Il latifondista del futuro La vanità di Elon Musk, il maschio alfa e il declino dell’ex élite giornalistica

Il miliardario che ci piace odiare è il vero cattivo della Silicon Valley, perché autenticamente sociopatico, ma il ritratto del New Yorker è di una banalità imbarazzante

AP/Lapresse

A un certo punto Elon Musk finisce i soldi. È il 2008, e il tizio che da giovanotto andava sul sito della Nasa a cercare la tabella di marcia di quando sarebbero andati su Marte, e ci restava malissimo scoprendo che non c’era una data prevista, quel tizio lì si è messo a lanciare razzi nello spazio, che è un’attività più costosa che giocare a golf, e persino più che andare in sottomarino a vedere il relitto del Titanic.

I primi tre lanci falliscono, e Elon ha quasi finito i soldi, il quarto lo organizza con gli ultimi spiccetti trovati nel salvadanaio, e fortunatamente quello va bene, e quindi la Nasa finalmente gli fa un contratto da un miliardo e seicento milioni di dollari. Tutto è bene quel che finisce plutocrate.

Dell’anno in cui stava finendo i soldi, Musk aveva raccontato in tv, ma io l’ho trovato nel ritratto scritto da Ronan Farrow e pubblicato ieri dal New Yorker. Ritratto che Farrow racconta di averci messo un anno a scrivere, parlando con una trentina di «colleghi» (qualunque cosa significhi l’uso di questa parola per uno che di mestiere fa il miliardario) di Musk, e una dozzina di persone che fanno parte della sua vita.

E in cui tuttavia c’è pochissimo di nuovo: sembra uno di quei pezzi che si trovavano su Gente o Oggi quando li sfogliavo a casa di mia nonna, quelli che qualcuno s’era messo lì a fare coi ritagli d’archivio, cataloghi di roba già edita per lettori disattenti che non l’hanno letta altrove. Le poche cose originali sono imbarazzanti: c’è un esperto di ketamina che spiega che gli sbalzi di umore di Elon Musk si spiegano con l’ipotesi che faccia appunto uso di ketamina.

(Un giorno parleremo di come ormai anche i giornali prestigiosi debbano fare pezzi mediocri per lettori che non solo non capiscono la roba sofisticata, ma la ritengono anche un insulto – vuoi dunque farmi sentire stupido, tu élite dei media? – un giorno, ma non oggi).

Il pezzo di Farrow parte dall’Ucraina, da Musk che vuole dagli Stati Uniti i quattrocento milioni che gli costa garantire la connessione alle truppe americane, da Musk che ha praticamente da solo la gestione delle comunicazioni di guerra e tuttavia sembra simpatizzare con Putin, e getta subito nello sconforto quei quattro lettori che sperassero di vivere in un mondo di adulti.

Musk twitta non so che sondaggio su Russia e Ucraina, e a quel punto Zelensky twitta anche lui un sondaggio, preferite il Musk che appoggia l’Ucraina o quello che appoggia la Russia, e il sondaggio di Zelensky riceve molti meno voti giacché, ci spiega Farrow, Zelensky ha un ventesimo dei follower di Musk.

Più avanti nell’articolo, parlando dei capricci di Musk durante la pandemia, qualcuno dice che Musk «si ritiene uno dei padroni dell’universo e che quindi le regole a lui non si applichino». Ma francamente non è granché sorprendente che l’uomo più ricco del mondo si ritenga padrone del mondo stesso; è invece straziante e ridicolo che ciò si misuri coi follower di Twitter (o come si chiama ora).

(In caso vi foste persi il riferimento: i “Masters of the Universe” erano i pupazzetti, dall’omonimo cartone animato, per i quali andavano matti i bambini degli anni Ottanta. Ed erano anche il modo in cui, nel “Falò delle vanità”, Tom Wolfe chiamava i ricchi della finanza che facevano ciò che volevano a New York: i Musk di quarant’anni fa, quando i padroni dell’universo non twittavano).

C’è una ragione se Elon Musk ha scippato a Mark Zuckerberg il ruolo di miliardario cattivo della Silicon Valley, quello che tutti amano odiare. Sì, è perché è più ricco. Sì, è perché è più esplicitamente sprezzante nei confronti di noialtri mortali: ci vuole persino togliere il block da Twitter, a noi disgraziati che come unica manifestazione di potere potevamo impedire a Brocco81 di leggerci.

Ma, soprattutto, è perché è più autenticamente sociopatico. E, come tutti i veri matti, persino un articolo fatto con gli appiccichini di cose già uscite è un catalogo di meraviglie. C’è la volta, nel 2000, in cui è sulla sua McLaren da un milione di dollari con Peter Thiel. Thiel è l’Enrico Cuccia dei nuovi ricchi malati di mente. Assieme a Musk fondò PayPal, ma è anche stato il primo investitore in Facebook, e soprattutto è l’uomo che finanziò la causa per diffamazione che fece chiudere Gawker mandandolo in bancarotta.

Prima di allora, appunto nel 2000, i due sono sulla McLaren, Thiel chiede cosa sia in grado di fare quella macchina, e Musk risponde «Guarda qui», e sfracella la macchina facendola ribaltare. Ne escono vivi; e poi, a quanto riferisce Farrow, Musk fa rimettere a posto la macchina e la rivende guadagnandoci, quindi aveva ragione lui: è una follia controllata. Successivamente rassicura un intervistatore: coi razzi per Marte non è così spericolato, non dice «Guarda qui» per il capriccio di sfracellarli.

Leggendo, mi sono ricordata della prima volta in cui ho scritto un articolo su Musk. Era il 2017, e il miliardario cattivo era ancora Zuckerberg. Musk era stato quello di PayPal, era quello di Tesla: non si era comprato Twitter – il social che usano solo giornalisti e politici – cambiandogli nome, non si era messo a usare i social per dire alla gente che lui faceva come gli pareva, invece di simulare (malissimo) empatia come Zuckerberg.

All’epoca su Musk non c’era molto, e quindi la mia principale fonte per scrivere quell’articoletto era un racconto del loro matrimonio scritto dalla sua prima moglie sull’edizione americana di Marie Claire. C’era dentro una frase che persino Ronan Farrow riporta, perché per quanto quella prima moglie l’abbia intervistata era impossibile farle rievocare un momento più eloquente nello studio del personaggio.

Racconta Justine, la prima moglie, che alla festa di nozze – siamo nel 2000, l’anno della McLaren, l’anno delle scene primarie – Elon le si avvicina all’orecchio e le bisbiglia una frase che nel 2023 lo farebbe classificare come «maschio tossico», ma in quei tempi lessicalmente meno ubriachi al massimo bastava a qualificarlo come mitomane. La frase è: «Sono io l’alfa in questa relazione».

Non era una dichiarazione infondata: Elon Musk è diventato Elon Musk; della carriera di Justine, che pure porella ha scritto dei libri e si è data da fare, non si hanno notizie. Ha molto litigato per i soldi del divorzio, ha partorito i primi sei figli di Elon, il primo dei quali morto subito, e insomma è quella cosa che sembrava scomparsa nel Novecento e invece è tornata di moda: una che di mestiere fa l’ex moglie.

È indubbiamente vero che Elon è l’alfa in quella e in molte altre relazioni. A proposito degli appalti per il lancio dei razzi, l’ex amministratore della Nasa dice a Farrow che, peggio di un monopolio governativo, c’è solo un monopolio privato da cui il governo è completamente dipendente.

È indubbiamente vero che Elon non finirà tanto presto i soldi o l’egemonia sulle nostre vite, essendo latifondista di pezzi di futuro, come i viaggi su Marte e le macchine elettriche, e di pezzi di presente, come la nostra capacità di bloccare Brocco81. Però, ecco, non ci vuole un esperto di dinamiche relazionali (inspiegabilmente mancante tra le interviste effettuate da Farrow) per dire che l’alfitudine, come tutte le superiorità, è meglio se non te la autocertifichi.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter