House of BarabbaI linciaggi social sono tutti uguali, ma c’è chi fa finta che siano una grande novità

Le shistorm esistono dall’alba dei tempi e hanno sempre la stessa dinamica. Eppure alcuni editorialisti dolenti ci tengono a raccontare le loro memorie di ex linciati

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Nella stagione di “House of Cards” che fu distribuita nel 2016, Frank Underwood aveva come avversario alle elezioni presidenziali il governatore repubblicano di New York. Will Conway aveva una moglie bella, dei bambini biondi, e sempre, fin dalla prima scena con cui ci venivano presentati, il braccio in alto per riprendere sé stesso e le loro vite e postarle sui social.

Underwood era un po’ consapevole della forza di quella fotogenicissima vita in diretta – se fossi democratico, saresti il nuovo Kennedy – un po’ uomo del Novecento: ma non ti vergogni, mettere in mostra la tua vita è umiliante, elemosinare l’amore dell’elettorato usando i tuoi figli.

A rivedere quelle puntate oggi, non c’è bisogno di dire di chi sembra parlino quei dialoghi lì, che però abbiamo visto nel 2016 e quindi sono stati scritti nel 2015. Qualche giorno fa ho visto un film non ancora uscito e ambientato al presente, che essendo ambientato al presente ha dentro i social e tutte le loro dinamiche sempre identiche, talmente sempre identiche che in qualche passaggio sembrava che il film commentasse i linciaggi di questa settimana – solo che è stato scritto due anni fa.

C’è una cosa che principalmente mi colpisce, del dibattito pubblico sui linciaggi social, e non è il fatto che una società che ha disimparato l’italiano senza imparare l’inglese sia convinta che dire «shitstorm» renda la procedura del linciaggio social una questione diversa da quando gli antenati degli antenati urlavano «Barabba, Barabba».

È che le dinamiche sono sempre uguali, il dibattito è sempre uguale, tutto è sempre identico a sé stesso, su questi strumenti di modernità in confronto ai quali i graffiti nelle caverne si evolvevano: a dicembre erano dieci anni da quando Justine Sacco twittò prima di partire per il Sudafrica, e quando atterrò si ritrovò razzista e disoccupata (la seconda cosa davvero, la prima per il sempre identico meccanismo della mancata comprensione del tono); ad agosto saranno dieci anni da quando alcuni giustizieri chiesero per alcune settimane la mia testa a tutti i giornali che trovavano su Google perché avevo detto a un orfano di guerra che usava il suo essere orfano di guerra come espediente retorico (incidentalmente: era vero); l’anno prossimo saranno dieci anni da quando il New York Times mise “I giustizieri della rete” tra i migliori saggi dell’anno.

Lo era, giacché nel libro di Jon Ronson queste dinamiche erano già spiegate benissimo, così come lo sono in alcuni libri pensati e pubblicati ben prima che esistessero i social (che non hanno inventato alcuna dinamica: hanno solo amplificato e radicalizzato) e che i commentatori che vogliono darsi un tono si affrettano a citare in questi giorni, dando l’impressione d’aver letto solo i titoli ma non sottilizziamo: “Il capro espiatorio”, “Massa e potere”, “Sorvegliare e punire”.

No, non è vero che a colpirmi sia il dibattito identico a sé stesso: a colpirmi è che ogni volta che guardo quaranta secondi di talk show o leggo quattro righe d’un articolo ci trovo, da parte di partecipanti ed estensori, sempre il tono di chi sta scoprendo qualcosa di nuovo e ce lo svela. Chatwin aveva un tono meno da antropologo tra i selvaggi di quanto ce l’abbiano gli editorialisti che nel 2024 si accorgono, dopo diciassette (diciassette! Se ci penso mi vergogno di quanto tempo abbiamo perso in questo cazzeggio senza brillantezza) anni di Twitter, che la gente, sull’internet, è solita insultare l’altra gente, chiederne la testa, cercare di sentirsi importante rovinando la vita o almeno la giornata a qualcuno che essa gente non sapeva esistesse fino a un attimo prima, e di cui si dimenticherà due giorni dopo.

D’altra parte, in diciassette anni io non sono riuscita mai a convincere nessuno di quelli che rilanciano gli insulti convinti di compiere un’opera educativa, di svergognare Vongola75 che ti ha scritto che sei una poco di buono, che dare attenzione a chi sta cercando attenzione non è una punizione. L’attenzione negativa è comunque attenzione: non siete mai stati ottenni che rompevano cose per farsi filare dai genitori? 

D’ulteriore altra parte, in diciassette anni le persone normodotate non hanno imparato che, se qualcuno ce l’ha con te sull’internet, la cosa più sensata e costruttiva che tu possa fare non è rispondere, non è spiegare, non è scusarti, ma è essere un inerte grumo di molecole in attesa che il pubblico si trovi un altro capro da linciare; se non l’hanno capito quelli che se la cavano con lavori veri, perché dovrebbero aver imparato qualcosa gli editorialisti? È ovvio che, per la loro curva d’apprendimento piatta, ogni linciaggio è inedito, ogni linciaggio costituisce notizia d’un fenomeno nuovo. 

No, non è vero. Il tono è quello della grande novità, ma quello è uno dei trucchi dei collaboratori dei giornali: usiamo il tono «guardate che pazzeschissima novità vi sto raccontando» perché temiamo che altrimenti il caporedattore ci dica «vabbè ma se non è una notizia che facciamo il pezzo a fare» (cosa che i capiredattori di oggi non fanno, smaniosi come sono di riempire pagine purchessia, ma noi ci ricordiamo del Novecento e temiamo non ci mettano in pagina).

Il tono è quello, ma sanno benissimo che quello di questa settimana è un linciaggio uguale a uno della settimana scorsa, d’un mese prima, d’un anno fa. Come faccio a sapere che lo sanno? Perché, in questa settimana in cui non c’è stato uno che non abbia fatto il suo bravo intervento sul tema alla tv, che non abbia scritto il suo pensoso articolo sulla gravissima questione della reputazione online, in questa settimana non c’è stato uno che non abbia raccontato «quella volta in cui ne sono stato vittima io».

Mai carnefici, per carità. Gli intellettuali che ci meritiamo non hanno mai chiesto la testa di nessuno, non hanno mai insultato nessuno, non sono mai stati dalla parte comoda del lancio di pietre, di uova, di monetine. C’è una forma di rimosso interessante, come quella che riguarda il parcheggio in doppia fila, l’evasione fiscale, le malattie veneree: colpevoli son sempre gli altri, io sono qui, saldamente dalla parte dei buoni, che li accuso. È esattamente la dinamica dei linciaggi online, per inciso, ma ora non complichiamo la lettura alle loro menti binarie, e atteniamoci alle loro memorie di linciati.

Tutti – quelli che chiedono leggi più severe perché loro, ogni volta che qualcuno gli dice «ambescìlle», querelano, e inspiegabilmente queste querele vengono archiviate; e quelli che sono convinti che chi gli dice «ambescìlle» sia sempre coordinato da qualche politico e dal suo servizio di linciaggio cui è stato dato ordine di colpirli perché sono scomodi – sono accomunati dal trauma.

Nessuno dice mai di non capire chi ci sta malissimo, chi ha reazioni spropositate, chi la momentanea perdita della reputazione la soffre davvero.

Nessuno dice mai «sì, ma guardate che basta non far niente e in pochi giorni se ne scordano, la folla sugli spalti del Colosseo ha bisogno di carne sempre fresca, si tratta di non aprire le app social per due giorni, mica è grave».

Tutti dicono che è gravissimo, che anche loro che pure hanno le spalle larghe sono stati malissimo, che insomma sì va bene una tizia s’è suicidata ma ora parliamo di me. Di me che per mestiere e per vocazione sto al centro, e forse non costituisco esattamente lo stesso caso di studio d’una pizzaiola di provincia che si ritrova nel casino suo malgrado e qualcuno dovrebbe dirle «poi passa», ma nessuno lo fa.

Io, che veda il rivale di Underwood o un attore in un film del 2024, comunque penso che uno col braccio alzato tutto il tempo perché l’angolazione per instagrammarsi è quella lì, che uno che vuole tantissimo stare al centro dell’attenzione ma dall’angolazione migliore, che uno che si metta al centro delle cose e poi si turbi se qualcuno gli tira i pomodori, che uno così sia una creatura ridicola.

Ma forse è solo che, esattamente come accade agli editorialisti per cui il suicidio d’una tizia che fino a quel momento nessuno conosceva è un ottimo pretesto per parlare di quella volta che hanno pubblicato il loro arguto editoriale e la plebe ha risposto «ambescìlle», l’unico ego che non mi risulti ridicolo è il mio.