La generalessa Felicia Kingsley, il Carneade di montagna e la storia di come sono diventata Livia Turco

Ho perso il polso del paese reale: non avevo visto arrivare l’architetto di Carpi (Serena Artioli) che, col nome anglofono, ambienta i suoi romanzi rosa a Manhattan o a Londra invece che nella bassa padana, e nemmeno altri bestselleristi. E così ho capito che aveva ragione l’ex ministra a non interessarsi dei tronisti

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«Anch’io scrivo libri, ma non sono arrivato neanche a un decimo di quello che hai venduto tu: un milione e mezzo!». Il primo risultato che mi dona Google cercando “Felicia Kingsley” è un’intervista a Unomattina, in cui un Carneade la accoglie con quella che io penso essere una millanteria: ma figurati se uno che non ho mai sentito nominare ha venduto centocinquantamila copie.

Questa è la storia d’una sconfitta. La mia sconfitta di osservatrice della realtà, la mia sconfitta di donna che vive nel suo tempo e nella performance, la mia sconfitta di illusa d’avere il polso del paese reale.

Una ventina d’anni fa, in un programma televisivo, Livia Turco si piccò di non sapere chi fosse Fabrizio Corona. Erano gli anni in cui pensavo che la sinistra avesse il problema di non capire l’importanza di Carolina Invernizio (non sapevo che poi, come tutti, la sinistra sarebbe finita a occuparsi solo delle puttanate).

Scrissi centinaia di righe stigmatizzando l’effetto-Turco (non sapevo che poi sarei finita a rivalutarla, Livia e il suo essere fuori dal mondo, Livia e il suo rifiuto di mandare a memoria i nomi dei tronisti, Livia così squisitamente démodé). Questa è la storia di come sono diventata Livia Turco.

Quando sono arrivati gli ultimi dati di vendita dei libri, quelli relativi alla settimana scorsa, e ho visto in cima il nome di Felicia Kingsley – sopra il solito generale, sopra Michela Murgia, sopra Stephen King – ho detto a me stessa: ah, sì, la solita chick-lit inglese.

Chick-lit è il modo in cui negli anni Novanta chiamavamo quel che adesso viene chiamato romance e che, quando avevamo più confidenza con l’italiano, si chiamava romanzo rosa, o romanzo d’amore. Gli ultimi rimasti a non fingersi fluent in inglese sono quelli che compilano i dati di vendita Gfk, che di fianco alla Kingsley scrivono «narrativa rosa».

Il nome mi diceva qualcosa anche prima di vederlo sopra a Vannacci (al quale oltretutto mi sembra risposta ideale: il nuovo libro della Kingsley si chiama “Una ragazza d’altri tempi”, e che cos’è se non la descrizione delle femmine come le vorrebbe il generale, meno fattucchiere e più ragazze del secolo scorso?).

Ho fatto una cosa che non bisogna fare mai: sono andata su Google. Come sarebbe è di Carpi. Come sarebbe non si chiama davvero Felicia Kingsley (sarà senz’altro un omaggio a Kingsley Amis). Come sarebbe faceva l’architetto e poi ha cominciato ad autopubblicarsi, ma allora è proprio la generalessa.

Alle ventitremila e quattrocentoundici copie che ha venduto di “Una ragazza d’altri tempi”, al fatturato che nella sola scorsa settimana Serena Artioli in arte (e in probabile umore) Felicia ha fatto fare a Newton Compton, vanno aggiunte: 2.913 copie di “Due cuori in affitto”; 2.063 copie di “Innamorati pazzi”; 1.782 copie di “Una cenerentola a Manhattan”; 1.662 copie di “Stronze si nasce” e 1.657 di “Prima regola: non innamorarsi” (vorrei uno studio sociale delle cinque lettrici di differenza tra queste due opere, cinque che la settimana scorsa sono entrate in libreria per Felicia ma si son dette: no, io quello con la parolaccia nel titolo no); eccetera, ora non è che posso trascrivervi tutte le vendite con cui farei a cambio tra quelle di Serena detta Felicia, che in una sola settimana è più letta di quanto lo sia io in tutta la vita.

Nel solo 2022, Newton Compton ha venduto trecentosettantacinquemila copie dei libri di Felicia. C’è uno studio per tutto, e ce n’è anche uno che dice che c’è un segmento di pubblico il quale su Amazon proprio non compra, e quindi se Felicia avesse continuato ad autopubblicarsi probabilmente avrebbe totalizzato meno copie. Ma si sarebbe tenuta una percentuale assai maggiore sugli incassi. Alla fine le sarebbe convenuto.

Epperò persino l’architetto di Carpi che si cambia nome per essere più credibile nell’ambientare i romanzi a Manhattan o a Londra invece che nella bassa padana, persino lei vuole l’editore vero, che la metta sugli espositori delle vere librerie – quelle dove il paese reale entra a comprare le Moleskine – e le stampigli in copertina «un’autrice da trecentomila copie» (nel 2020), «un’autrice da oltre cinquecentomila copie» (nel 2022), e finalmente «oltre un milione di copie» sui tomi pubblicati nel 2023.

Figuriamoci se ci possiamo meravigliare che alla fine Vannacci ceda e, invece di lucrare tutto quel che può da Amazon, dia il suo tomo a un editore che gli darà la soddisfazione ultima dell’autore di provincia: permettere alla zia di andare nella libreria di paese, indicare il volume, e dire che quello è suo nipote.

Figuriamoci se possiamo continuare a stupirci della renitenza di quelli che si percepiscono scrittori a non appoggiarsi a prestigioso editore. Editore che sì, farà loro una copertina bruttissima, perché della foto scelta si accorgerà all’ultimo di essersi scordato di chiedere i diritti; editore che sì, risparmierà appaltando l’editing a un service esterno di laureati in materie umanistiche che non vedono i refusi ma si percepiscono sottostimati da questa zozza società; editore che sì, diventerà l’argomento di conversazione preferito dell’autopercepito grande autore per il quale il mancato Nobel sarà da attribuirsi all’inadeguatezza dell’editore – ma sarà comunque meglio che fare la figuraccia d’un Vannacci o d’una Kingsley che si autopubblicano.

Ho chiesto al mio spacciatore di Gfk quanto avesse davvero venduto il Carneade di Unomattina, lui e i suoi libri sulla montagna che non avevo mai sentito nominare. Quando mi ha detto le cifre, mi sono arresa. Persino il Carneade di montagna vende quanto gli scrittori di prestigio, e senza che io mi accorga della sua esistenza.

Era già successo. Vi ricordate il nomade digitale, l’uomo col concio, quello che con la sua febbre tropicale era primo in classifica mesi fa? Neanche lui l’avevo mai sentito nominare prima d’allora, ma intanto la scorsa settimana, tra una Felicia e l’altra, spuntano non solo l’ex primo in classifica del nomade, arrivato intanto a settantasettemila copie, ma anche un libro sempre del nomade di tre anni fa, che continua a macinare vendite ed è intanto arrivato a centocinquantamila. E io qui, nella nicchia liviaturchica, a chiedermi quand’ho smesso di capire il mondo.

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