Papaya d’annataIn Sicilia la crisi climatica fa convertire i viticoltori ai frutti tropicali

Il settore viticolo siciliano sta affrontando una crisi con una prevista riduzione del quaranta per cento della produzione, a causa di un'ondata di calore e della diffusione della peronospora. Ma alcuni imprenditori hanno trovato un modo per non abbandonare i propri terreni: trasformarli in campi di melograni e colture esotiche

Lapresse

Sono quelli che si lamentano sempre. Se piove, perché piove, ed è emergenza. Se c’è lo scirocco, perché c’è lo scirocco, ed è stato di calamità. Se c’è troppo caldo l’uva matura prima, se c’è troppo freddo non si raccoglie. Se l’uva è troppa è un disastro perché si abbassa la qualità. Se l’uva è poca è un disastro perché il comparto è in ginocchio. Insomma, i viticoltori, in Sicilia, in termini di lagnanze sono dei professionisti. Eppure, questa volta hanno ragione. Il vino siciliano, infatti, sembra incappato in una tempesta perfetta. In ogni discorso pronunciato nelle riunioni affollate di questi giorni, negli appelli, nei tavoli istituzionali ricorre un numero: il quaranta. Perché è del quaranta per cento il calo della produzione che si prevede, alla vigilia dell’avvio della vendemmia più lunga del mondo (quasi cento giorni da agosto a ottobre) che quest’anno rischia di essere anche una delle più travagliate.

Tutto nasce dalla combinazione di alcuni fattori. Innanzitutto, l’ondata di calore, con temperature mai viste prima, che hanno bruciato le vigne. E poi l’incubo di ogni vignaiolo: la peronospora, vale a dire la peste della vite. Ed è dovuta… alla pioggia. La malattia più grave che possa colpire la vite, infatti, è tornata grazie alle piogge eccezionali di maggio e giugno, che hanno colpito foglie, province e grappoli.

La Regione Sicilia, che dedica gran parte del suo bilancio all’agricoltura, è stata già coinvolta dalle organizzazioni che rappresentano i venticinquemila produttori di uve isolani. Di soluzioni, però, non ce ne sono molte, a parte aprire ancora di più il rubinetto dei finanziamenti e dei ristori, con la speranza che da Roma arrivi qualche aiuto concreto. È per questo che gli ispettori dell’asessorato all’Agricoltura stanno battendo le campagne siciliane documentando tutto con foto, video e dati completi, in modo da essere ancora più convincenti quando ci sarà da bussare al Ministero per l’Agricoltura. Una prima stima riporta venti milioni di euro di danni alla produzione. Il governo regionale ha risposto con un primo stanziamento di sette milioni.

Va controcorrente Assovini (Associazione Nazionale Produttori Vinicoli e Turismo del Vino). «La qualità la condizione e la qualità delle uve in Sicilia non sembra essere compromessa», dice la presidente Mariangela Cambria. Grazie al ritorno delle temperature più fresche, il calo iniziale, stimato fino al quaranta per cento in alcune zone, potrebbe essere inferiore.

«La qualità delle uve è ottima. È vero, abbiamo perso circa il quaranta per cento delle uve, anche se essendo tornate temperature più fresche le uve non bruciate stanno iniziando a riprendere vigoria per cui il calo potrebbe complessivamente essere inferiore», commenta Filippo Buttafuoco, tecnico viticolo di Cantine Settesoli. «La vendemmia 2023 sarà una delle più difficili degli ultimi tempi» dice l’imprenditrice Arianna Occhipinti. «Questo non vuol dire però che la qualità delle uve sarà messa in discussione, anzi, possibilmente avremo meno quantità ma una maggiore qualità», conclude Occhipinti.

Il fatto è che il cambiamento climatico investe la Sicilia più di ogni altra regione e obbliga ad un ripensamento globale di tutto il secolare sistema di coltivazione della vite e di produzione dell’uva. Lo sanno bene i giovani, che hanno iniziato ad abbandonare i vigneti per darsi alla coltivazione esotica. In provincia di Trapani i vigneti lasciano lo spazio ai melograni. C’è una varietà della pianta ideata nei laboratori israeliani, la Wonderful, che ha trovato, infatto, in Sicilia occidentale un luogo d’elezione. Le piante hanno un’altissima resa, e il melograno è uno dei frutti più richiesti dall’industria della cosmesi, come da quella alimentare.

Sono soprattutto i frutti tropicali, però, ad avanzare, dall’avocado alla papaia al mango “Made in Sicily”. Una rivoluzione. C’è chi ha avviato anche delle piantagioni sperimentali di caffè, come la famiglia Morettino: sessanta piante di Arabica, a San Lorenzo ai Colli, sulle colline vicino Palermo. Con le temperature superiori a venti gradi, in pieno inverno, non può essere altrimenti.

Secondo uno studio di Coldiretti, si registra un aumento di coltivazioni di avocado e mango di diverse varietà nelle campagne tra Messina, l’Etna e Acireale, ma anche di frutto della passione, zapote nero (simile ai cachi, di origine messicana), sapodilla (dal quale si ottiene anche lattice), litchi, il piccolo frutto cinese che ricorda l’uva moscato. Le storie sono tante.

In provincia di Palermo, Il filo tropicale, azienda agricola siciliana, si è specializzata in mango e avocado da agricoltura biologica. A Messina, Cupitur esporta i suoi frutti tropicali con il bollino “Made in Sicily” nel nord Europa. A Terrasini, in provincia di Palermo, c’è un’agrifarmacia, cioè un’azienda che produce una tonnellata l’anno di papaya per sfruttarne le proprietà terapeutiche. E alle pendici dell’Etna viene prodotto, addirittura, un olio di avocado.

Alle spalle di queste ed altre realtà c’è quindi la scelta singolare e controcorrente di alcuni giovani, una nuova generazione che anziché abbandonare la terra, ha preferito abbandonare la vite. E non si lamentano.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter