
Dopo che i trumpiani sono riusciti a silurare il (loro) speaker della Camera dei rappresentanti, Kevin McCarthy, è cominciato il casting per sostituirlo. Comprensibilmente, lui si è rifiutato di indicare un nome e, in una riunione a porte chiuse, ha escluso di ricandidarsi. Le truppe del Gop, stando ai giornali americani, si sono divise in capannelli. È la prima volta che viene deposto uno speaker.
A correre saranno invece il leader della maggioranza al Senato, Steve Scalise, di fatto il vice di McCarthy, e Jim Jordan dell’Ohio, dell’ala più a destra del partito. Entrambi sono meno moderati del deputato californiano. Scalise è una figura più in linea con la tradizione, convinta di poter «unificare il partito», come ha scritto ieri in una lettera ai colleghi.
Jordan si è contraddistinto per non aver cooperato con la commissione d’indagine sul 6 gennaio 2021 e per le bordate al figlio del presidente, Hunter Biden. Nel suo messaggio si è concentrato sull’attacco alle «politiche di estrema sinistra» che a suo dire «stanno distruggendo le nostre comunità». Lo speaker pro tempore, Patrick T. McHenry, ha fissato per martedì una riunione dei repubblicani e per mercoledì il voto.
Con il rischio di uno shutdown – rinviato di quarantacinque giorni, ma l’accordo con i Dem, merito di McCarthy, va rinegoziato prima, il 17 novembre – il Congresso è paralizzato. Il suo funzionamento è compromesso. Anche se la Costituzione non nomina le funzioni precise di questa carica, nel corso del tempo la sua importanza è aumentata. Gestiscono i tempi delle repliche, fissano il quorum e l’ordine dei lavori, nominano parte dello staff, tra cui lo storico del Congresso. I due speaker precedenti hanno avviato un impeachment contro l’allora presidente.
Dopo una nomina accidentata – lo scorso gennaio erano serviti quindici round per eleggere lo speaker uscente – la mozione di sfiducia, da parte di Matt Gaetz (Florida), è stata votata da otto repubblicani (oltre ai democratici in blocco). «Abbiamo forti divergenze, ma dobbiamo smetterla di vederci come nemici. Dobbiamo parlarci», ha commentato Joe Biden.
Tra gli altri papabili c’è Tom Emmer (Minnesota): non si è ancora candidato ufficialmente, ma potrebbe farlo se Scalise o Jordan non raccogliessero consensi. Alcuni dei «ribelli» gli avrebbero già chiesto di scendere in campo. L’unico consiglio di McCarthy a chi verrà dopo di lui è: «Cambia le regole». Donald Trump, al momento, non ha dato indicazioni: dice di essere impegnato troppo sulla candidatura per la nomination.
Come se non bastasse, racconta il New York Times, si rivede Steve Bannon. L’ex stratega trumpiano, da un seminterrato vicino a Capitol Hill, ha usato il suo podcast “War Room” (non questo “War Room”, sono solo omonimi) per fomentare la ribellione e spettacolarizzare il caos nel Gop e, in ultimi istanza, facilitarla. Ha fornito ore di stream, e quindi agibilità mediatica, a Gaetz e i suoi accoliti.