L’Italia in neroL’immobilismo della politica in un Paese senza punti di riferimento

Il governo Meloni è fermo, non sta facendo nulla di sostanziale, ma gode di questa stagnazione di fronte a una sinistra altrettanto statica. E intanto l’intera nazione resta anchilosata nella sua disillusione

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Non sta arrivando il fascismo, e nemmeno una sua parodia. Però questa Italia si va tingendo di nero, il colore della melanconia. Si danno le armi a poliziotti non in servizio. Si può mandare in galera una donna, meglio se rom, incinta. Si aggredisce un deputato dell’opposizione ricevendo la solidarietà di un ministro. Si ostacola la scienza trincerandosi dietro il «mangiare bene». Si mettono i bastoni tra le ruote al diritto di sciopero. Si allestiscono mostre di governo. Si distrugge la tv di Stato. Si bypassa il Parlamento.

L’Italia in nero è un insieme di luci che si spengono sormontata da una coltre ansiogena che nega ogni entusiasmo. Ci vuole uno Jannik Sinner per tirare su il morale. O una Paola Cortellesi. Bravi loro ma servirebbe anche dell’altro. Il Paese è fermo. Bloccata nella schermaglia tra due radicalismi discendenti della sinistra e della destra, la politica è incapace di trovare strade nuove in attesa della disfida delle elezioni europee. La società ristagna nel suo immobilismo e nella sua strutturale precarietà. La borghesia che ha tenuto la scena per almeno due secoli perde ruolo, potere e soldi, e i ceti meno abbienti si aggrappano dove possono, ai redditi di cittadinanza e a qualche bonus. La televisione peggiora, il cinema ha qualche sprazzo più scintillantema ma ormai ci vanno gli anziani. I giovanissimi fondamentalmente se ne fregano delle questioni degli adulti, il loro mondo ha meno sogni, è già duro a sedici anni. Le due guerre che si stanno combattendo, una contro l’imperialismo e l’altra contro il terrorismo, costituiscono il lugubre fondale di questo palcoscenico e hanno già stancato, come dicono le curve dell’audience che ormai tutto governano.

L’Italia in nero non ha punti di riferimento, anzi, ne sta perdendo: la politica nel bene e nel male lo è stato per decenni; quel po’ di welfare che avevamo lo stiamo perdendo, malgrado i duecento miliardi del Pnrr, la credibilità di magistratura, giornali, sindacati scema ogni giorno.

Gli italiani sanno benissimo che Giorgia Meloni non ha le chiavi per risolvere tutti questi problemi, persino dentro quel ventisei per cento che l’ha votata sono in molti ad averlo fatto giusto per vedere l’effetto che fa, perché era “nuova”, e dopo un anno capisce che non gli ha cambiato niente nella vita.

Il governo Meloni a guardar bene non sta facendo nulla di sostanziale, di strutturale: passa giusto qualche mano di vernice per dare l’idea che tutto va bene, come il Tg1 ricorda ogni sera all’Italia dei tinelli. Certo, ogni tanto c’è un’alluvione, una frana, un terremoto: il governo stanzia i fondi che però non arrivano mai, ma a quel punto la gente già se n’è dimenticata

Il Paese è in una recessione morale nella quale vale tutto, da una premier “argentina” – che si appella al popolo contro i partiti – a un vicepremier che precetta i lavoratori. Il consenso del governo è anche e soprattutto un dissenso verso un’opposizione che ha il compito arduo di fare proposte al tempo stesso serie e popolari, ma a molti non sembra all’altezza della situazione. E anche l’opposizione ha come un velo nero che la circonda e mette un po’ di tristezza, al punto che un sindacato che negli anni ha perso tanto terreno in questa fase sembra un’ancora di salvezza.

I giovani dirigenti del Partito democratico non hanno una vera e propria strategia sul come far cadere il governo e comunicano al Paese proprio questa incertezza, che si traduce in uno stallo politico. Non è chiaro se Elly Schlein voglia fare delle elezioni europee un clamoroso derby con la destra di Giorgia Meloni mettendo sul piatto la sopravvivenza del governo. Probabilmente non ne vede ancora le condizioni. Forse ha qualche carta per il “dopo”. Chissà. Ma è chiaro che il tempo che passa lavora per Giorgia, per consolidare il suo potere. La stagnazione le conviene. E il Paese, a partire dalle sue componenti più dinamiche, gli imprenditori illuminati, gli intellettuali, le donne progressiste, gli studenti, aspetta tempi migliori, intanto nessuno si muove. E gli italiani si arrabattano, scontenti fuggono appena possono da città invivibili mentre le zone interne si desertificano.

Questo “umor nero”, questo rancore collettivo, questo perenne spirito polemico gonfia le vele di una destra vendicativa che soffia sul fuoco della rivalsa: contro la sinistra, contro la correttezza, contro la laicità, contro la ricerca, contro la modernità. Ecco Tolkien, dunque, non Einstein. Qualcuno reagisce, va in piazza. Ma il Paese è anchilosato nella sua disillusione, tutto lo infastidisce.

L’Italia in nero non vuol dire che sta ridiventando fascista. Vuol dire che ha un sacco di problemi esistenziali come un adolescente incerto. O meglio, ha come una malinconia di un vecchio che rinuncia alla vita.

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