Gli inattrezzatiIl buco nella trasmissione di conoscenza e tanti auguri di buon Natale

Qualcuno ha pensato che la scritta “Xmas” delle luminarie in provincia di Brescia inneggiasse alla Decima Mas. La pubblicità di Zara ambientata in un museo, invece, è stata scambiata per un modo d’irridere i morti palestinesi. Quand’è che tutto è andato storto al punto da rendere la gente così scema da indignarsi per delle puttanate?

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Non è che serva aver letto Thackeray per sapere che la realtà a volte è diversa da quel che sembra, né è necessario essere storici del festival di Sanremo per sapere che le buone (o erano brutte?) intenzioni non bastano.

Tuttavia ormai ogni giorno assistiamo al disastro comunicativo di qualcuno che voleva dire qualcosa ed è stato equivocato, ed è qualcuno che per lavoro comunica. Una volta si sarebbe data con certezza la colpa all’emittente; ora non sono più così sicura, i riceventi ci mettono del loro, però certo a volte l’emittente brilla per scemenza.

Gavardo è in provincia di Brescia, non ci sono mai stata ma conosco abbastanza la provincia del nord da azzardare che a stento parlino italiano e si trovino invero meglio col dialetto. Il comune ha installato una gigantesca scritta luminosa, “Xmas”. La scritta è orrenda, ma non è quello lo scandalo, bensì, se avete memoria della questione della maglietta di Montesano ve lo sarete già immaginato, il margine d’equivoco.

Davide Comaglio, il sindaco, è un cinquantenne disperato della disperazione di cui sono disperati i cinquantenni d’oggi: quella di percepirsi venticinquenni. Non si capacita che ci sia qualcuno che accusa la scritta di ricordare la Decima Mas, e spiega al Corriere che «la scritta XMas è notissima perché su Instagram l’hashtag ha 32,6 milioni di post a tema natalizio mentre su Facebook oltre 9,5 milioni». Acciderbolina.

Tra l’altro in tutto il pezzo del Corriere non si capisce la polemica da dove venga, si parla solo di «un paio di amici settantenni» che avrebbero fermato il sindaco preoccupati. «Settantenni» viene chiaramente precisato per intendere «vecchi rincoglioniti», ovvero coetanei del lettore tipo del Corriere. Probabilmente è, come ormai tutte, una polemica che esiste solo per chi ne sarebbe vittima e ne è in realtà pubblicizzato. Ma trattiamola come fosse vera, giacché è utile per capire come funzioni l’incomunicabilità nel secolo in cui si comunica troppissimo.

Dice il sindaco che lui avrebbe pure ordinato la scritta «Buon Natale», e non è per risparmiare sul numero di lettere che ha optato per «Xmas» (peraltro, dalla foto, senza uno straccio di «happy» o «merry»: forse è un semplice promemoria per chi dimenticasse che mese è); è perché «il fornitore ci ha risposto lapidario di non avere in quattro magazzini “Buon Natale” in quanto non lo chiede più nessuno».

D’altra parte l’italiano non lo parla più nessuno, neanche il giornalista del Corriere che scrive che Xmas ha «un significato universale in tutto il mondo»; l’inglese ancora non l’abbiamo imparato ma siamo ottimisti che avvenga prima che muoiano di vecchiaia tutti quelli che sanno cosa fosse la Decima Mas.

Il disastroso provincialismo degli italiani che si sentono moderni a esprimersi in inglese – e meno sanno l’inglese più ci tengono – non è il solo colpevole degli equivoci in corso, il più interessante dei quali è quello sulla campagna pubblicitaria di Zara.

Che riproduce, non occorre essere laureati in belle arti per accorgersene, i magazzini d’un museo: ci sono le statue avvolte nel cellophane, le casse che si aprono e da cui escono come opere le modelle col capo da pubblicizzare, insomma un linguaggio visivo alla portata di chiunque non dico abbia un PhD in restauro conservativo, ma anche solo sia andato, in seconda media, a vedere un museo con la classe.

Cosa che evidentemente non si può più dare per scontato il pubblico di questo secolo abbia fatto se, come sta accadendo, scoppia una polemica – cavalcata dal solito Diet Prada, l’account preferito dagli imbecilli che vogliono percepirsi intelligenti – sul fatto che la campagna è ovviamente, palesemente, evidentemente un modo d’irridere i morti palestinesi.

Seguono, poiché ognuno usa quel che sa e soprattutto ognuno scambia i limiti del proprio sguardo per limiti del mondo, accostamenti d’immagini: non vorrete dirmi che questa statua avvolta nei teli e nel cellophane a pallini non si rifà alla madre palestinese col cadavere dei figlio avvolto in un lenzuolo? (E perché non a una qualunque Pietà da Michelangelo in giù, allora).

Ora. Se Vongola75 non riconosce dei codici visivi perché ha ventidue anni e non sa nulla del mondo, la colpa è sua o d’un sistema della comunicazione in cui il suo inattrezzato parere è riportato da un tizio con tre milioni e mezzo di follower seguito da tutto il mondo della moda, e quindi quelle che una volta anche il più analfabeta lettore di GenteMotori avrebbe riconosciuto come immagini museali diventano plausibilmente immagini di guerra, e la polemica verte su Zara e la sua insensibilità e non su come far fruttare l’obbligo scolastico invece di mandare questi inattrezzati per il mondo?

Non c’è minuto che non mi passi davanti qualche psichiatra, fumettista, avvocato, pensatrice che spiega con parole semplici alle ragazze che, se lui ti prende a sberle se rivolgi la parola a un altro, la vostra è una storia malsana (non dicono «malsana», ve l’ho detto che non parlano più l’italiano ma non ancora l’inglese: dicono «tossica»).

Non c’è minuto in cui non mi chieda: ma come fanno a non saperlo? Quand’è nato questo buco nella trasmissione della conoscenza per cui non sai niente, cosa sia la Decima Mas, com’è fatto il magazzino d’un museo, che il tizio con cui esci non ti deve dire di non metterti la minigonna neppure se ti sta proprio male – com’è possibile che non sappiano ciò che sapevamo noi alla loro età, noi che avevamo molte meno fonti d’informazioni, noi che nessuno si premurava a tutte le ore d’avvertire di tutto?

I giornaletti che leggevo da piccola dicevano che, se facevi il bidè con la Coca Cola, funzionava da anticoncezionale. Incredibilmente, non restavamo incinte tutte in continuazione. Perché, nonostante quella che oggi chiameremmo pomposamente «disinformazione» (scusate, dimenticavo che l’inglese nobilita il frasifattismo: «fake news»), e che all’epoca liquidivamo come «puttanate», in qualche modo le cose le sapevamo, fossero esse cose i contraccettivi o i musei o il saper dire «Natale» in italiano.

Quand’è che è andato storto qualcosa, e cosa è andato storto, e cosa si può fare per ripristinare un mondo in cui la gente non sia così scema da fare le scritte in inglese, così scema da indignarsi pensando che un neon natalizio inneggi al fascismo, così scema da non distinguere una statua imballata da un cadavere in un sudario, così scema da farsi il bidè con la Coca Cola?

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