Analfabeti con tre testeDivagazioni sul grande gossip letterario di fine 900, svelato da Andrew Wylie

«Moglie di amico di famiglia si scopa sia il padre sia il figlio» è una storia abbastanza popolare, ma siccome riguarda degli scrittori, gli Amis e Barnes, e l’ha raccontata un agente letterario in una favolosa intervista, non incuriosisce un pubblico abituato a cercatori di consenso e non a portatori di talento

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Tanto per cominciare, vorrei chiedere scusa a Decca Aitkenhead, che due giorni fa ha intervistato Andrew Wylie per il Sunday Times. Ma, poiché conosco i limiti del mio pubblico, che di certo non legge il Sunday Times per il quale serve, nientemeno, pagare un abbonamento, di certo non ha memoria storica delle polemiche degli anni Novanta, e di certo ha come orizzonte culturale nella migliore delle ipotesi Ilary Blasi e nella peggiore Francesco Lollobrigida, servirà un po’ di contesto.

A metà degli anni Novanta, Martin Amis – secondo la definizione data da lui stesso, unico romanziere ereditario d’Inghilterra: figlio di Kingsley – pubblica quello che è l’indiscusso capolavoro letterario di fine Novecento, “L’informazione”.

«Indiscusso» in un mondo ideale in cui la gente sappia di cosa parla. Mentre cerco di capire con quanto ritardo Einaudi lo pubblicò in Italia, sulla pagina Amazon del romanzo vedo la singola stellina che gli ha lasciato Concetta Aversa, con la motivazione «impossibile da leggere oltre la trentesima pagina, se ci si arriva alla trentesima perché è veramente difficile da seguire». Poi ci torniamo, alle Concetta Aversa del mondo, e a me che riconsidero le mie idee sulla libertà d’espressione.

Martin Amis si era appena rifatto i denti (se avete letto “Esperienza”, sapete che quello coi denti è stato il suo rapporto più problematico; se non l’avete letto, non capisco perché perdiate tempo con me), aveva speso un sacco di soldi, e si chiedeva cos’era a fare il più promettente quarantaequalcosenne della letteratura inglese se poi non lo coprivano di soldi.

La sua agente, Pat Kavanagh, era la moglie di Julian Barnes (nell’Inghilterra dotta si conoscono tutti), ed era una signora perbene di quelle che non fanno richieste economiche spropositate. Entra in scena Andrew Wylie, che noialtri ventenni dell’epoca non avevamo mai sentito nominare, e che a mia memoria è uno dei due unici casi in cui un agente diventa un personaggio (l’altro sarà Ari Emanuel, agente della William Morris, fratello del Rahm che fu braccio destro di Obama, e ispiratore del personaggio di Ari Gold nella serie “Entourage”).

Poiché non avevamo TikTok, per ripiego andavamo in edicola, e in edicola c’erano pagine culturali non fatte da cinquantenni disperati la cui massima ambizione è non perdere il treno di TikTok, e quindi quelle pagine culturali ci raccontavano cose che altrimenti non avremmo mai saputo, come il fatto che Andrew Wylie, da lì in poi detto Lo squalo, aveva ottenuto per Martin Amis un anticipo di cinquecentomila sterline, ma all’uopo Amis aveva dovuto tradire la moglie dell’amico e insomma era praticamente una puntata di “Santa Barbara”, ma coi letterati.

Da allora Andrew Wylie non è mai uscito dall’immaginario mio e di molte persone che frequento, lui e la sua convinzione che gli editori vadano fatti pagare caro perché solo se pagano caro il tuo libro poi lo promuoveranno adeguatamente, lui e i millecinquecento o giù di lì scrittori che rappresenta e di cui non riesco a capire come faccia a ricordarsi anche solo i nomi, lui e il suo essere l’agente di quasi solo giganti del pensiero e dell’azione.

Forse non se li ricorda, i nomi. Un paio di settimane fa il New York Times l’ha intervistato, ed era un’intervista piena di meraviglie, tra le quali l’ovvietà che però nessuno dice mai che l’intelligenza artificiale può rubare il lavoro solo agli scarsi. La mia preferita delle meraviglie, davanti alla quale chiunque abbia mai pubblicato un libro si sloga il collo annuendo, è quella sulle prove di copertina.

L’editore ti manda delle prove di copertina, e sono d’una bruttezza da vergognarsi, tu (tu Andrew Wylie) lo fai presente, e loro ti rispondono: qui in casa editrice piace a tutti. «Il numero di volte che ho ricevuto questa risposta è osceno».

Mi sono un po’ consolata, perché credevo che la totale mancanza di senso estetico fosse esclusiva italiana, una specie di contrappasso per aver avuto il Rinascimento. Ma no, è solo che noi non abbiamo degli Andrew Wylie che dicano agli editori «questa la diamo al gatto», e quindi qui i libri escono con le copertine orrende che in casa editrice piacciono a tutti, nella tradizione «buona la prima» che caratterizza la nazione in cui non si può perder troppo tempo a lavorare, c’è da fare aperitivo.

Ma la parte che mi fa pensare che non ricordi i nomi è quella in cui spiega che, se lui dice di avere per le mani un’opera di genio, gli credono, perché lui il genio lo frequenta, lui rappresenta, tra autori ed eredi, Salman Rushdie e Calvino e Borges e Nabokov. E poi all’improvviso, in questa lista di formidabili geni, cita Sally Rooney. Tu sei l’agente di Yasmina Reza. Sei l’agente di Chimamanda Adichie. E, se devi citare una femmina vivente il cui genio letterario sia fuori discussione, citi Sally Rooney. Non può essere altro che smemoratezza e l’immancabile «aspe’, fammi dire una donna».

Ma stavamo parlando – non ve ne sarete già dimenticati solo perché ho fatto centododici divagazioni – del grande scandalo letterario di fine Novecento, di Martin Amis e del suo anticipo. Il Sunday Times vede l’intervista degli americani, si dice «maledizione, perché non ci abbiamo pensato noi», e manda la Aitkenhead a incontrare Wylie.

Ne esce una seconda intervista stupenda, nella quale ci sono più domande su Amis (che ha vissuto gli ultimi decenni della sua vita a New York, ma era comunque un patrimonio nazionale inglese, oltretutto patrimonio ereditario), e in cui Wylie fa due rivelazioni pazzesche su quell’anticipo.

Una è che a lui i soldi non interessano (vabbè), che a lui interessa che gli autori siano ben pagati per stare in una stanza a scrivere senza preoccuparsi, e che quindi, visto che Martin aveva questo rapporto così stratificato con la Kavanagh, lui fece la trattativa per fargli avere mezzo milione di sterline, ma lasciò che a prendere il dieci per cento di commissione fosse lei. Che è «tipico: chi non sa ottenere un risultato poi è lieto d’essere pagato per il lavoro che non ha saputo fare», e che all’epoca non aveva reso noto questo dettaglio, accettando che gli dessero dell’avido squalo, per non umiliarla (Pat Kavanagh è morta nel 2008).

L’altra rivelazione è la ragione per cui Martin era restio a mollare la collaborazione con Pat. Martin Amis gli aveva detto, riferisce Wylie, che non poteva revocarle il mandato perché se l’erano scopata sia lui sia Kingsley. La rivelazione non mi stupisce più di tanto, neppure la colgo come tale, giacché negli anni ho letto abbastanza di quel giro da avere chiaro che non solo si conoscevano tutti, ma tutti andavano a letto con tutti.

Però Decca Aitkenhead rimarca che questa è una notizia, che in tutti i pettegolezzi letterari di quegli anni questa cosa non era mai stata detta, e io penso ma figurati, ma non è possibile. E quindi, avendo il vantaggio di avere oltre a un account TikTok anche una biblioteca piuttosto fornita, riprendo la biografia di Kingsley, ottocentoespicci pagine uscite nel 2008, e delle quali ovviamente ricordo pochissimo.

Pat Kavanagh era tra le fonti dell’autore Zachary Leader. Gli raccontava dell’amicizia sua e del marito con gli Amis, di Kingsley che a un certo punto litiga con Julian a proposito di “Il pappagallo di Flaubert”, di vari aneddoti ma mai, mai, buttava lì: e poi abbiamo scopato, anzi per la precisione mi sono scopata pure il figlio.

Ho passato la domenica pomeriggio a pensare a Zachary Leader, che per “The Life of Kingsley Amis” fu pure finalista al Pulitzer, e che diciassette anni dopo apre i giornali la domenica mattina (Leader è del 1946, farà colazione leggendo i giornali invece di controllare le tendenze su TikTok come la mia disperatissima generazione) e scopre che dalle sue ottocentoefischia pagine mancava un succulento dettaglio.

«Moglie di amico di famiglia si scopa sia il padre sia il figlio» è una storia abbastanza popolare da attecchire anche presso Concetta Aversa (non vi sarete già dimenticati di lei), se raccontata con parole semplici e giri di frase non troppo raffinati.

Ma non la puoi far apprezzare – su Chi, o su TikTok – a Concetta Aversa, perché non riguarda calciatori o tronisti o concorrenti di Sanremo; riguarda scrittori, una categoria di cui in questo secolo non si capisce più il senso: chi ha bisogno di autori, se posso accendere la telecamera del telefono e raccontare una storia con parole mie?

La risposta a questo interrogativo la dava sul New York Times proprio Wylie, che si picca di vendere libri colti, mica grandi successi di massa. Diceva che «l’obiettivo dei miei clienti non è essere Beyoncé, non è direttamente connesso alla popolarità. Diciamo che inviti un po’ di gente a casa per cena: vuoi che arrivino tutti? O vuoi un selezionato numero di persone intelligenti che ti divertano e che capiscano di cosa parli? Ci sono delle persone che non voglio alla mia cena. Hanno il diritto di vivere, ma non c’è bisogno che vengano a cena a casa mia».

Wylie, come poi ha ribadito l’altroieri al Sunday Times, non frequenta i social, e probabilmente è questo ad averlo reso immune alla più orrenda degenerazione del nostro tempo: la sostituzione del talento col consenso. Consenso che però si monetizza più del talento, e infatti l’intervistatore del NYT obiettava che però gli editori vogliono l’affollamento, e Wylie conveniva che sono avidi, che cercano di allargare – di abbassare – il più possibile perché tra i tuoi lettori ci siano proprio tutti.

«E alla fine chi ti legge? Analfabeti con tre teste. Vuoi passare la giornata con loro? Io no, grazie». Non bisogna essere snob con le masse, obiettava l’intervistatore, sembrando me quando cercavo di convincere i politici di sinistra a imparare i nomi dei tronisti (chissà se avrà modo di pentirsene quanto me).

Wylie concludeva che è un limite suo, non è il tipo che va a Disney World, l’intrattenimento di massa non fa per lui. E io da giorni penso a una Concetta Aversa con tre teste, uno spaventevole mostro della porta accanto di quelli che ci vorrebbe Shirley Jackson per raccontare.

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