Lo chiamavano europeistaUn’altra grande vittoria di Conte e del Movimento affonda-Stati

In questi anni il M5s ha fatto al mercato politico quello che il superbonus ha fatto al mercato edilizio, distorcendo tutti i valori, alimentando ogni genere di truffa e incoraggiando tutte le possibili speculazioni

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Qualunque cosa si pensi del Meccanismo europeo di stabilità, detto anche Fondo Salva-Stati, bisogna riconoscere che senza Giuseppe Conte e il Movimento 5 stelle, con ogni probabilità, Giorgia Meloni non avrebbe avuto particolari problemi a ratificarlo più o meno di soppiatto, rimangiandosi le passate dichiarazioni al riguardo, come non ne ha avuti a rimangiarsi il blocco navale per fermare l’immigrazione, e prima ancora l’abolizione delle accise sulla benzina, e prima ancora la battaglia per togliere le sanzioni alla Russia, e prima ancora la campagna per uscire dall’euro (potrei continuare, ma penso di aver reso l’idea).

Da questo breve riepilogo si potrebbe essere tentati di tracciare un parallelo con lo stesso Conte nella sua duplice esperienza di governo, prima anti-europeista e poi ultra-europeista, prima orgoglioso di una grottesca battaglia sul deficit al due-virgola-zero-quattro per cento (se non ve la ricordate, meglio per voi) e poi di avere convinto l’Unione a riempirci di miliardi pur di non lasciarci fallire. Il parallelo risulterebbe del resto ancora più convincente se riferito in generale al Movimento 5 stelle, che dal 2007 a oggi ha scritto il copione pedissequamente seguito prima dalla Lega e poi da Fratelli d’Italia: dalle battaglie no euro a quelle no vax, passando per gli elogi a Vladimir Putin, le campagne su Bibbiano e quelle contro Laura Boldrini.

Per quanto però il parallelo regga e io stesso l’abbia più volte utilizzato, oggi devo ammettere che non rende piena giustizia al ruolo e all’influenza decisiva che Conte e il Movimento 5 stelle hanno saputo esercitare su alleati e avversari, a destra e a sinistra, incalzando gli uni e gli altri in modo da spingerli a dare sempre il peggio di sé. Lo sfregio al cosiddetto Fondo Salva-Stati è solo l’ultimo risultato di questo sforzo costante e indefesso, del resto pienamente coerente con la storia e la natura di quello che potremmo a buon diritto definire il Movimento Affonda-Stati, e non solo per le sue politiche di bilancio. In pratica, il Movimento 5 stelle ha fatto al mercato politico quello che il superbonus 110 per cento ha fatto al mercato edilizio, distorcendo tutti i valori, alimentando ogni genere di truffa e incoraggiando tutte le possibili speculazioni.

Pensateci un momento. Non era facile immaginare che un giorno sarebbe spuntato sulla scena qualcuno capace di fare concorrenza a Matteo Salvini persino sul terreno delle misure più odiose verso rifugiati e chi si preoccupa di salvarli. E non mi riferisco solo alle orrende vanterie dell’allora ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli (M5s), che rivendicava al suo dicastero e al presidente Conte il merito della politica dei «porti chiusi» (non senza buoni argomenti, peraltro), ma anche a precisi emendamenti mirati a rendere più dure le sanzioni per le ong colpevoli di salvare vite in mare, con cui i grillini sono riusciti a peggiorare persino i decreti Salvini.

Per quanto riguarda l’influenza nefasta che i cinquestelle hanno avuto sul Pd e sul centrosinistra in generale, ci vorrebbero dei libri (e l’intero archivio de Linkiesta), ma qui basta ricordare, oltre al clamoroso dietrofront sul taglio costituzionale dei parlamentari, il capolavoro del superbonus 110 per cento, subito emulato dal ministro Dario Franceschini con il non meno celebre bonus facciate. Una scelta tanto più significativa per un partito che aveva passato i precedenti vent’anni a magnificare come principale risultato dei propri governi il rigore nella gestione dei conti e il considerevole «avanzo primario» conseguito.

Bisognerebbe poi parlare della giustizia, dell’uso politico e giornalistico delle carte giudiziarie, e più in generale dei modi e del linguaggio dello scontro politico. A questo proposito, due giorni fa, proprio mentre Pd, M5s e stampa progressista gridavano al bavaglio per un emendamento che limita semplicemente l’uso del copia-incolla dalle ordinanze di custodia cautelare, è stata archiviata «per insussistenza di un credibile quadro probatorio», dopo sette anni, l’inchiesta sul presunto grande scandalo dei concorsi truccati, per la quale sette professori universitari erano finiti agli arresti domiciliari e ventidue erano stati colpiti da misure interdittive (tra gli indagati c’era anche l’ex ministro Augusto Fantozzi, morto un anno dopo).

«Le ipotesi di accusa – recita il provvedimento di archiviazione del gip – si fondano su conversazioni ambientali tra presenti in contesti non formali che si risolvono in una congerie di commenti su diversi titoli e sul futuro possibile dei percorsi professionali dei soggetti, senza che l’informalità delle occasioni di confronto possa fondare alcuna certezza di veridicità come ovvio che sia in occasione di chiacchierate tra colleghi per scambi di vedute e occasioni di confronto».

Purtroppo questo genere di chiacchierate e simili congerie di commenti, debitamente tagliate e incollate, forniscono da alcuni decenni la materia prima per processi di piazza, linciaggi, manipolazioni e manovre di ogni genere. Vedi da ultimo la campagna condotta dai giornali di destra e in particolare dalla Verità contro le ong, alcuni parlamentari di sinistra e persino il papa, con metodi analoghi a quelli usati a suo tempo dal M5s e dal Fatto quotidiano sulla scorta delle inchieste di un noto procuratore di Catania, sempre contro le ong che salvano i naufraghi (a ulteriore conferma del parallelo di cui sopra).

D’altra parte, neanche l’annoso problema del rapporto malato tra giustizia, informazione e politica si può dire sia nato con il Movimento 5 stelle. Come non sono invenzioni dei grillini né il populismo né l’antipolitica (nemmeno il copyright delle campagne contro «la casta», com’è noto, appartiene a loro).

A dirla tutta, il partito di Conte è più figlio che padre di questo generale, abissale, inarrestabile scadimento del dibattito pubblico, cominciato all’inizio degli anni novanta, sulla scia dell’inchiesta Mani Pulite, quando Beppe Grillo faceva ancora ridere. Del resto, se un partito nato quindici anni fa da un’iniziativa chiamata «Vaffa Day» può essere a tutt’oggi al centro della politica nazionale, preso sul serio e persino coccolato da giornalisti, opinionisti, politici e intellettuali di sinistra, il problema, evidentemente, sono loro.