La letterina e il campione “Unica” è la storia di Ilary, ma è anche uno scaldamutande di documentario

Il docufilm Netflix sulla Blasi, ex moglie di Totti, non dice nessuna delle cose che fa venir voglia di sapere, l’unico pregio è che lei sa essere stronzissima e conosce l’importanza di regalare citazioni citabili. La speranza è che almeno ci sia un sequel al maschile con protagonista Pupone

Lapresse

«A riguardarmi, una cretina». “Unica” è a due terzi quando smette di essere il «non prendetevela: prendetevi tutto» di una città che al posto delle socialite di Park Avenue ha le vallette; quando non è più solo la storia arcitaliana d’una quarantenne che se sospetta che il marito la tradisca chiama la mamma in lacrime; quando diventa la storia di tutti gli adulteri.

La storia di tutte le smentite del fedifrago, e tu che ci credi, tu che decidi che sono pettegoli gli altri, mica cornuta tu, e tieni il punto e dici ma-che-ne-sapete-voi, solo che se sei Ilary Blasi coniugata Totti non vai a dirlo a cena con le cognate ma in tv.

È perfetto e inverosimile come sa sceneggiarlo solo la realtà che, dal programma con Gerry Scotti nel quale si sculettava in mutande, siano usciti due pezzi della classe dirigente del secolo successivo. È perfetto che le due Letterine rimaste famose abbiano sposato una Francesco Totti e una Piersilvio Berlusconi, e quando si è trattato di andare a dire «ma quali corna» in tv la prima sia andata dalla seconda.

Nella storia di tutti gli adulteri c’è anche il dettaglio che abbiamo vissuto se non tutte noi almeno una nostra amica (più spesso: decine di nostre amiche): la moglie che, a corna ancora smentite, scopre che la sua prole viene portata fuori, dal fedifrago, coi figli dell’altra donna. Tu a mia figlia la tua amante non gliela fai incontrare capitoooo.

Ilary passa “Unica” a fare l’unica cosa che facciano le donne di successo in questo secolo: a dirci che non è unica ma tale e quale a noi. A dire «metterci la faccia», a fare la vittima di sessismo che «lui lo chiamavano “campione” e me “ex Letterina”», a piangere: Ilary piange benissimo, sembra proprio una di noi cornute a reddito inferiore.

Netflix non pensa che io voglia vedere “Unica”: non me lo propone in nessun punto della pagina di apertura della app (definita da un critico americano «il più prezioso metro quadro che si possa affittare»: siamo pigri, clicchiamo su quel che ci propongono, mica insistiamo a cercare qualcosa per cui avevamo aperto la app, ammesso che quel qualcosa esista).

All’inizio penso che sia un limite – che diamine potrà mai voler vedere, un’italiana, il mattino in cui esce la versione di Ilary Blasi: veramente mi proponete “Suburra” e Zerocalcare e “Lidia Poët”? – poi mi viene il sospetto che si stiano tutelando.

Mi viene il sospetto che non vogliano rischiare che ci clicchi gente che qualche giornale straniero ogni tanto lo sfoglia, e sa come funzionano e sa che per fare più d’un articolo su qualcosa quel qualcosa dev’essere come minimo una guerra, e riderà in faccia a Netflix quando l’esperto italiano dirà senza ironia che il New York Times ha pubblicato «decine di articoli» sulla separazione Totti/Blasi (articoli pubblicati sul tema dal NYT: uno).

“Unica” è uno scaldamutande dei documentari: non mi dice nessuna delle cose che mi fa venir voglia di sapere. La premessa è che, prima del vero tradimento con Noemi Bocchi, Francesco Totti colpevolizza la moglie per aver preso un caffè con un tizio.

Il caffè Ilary l’ha preso, a casa di questo misterioso tizio, assieme ad Alessia, la sua parrucchiera (puoi togliere a una ragazza il costume da Letterina, ma non puoi farne una che non si scelga come amiche le sorelle, le cognate, la parrucchiera: non capisco cos’aspetti la sociologia a raccontarci lo schema sempre uguale degli arricchiti che frequentano solo il loro staff, staff perlopiù fatto di parenti).

Ci fanno vedere persino le schermate di WhatsApp, e sentire gli audio con cui viene concordato questo caffè, eppure non si capisce niente: chi è questo ragazzo? Dove l’hanno trovato? Dai messaggi scambiati con la parrucchiera, che gli chiede persino se sia italiano, è chiaro che vanno a casa sua a prendere un caffè senza averlo mai incontrato prima.

Una delle donne più famose d’Italia va a casa d’uno sconosciuto? È questo quel che succede quando ti circondi di parenti e parrucchieri invece che di consigliori che sappiano dirti cosa non fare?

Tutto questo nessuno ce lo spiega, così come non ci spiegano l’allontanamento di Totti dal cugino, cugino che era «come un fratello», e la cui moglie è una delle migliori amiche di Ilary. Quindi il documentario che sono riusciti a tenere segreto fin quando Netflix non l’ha annunciato ufficialmente (bravissimi: l’unico documentario che vorrei vedere è quello sull’impresa impossibile di tenere un segreto a Roma) è stato girato coinvolgendo la moglie d’un cugino di colui che meno di tutti doveva saperlo. Me lo volete spiegare, questo nodo? Macché.

A un certo punto Ilary e questa moglie di cugino e le altre vanno a Londra, dove finalmente possono girare per strada e Ilary può trasecolare perché la prendono per russa (e la vedete quarantenne e ripulita e con le unghie normali, cari passanti londinesi: aveste visto la french quadrata con cui si sposò ventiquattrenne, chissà per cosa l’avreste presa).

Giacché a Roma puoi miracolosamente tenere il segreto del documentario su Ilary, ma certo non puoi farlo portandola nei posti dove vi vedrebbero; sarebbe stato bello farla parlare di suo marito all’Olimpico, ma non si poteva fare: stiamo parlando della tizia il cui matrimonio in diretta televisiva segnò la fine d’un’epoca, anche se allora non lo sapevamo.

Nel 2005 mancavano tre anni alla diffusione di massa dei social, e cinque a Instagram: le nozze Blasi/Totti andarono in diretta su Sky, come si usava nel secolo scorso, come quelle della Diana Spencer che si poteva permettere un paese senza star system.

Per parecchio tempo è sembrato che la storia non finisse, o almeno non male come quella di Diana e Carlo, ma poi sono arrivati i Rolex, le borsette, la più ridicola trattativa di divorzio di queste sciamannate lande. La Blasi, che in “Unica” racconta di non aver ceduto subito alla corte di Totti perché non voleva essere «un nummmero», è diventata la rapitrice degli orologi del marito («Quindi praticamente non solo mignotta, pure ladra»: se c’è una cosa che emerge dal documentario è che Ilary Blasi conosce l’importanza di regalare citazioni citabili).

Totti è diventato quello che le aveva preso le Chanel (intese come borse). Nel frattempo su Instagram arrivavano il diciottesimo di Cristian, con un décor che faceva sembrare minimal i Casamonica, e la vita quotidiana di Chanel (intesa come figlia), le cui unghie fanno sembrare la madre una dilettante: Ilary è una Visconti di Modrone, in confronto alla seconda generazione di ricchezza dei Totti.

(Ma per fortuna non lo è, sennò non ci direbbe mai, raccontando dell’investigatore da cui fa pedinare il marito, che mentre quello la tradiva «il bello è che la sera prima mi cercava, sessualmente»: dio benedica le ragazze non particolarmente ben nate, perché da esse ci vengono le uniche storie che valga la pena ascoltare, quelle non particolarmente beneducate).

Ovviamente “Unica” è una biografia autorizzata, e quindi la carriera di Ilary, che inizia a condurre reality quando i reality muoiono, ci viene presentata come poco meno di quella di Raffaella Carrà, e come insanabile ferita all’ego del marito che contemporaneamente veniva pensionato dal calcio.

Ilary Blasi sa essere stronzissima, come ricorda chiunque vide in tv la sua tirata contro Fabrizio Corona; tirata che era, come un po’ è anche “Unica”, un interessante trattato sulle classi sociali: in quel caso, era uno scontro tra una burina ripulita e uno ben nato ma determinato a imburinirsi.

Ilary Blasi sa essere stronzissima, e ce ne ricordiamo quando rievoca l’addio al calcio del marito, una diretta televisiva che, ancora una volta, sostituiva la nostra mancanza d’uno star system, così disperante da farci accontentare dell’ultima partita d’un calciatore locale.

(Se Francesco Totti fosse uscito dall’utero romano, se fosse andato a giocare all’estero, se non avesse preferito essere un imperatore locale all’avere una vera carriera, Ilary Blasi sarebbe stata una Victoria Beckham? Non lo sapremo mai).

Ilary Blasi sa essere stronzissima, dicevo, e lo si capisce quando butta lì, in levare, come non fosse la frase che resta d’un’ora e venti di documentario, come non fosse l’immagine che d’ora in poi verrà associata a Francesco Totti sempre e per sempre, che per giorni, settimane, suo marito «era sul divano a vedere a loop l’addio».

È un’immagine più convincente di quella evocata dalla madre di Ilary, convinta che Totti sia un uomo raffinato, che spiega che all’inizio, quando lui aveva preso a frequentare la loro umile casa, era un po’ imbarazzata, pensandolo abituato ad ambienti più eleganti.

Speriamo che sia più vero l’identikit da ex povero di quello da ex principe, altrimenti non possiamo sperare nelle speculari rivelazioni dell’ex marito, in un prossimo “Unico” dal quale avere un’altra versione sui doppifondi in cui nascondere accessori di Hermès; ma, soprattutto, un’intervista in cui il marito ci sveli dove la moglie e la parrucchiera avessero trovato il misterioso tizio dell’inspiegabile caffè.

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