Tutti i morti del presidenteUccidere oppositori e (presunti) traditori è l’unica cosa in cui il regime di Putin è efficiente

Prigozhin è solo l’ultimo russo fatto ammazzare, in modi più o meno brutali, dall’autocrate del Cremlino. Giornalisti, leader politici, ex agenti segreti: nessuno è realmente al sicuro in Russia

AP/Lapresse

Prigozhin, ma non solo. Su Wikipedia, c’è una pagina Suspicious deaths of Russian businesspeople (2022–2023) tradotta in otto lingue in cui si prova ad aggiornare il conto dei funzionari, oligarchi e pezzi grossi russi che da un po’ prima dell’attacco all’Ucraina hanno iniziato a volare giù dalle finestre o a fare altre fini misteriose.

Su Linkiesta pure avevamo provato a fare un computo al 2 settembre 2022, contandone dodici. Tre di loro erano stati pugnalati, tre erano appunto «caduti di sotto», due erano stati fatti fuori a pistolettate, uno era stato impiccato, uno strangolato, uno intossicato con veleno di rospo, uno non si sapeva come. Tra i luoghi del ritrovamento del cadavere: tre in appartamento, due in garage, uno in una villa affittata per le vacanze, uno in bagno, uno in piscina, uno in ospedale, uno nell’antro di uno sciamano, uno in un palazzo. Paesi del ritrovamento: nove in Russia, di cui sei a Mosca, uno a San Pietroburgo, uno a Nizhny Novgorod e uno nel Caucaso; uno nel Surrey (Regno Unito); uno in Catalogna (Spagna); uno a Washington (Stati Uniti). Ma probabilmente la lista era incompleta, e comunque la moria è poi continuata. La pagina di Wikipedia ne enumera infatti trentatré per il 2022 e sedici per l’anno in corso.

Su Wikipedia c’è poi la pagina “List of journalists killed in Russia”, tradotta in quattro lingue tra cui italiano. Tra il 1993 e il 2009 ne conta centosessantacinque, e dal 2010 un’altra trentina. La più famosa è Anna Stepanovna Politkovskaja: autrice di articoli infuocati sulla Novaja Gazeta e di un libro sulla Russia di Vladimir Putin, il 7 ottobre 2006 venne assassinata a colpi di pistola nell’ascensore del suo palazzo, dopo che nel settembre del 2004 avevano tentato di avvelenarla.

Su Novaya Gazeta scriveva anche Anastasia Baburova, assassinata nel gennaio 2009 insieme all’avvocato difensore dei diritti umani Stanislav Markelov mentre si trovavano per le strade di Mosca. E aveva accompagnato la Politkovskaja nelle sue indagini anche Natalia Estemirova, a sua volta trovata morta nel 2009 a pochi metri dal Cremlino.

Yuri Shchekochikhin, altro giornalista investigativo, era dietro il caso “Tre Balene”: un piano di corruzione all’interno dell’Fsb. Misteriosamente, pochi giorni prima dell’incontro con l’Fbi per presentare i suoi documenti e andare avanti sull’indagine, il 3 luglio 2003, morì nel suo appartamento a causa di un allergene non identificato. L’anno scorso il redattore capo del quotidiano statale Komsomolskaya Pravda, Vladimir Nikolayevich Sungorkin, è morto «improvvisamente» di ictus durante un viaggio d’affari nella città russa di Roshchino, ma l’autopsia rivela segni di soffocamento. E sono solo alcuni dei nomi più noti.

A parte c’è una lista di altri diciotto caduti in connessione al conflitto russo-ceceno. Tra loro anche l’italiano Antonio Russo, di Radio Radicale. Dopo aver documentato guerre e stragi in Algeria, Burundi, Ruanda, Ucraina, Colombia, Bosnia e Kosovo, fu trovato morto il 16 ottobre del 2000 in Georgia, su una stradina di campagna a venticinque chilometri da Tblisi, e in prossimità della base russa di Vasiani.

Ferocemente torturato, il suo cadavere livido presentava chiare tracce di uccisione attraverso quello schiacciamento del torace che era un metodo tipico dei servizi segreti sovietici. Non solo le videocassette, articoli e appunti che portava con sé non furono mai ritrovati, ma anche il suo alloggio fu trovato privo di appunti e video, anche se gli oggetti di valore non erano stati invece toccati. Due giorni prima aveva parlato alla madre di una videocassetta scioccante, con torture e violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena.

Non ci sono invece pagine specifiche Wikipedia su leader politici uccisi da Putin. Ma anch’essa potrebbe essere facilmente riempita, arrivando alla dirigenza della Wagner nell’aereo abbattuto dalla contraerea. Tra loro, Boris Nemtsov: un ex-vice primo ministro che, dopo aver sostenuto la vittoria di Putin alle elezioni presidenziali del 2000, era diventato un fervente attivista dell’opposizione. È morto nel 2015 dopo essere stato colpito da un proiettile, appena un giorno prima di una marcia che aveva organizzato per respingere il coinvolgimento militare in Ucraina e la situazione economica. A segretario della Comunità degli Stati Indipendenti era arrivato l’oligarca Boris Berezovsky: imprenditore, politico e matematico. Trovato impiccato nella sua casa di Sunninghill (Regno Unito) il 23 marzo 2013.

Un’altra lista è quella degli ex agenti segreti bollati come «traditori». Esule nel Regno Unito, fu colpito dalla vendetta putiniana Alexander Litvinenko: ex ufficiale del Kgb avvelenato nel 2006 col polonio, dopo aver detto che Putin aveva organizzato attentati per incolpare i ceceni. Anche Sergei Skripal, ex del Gru a sua volta esule nel Regno Unito, subì un tentativo di avvelenamento con novichok nel 2018. Lui si salvò, come l’oppositore Navalny: lui un politico, ma trattato con questo sistema che il putinismo sembra avere a cuore appunto per le «spie».

Insomma, non è neanche potuto andare di persona a Johannesburg perché correva il rischio di essere arrestato. Lo sbarco sulla luna di una sonda russa subito prima del vertice si è concluso con un fallimento tanto più cocente in quanto subito dopo ha avuto invece successo la sonda indiana. Il rublo è ai minimi. Mosca è colpita da droni a ripetizione. Gli ucraini sono sbarcati in Crimea. Ma Putin ai Brics ha potuto comunque presentarsi con un successo, anche se ha avuto la delicatezza di non rivendicarlo pubblicamente. È caduto l’aereo in cui stava a bordo tutta la dirigenza della indocile Wagner. Uccidere oppositori e «traditori», o supposti tali, è l’unica cosa in cui il regime è efficiente. Drammaticamente efficiente.

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