casuale concentrazione determinata solo dal mercato degli affitti privati, vuoi nei centri storici, vuoi nelle periferie.

Questo non toglie che in Italia vi siano a macchia di leopardo, nelle città e nelle periferie, concentrazioni di immigrati che superano il venti-trenta per cento , con forti tensioni sociali e politiche. Un caso per tutti, ma ce ne sono molti simili: Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia, ha visto nel 2017 la sconfitta della sinistra dopo sessant’anni di governo locale e dopo una campagna elettorale nella quale ha avuto un ruolo centrale la polemica sulla costruzione di una nuova, grande moschea. Così pure al Lagaccio, il quartiere dei portuali di Genova.

Molti in Italia i casi di rivolta dei residenti contro la concentrazione di immigrati irregolari. Molti i casi a livello individuale, non politico o di grande rilevanza sociale, di separatismo (vedremo più avanti l’esplosiva realtà in Francia di questo termine) di famiglie di immigrati musulmani che impongono la sharia su mogli e figlie in spregio delle leggi italiane.

Non pochi i casi di violenze shariatiche gravi, sempre su donne, inclusi alcuni assassinii con motivazioni shariatiche come quelli di Hina Saleem e Saman Abbas. Il ventisette per cento dei femminicidi compiuti in Italia nel 2021 vedono come responsabile un immigrato. E non mancano i tentati stupri di gruppo da parte di giovani immigrati islamici come quello del capodanno 2022 in piazza Duomo a Milano.

A uno sguardo d’insieme – non esistono ancora analisi serie in Italia – siamo ancora nella fase in cui la mancata integrazione delle prime, ma soprattutto delle seconde generazioni si esprime in comportamenti criminali, non ancora di corale rivolta politico sociale. Deviazioni criminali molto preoccupanti che in genere si esprimono non tanto individualmente ma per bande. Ancora più inquietanti i dati dei minori immigrati tra i quattordici e i diciassette anni  che sono il nove per cento di tutta la popolazione, ma compiono il sessantacinque per cento degli scippi, il 50,2 per cento dei furti, il 48,1 per cento delle rapine, il 47,7 per cento delle violenze sessuali e il 40,4 per cento delle percosse.

Dunque, fenomeni carsici indiscutibili, ma che ancora sono ben lontani dal livello d’allarme e dall’intensità eversiva delle rivolte delle banlieues francesi. Ma un domani? Tra tre, cinque, dieci anni, quando maturerà una situazione dell’immigrazione regolare uguale a quella francese, è escluso che in Italia si possano replicare? Non credo. Troppi sono i segnali di mancata integrazione degli immigrati regolari, specie musulmani.

Con buona pace dei buonisti che in Italia pensano che concedere la cittadinanza ai figli degli immigrati abbia un effetto di salvifica integrazione, la rivolta francese dimostra che questa è una cosmica falsità. L’ennesima di una visione irenistica dell’uomo e della cittadinanza di una sinistra crepuscolare. Sono infatti cittadini francesi da una, due, tre generazioni le decine di migliaia di giovani che in questi giorni hanno incendiato e saccheggiato non solo le periferie, ma anche i centri città di tutta la Francia, duecentoventi i comuni con incidenti gravi, muniti di eccellenti app che indicavano dove era in corso il saccheggio del più vicino grande magazzino o negozio di Nike.

Il trenta per cento dei più di tremila arrestati era minorenne, che semplicemente si sentono “altri” e soprattutto contro, di fatto non si sentono parte di una comunità nazionale, di un patto sociale. Sono cittadini francesi ma non si sentono francesi. Odiano la Francia e non solo saccheggiano, ma anche distruggono scuole e edifici pubblici. Sono il prodotto di una decomposizione identitaria e di una deriva comunitaria in atto da decenni in Francia evidenziata già nel 2003 dal poderoso lavoro di inchiesta sociale e sociologica sulla base di migliaia di interviste e analisi sviluppata dalla Commissione Stasi voluta da Jacques Chirac, che tra l’altro sottolineò tra le sue caratteristiche un diffuso antisemitismo di matrice islamica. Un antisemitismo che ha prodotto, soprattutto dopo gli attentati del 2015, una fuga verso Israele di migliaia di ebrei francesi. La rivolta delle banlieues del 2005 confermò in pieno quella analisi.

Questa stessa deriva comunitaria e decomposizione identitaria ha inoltre incubato quel «separatismo» di matrice islamica denunciato da Emmanuel Macron nel suo famoso discorso di Mureaux nell’ottobre del 2020. I cui punti salienti sono:

– L’integrazione e soprattutto l’assimilazione degli immigrati musulmani e dei musulmani con cittadinanza francese è fallita in componenti non marginali a causa del «separatismo islamico» che mira «a costruire una contro società». Infatti, come evidenzia una inchiesta Ifop del 2020, il cinquantasette per cento dei giovani musulmani in Francia «considera la sharia più importante delle leggi della Repubblica».

– Questo fallimento deriva essenzialmente da una crisi dell’Islam da cui è emersa una corrente politica che pretende di sostituire le leggi della Repubblica con quelle della Sharia. I Fratelli Musulmani, i salafiti e i wahabiti hanno promosso e innervato questa corrente con un progetto politico e una ideologia strutturata.

– Per contrastare questo fenomeno che, letteralmente, «incancrenisce la Repubblica» e mette in pericolo il patto sociale e nazionale, vanno attuati nuovi e rigidi strumenti legislativi e amministrativi.

Dunque, in Francia deflagra oggi una miscela esplosiva composta da più componenti: una emarginazione sociale dei giovani immigrati di seconda, terza generazione, un rifiuto di massa di sentirsi parte della comunità nazionale francese, la chiusura in contesti comunitari omogenei, con un proprio linguaggio e propri valori antagonisti al patto sociale e anche, per molti, il riferimento a una legge “altra”, la sharia, che è quella dei padri, delle proprie radici, che deve regolare i rapporti sociali, familiari e con le donne in senso opposto a quello dei francesi, della Repubblica. 

Un separatismo che conferma la previsione del cardinale Giacomo Biffi che fece scandalo nel 2000 nel pronunciare queste parole che si sono rivelate profetiche: «Gli islamici – nella stragrande maggioranza, con qualche eccezione- vengono da noi risoluti a restare estranei alla nostra “umanità” individuale e associata, in ciò che ha di più essenziale, di più preziosa, di più “laicamente” irrinunciabile: più o meno dichiaratamente essi vengono a noi ben decisi a rimanere sostanzialmente “diversi”, in attesa di farci diventare sostanzialmente come loro. Hanno (…) un diritto di famiglia incompatibile col nostro, una concezione della donna lontanissima dalla nostra (sino a praticare la poligamia). Soprattutto hanno una visione rigorosamente integralista della vita pubblica, sicché la perfetta immedesimazione tra religione e politica fa parte della loro fede indubitabile e irrinunciabile, anche se aspettano prudentemente a farla valere di diventare preponderanti. Non sono dunque gli uomini di Chiesa, ma gli Stati occidentali moderni a dover far bene i loro conti a questo riguardo».

Dunque, non la sostituzione etnica è il vero problema, non il Grand rémplacement, che più del sessanta per cento dei francesi è convinto sia in atto, ma il rapporto irrisolto tra Islam e modernità e quello ancora più confuso e incerto tra gli Stati europei e il radicarsi dell’Islam sui loro territori e nelle loro comunità.

Peraltro, va detto che l’innesco che fa esplodere questa miscela sociale, identitaria e culturale, in Francia nel 2005 come oggi, non a caso è la violenza della polizia: il poliziotto, il gendarme incarna il volto dello Stato, più vicino, più presente. Ed è una polizia, quella francese, con un patrimonio storico di violenza e di durezza che non ha pari in Europa. L’opposto della polizia di prossimità, attrezzata e formata non alla mediazione sociale, ma al conflitto. Una polizia peraltro apprezzata nel suo ruolo violento da una massiccia minoranza silenziosa di francesi che si sentono minacciati. Non è un caso che la sottoscrizione a favore del poliziotto che ha ucciso a freddo e senza alcuna giustificazione il giovane Nahel, immigrato di terza generazione, abbia ricevuto otto volte più fondi della raccolta fondi a favore della madre di Nahel, più di un milione e mezzo di euro.

Questo il rebus francese oggi. La crisi di un paese che esplode nella violenza provocata da un fallimento totale dell’integrazione o della assimilazione dei suoi milioni e milioni di immigrati e dei loro figli. Una crisi apparentemente insolubile. Da destra come da sinistra, da Chirac, da Nicolas Sarkozy, come da François Hollande e oggi da Emmanuel Macron.

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