Per un pugno di votiL’improvviso scarso senso dello Stato del Pd, ormai sfociato nell’antipolitica

Sull’Ucraina, il partito di Schlein ha scelto di non contribuire all’unità nazionale in politica estera (cosa che Meloni non aveva fatto quando a Palazzo Chigi c’era Draghi). Una grave dimostrazione di inaffidabilità, peraltro politicamente inefficace

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Nel Partito democratico sembra che siano rimasti solo Lorenzo Guerini, anche perché è ex ministro della Difesa, e pochi altri a considerare quello che nella storia anche recente della sinistra italiana è un dovere: il dovere di contribuire all’unità nazionale sulla politica estera. Soprattutto quando in gioco è una tragedia immane, politica e umana, come quella dell’aggressione russa all’Ucraina.

Invece, per la prima volta su questa questione, non è stato possibile arrivare a un voto unitario positivo del Parlamento, o comunque largo, limitandosi al bizantinismo insapore delle astensioni incrociate. È una cosa indegna, messa poco in risalto dalla stampa. Mercoledì si votava un atto politico, e non il decreto che tecnicamente darà il via al nuovo rifinanziamento degli aiuti militari (su quello certo che il Partito democratico voterà con la maggioranza, vorremmo pure vedere), ma proprio perché si trattava di un atto politico sarebbe stato molto importante – ci permettiamo di dire che questo fosse il desiderio del Quirinale – una convergenza tra maggioranza e Partito democratico (ed ex Terzo polo), essendo Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni da sempre contro il sostegno militare all’Ucraina (e ognuno valuti se questo non equivalga a stare dalla parte degli invasori).

Dicono Elly Schlein, Peppe Provenzano, Andrea Orlando che non si deve dare nessuna delega in bianco al governo Meloni. A parte che è una frase che in sé non significa niente – è chiaro che è il governo a gestire la situazione – ma la cosa che fa veramente impressione è che il Partito democratico, erede delle storie politiche del Pci e della Dc, cioè due partiti che al di là della contrapposizione politica generale avevano il senso dello Stato soprattutto a proposito della politica estera, non abbia scelto la via dell’unità nazionale pur di lucrare qualche consenso “di sinistra”.

Ecco cosa ha detto Orlando all’HuffPost: «Avevamo fatto un’apertura di credito al governo e il governo l’ha sprecata. Tajani e Crosetto hanno fatto i commentatori, Meloni è rimasta ambigua nel rapporto con Orbán, si è marginalizzata rispetto ai paesi fondatori facendosi i selfie con Santiago Abascal e, su questo fronte come su altri, ha condannato l’Italia all’irrilevanza. L’unità non si realizza con l’ipocrisia».

Ipocrisia? Allora quando il Pci votava con la Dc, che pure era il diavolo, sulla politica internazionale era ipocrita? O era invece senso nazionale e segno di serietà davanti al mondo?

Perché questo è l’altro problema: come si guarda al comportamento del Partito democratico non solo a Kyjiv – e già qui è da mettersi le mani nei capelli – ma anche da parte dei mitici socialisti europei, che non ci risulta facciano tante storie davanti alla tragedia ucraina. Molto meglio Giorgia Meloni che dall’opposizione si univa agli atti del governo Draghi: duole riconoscerlo ma è cosi.

È sperabile che al Nazareno si mediti su quel che è successo soprattutto in vista dei prossimi passaggi parlamentari – vedremo che combineranno su Gaza – e anche di fronte ai nuovi venti di guerra in quella regione che già stanno coinvolgendo i nostri alleati. Quando si incespica in passaggi delicati come questo, il problema diventa serio. Nessuna conseguenza pratica, per fortuna, ma dal comportamento del Partito democratico di mercoledì si avverte quel sapore di inaffidabilità e di subalternità che è poi quello inconfondibile dell’antipolitica. E sulla cosa più importante, la politica estera. Per un pugno di voti.

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