Le bipopulisteDraghi in Europa metterebbe in ombra Meloni, ma Schlein non se n’è accorta

La segretaria del Pd, dicono nel suo stesso partito, sbaglia ogni volta che ci sono questioni politiche di prima grandezza: anziché sostenere l’ipotesi di Supermario a Bruxelles finisce per fare il gioco della premier ha escluso che l’ex premier possa essere lo spitzenkandidat di S&D per guidare la Commissione Ue, generando non pochi malumori nel suo partito

Lapresse

La tenaglia su Mario Draghi è dunque scattata. I nervi sono saltati a Giorgia Meloni, due ore dopo Elly Schlein gli ha detto arrivederci Mario ciao. Vuol dire che il nome dell’ex presidente del Consiglio è in campo, come aveva anticipato Repubblica: e infatti si sono agitati tutti nell’ossessione di una figura che, come direbbe il sottosegretario Andrea Delmastro, spezzerebbe le reni ai sovranismi e farebbe ombra in Italia a una Meloni che ha platealmente perso la testa con la pessima frase su Draghi che fa le fotografie ma «non porta a casa niente» («Una battuta non riuscita, capita», ha maramaldeggiato Matteo Renzi in Senato attaccandola di brutto, ormai è un must); ma anche un nome che metterebbe in difficoltà tutto il “racconto” populista di sinistra di Schlein e del suo gruppo dirigente. Eh sì, quella frase su Mario Draghi Elly Schlein non doveva dirla.

Non così, almeno: «Noi candideremo un socialista e non mi pare che Draghi sia di questa famiglia». Troppo tranchant. La segretaria del Partito democratico poteva non rispondere, prendere tempo, sorvolare, magari condendo il tutto con una frase di apprezzamento per l’ex presidente del Consiglio, che in fondo – lo ricorda la segretaria? – ha salvato l’Italia dal Covid e inventato il Pnrr. Invece no.

La cosa è andata storta a tutti quelli che nel Partito democratico si occupano di politica internazionale. «Elly ha sbagliato»: come al solito tutto off the record ma i nomi sono facilmente immaginabili. I cellulari sono pieni di critiche alla leader, la quale – osserva un parlamentare di peso – «ogni volta che ci sono questioni politiche di prima grandezza, lei sbaglia».

C’è chi ha messo su X post a favore di Draghi per polemizzare con la presidente del Consiglio, ma lo ha fatto perché Elly intendesse. Dopodiché in effetti il meccanismo prevede che ogni partito europeo indichi il suo spitzenkandidat: che non può essere Mario Draghi, dice il Partito democratico. Non è della “famiglia”. I fan dell’ex premier, che pure nel Partito democratico ci sono, spiegano che così il suo nome si brucerebbe; gli oppositori o i critici perché preferiscono una battaglia di bandiera sul nome di Iratxe García Pérez, presidente del gruppo dei Socialisti e Democratici, fedelissima di Pedro Sanchez, l’unico socialista vincente (lei sarà a Roma nel weekend per il convegno del Partito democratico sull’Europa), oppure su quello del lussemburghese Nicolas Schmit, attuale Commissario europeo al Lavoro, autore di leggi simbolo come la direttiva sul salario minimo e quella sui rider. Mentre sembra escluso il nome di Josep Borrell, che non sarebbe nelle grazie di Sanchez.

E Draghi? Il capodelegazione del Partito democratico a Bruxelles, Brando Benifei, non ha dubbi sulla «enorme importanza che una figura come Mario Draghi avrebbe per il rilancio e il processo di integrazione europea». Ma al Nazareno c’è molto scetticismo, condiviso sia dai “dispiaciuti” che dai “contenti”, sull’operazione che Emmanuel Macron sta tentando di costruire per portare Super Mario alla guida della Commissione. Piuttosto si fa osservare che per Draghi andrebbe benissimo la poltrona di presidente del Consiglio europeo, perché certamente non sarebbe un presidente alla Charles Michel ma il possibile vero grande antagonista di Donald Trump nel malaugurato caso in cui questi dovesse tornare alla Casa Bianca, o comunque il vero artefice di un inedito protagonismo europeo nell’attuale disordine mondiale.

Da qualunque punto si guardi la questione, Draghi è in campo, e solo un suo esplicito rifiuto a scendere in campo potrebbe toglierlo dalla scena, almeno per il momento (anche Sergio Mattarella si era chiamato fuori, e poi abbiamo visto com’è andata a finire la corsa al Quirinale).

Per questo il tono, più che il merito, della frase pronunciata da Schlein da Giovanni Floris non è piaciuta. «Non ha capito che Draghi fa molto male alla Meloni», taglia corto un importante dirigente del Partito democratico che conosce bene il dossier europeo. Lo spettro di Super Mario è destinato ad aleggiare sulla due giorni su “L’Europa che vogliamo”, evento che si terrà nel weekend a Roma alla presenza di Romano Prodi, Enrico Letta, Paolo Gentiloni. L’impostazione su temi come lavoro e ambiente sarà data da esponenti molto di sinistra come Emanuele Felice e Rossella Muroni, ma sarà importante capire, anche dalle voci di corridoio, cosa pensa davvero il Partito democratico sulla possibilità di incrociare ancora una volta la sua storia con la figura di Mario Draghi, forse la scommessa più importante degli ultimi anni, che in effetti relega in secondo piano una questione che pure ha una sua importanza, cioè se Elly si candiderà in tutta Italia.

Lei sa di giocarsi tutto alle elezioni europee. È tentata di correre in tutte le circoscrizioni, un azzardo non da poco, un lancio di dadi che potrebbe rilanciarla o forse più probabilmente sotterrarla. Le conviene?

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter