ForzalavoroI cinquant’anni del congedo parentale in Svezia e il padre italiano licenziato

Nel 1974 fu il primo Paese a introdurre lo stop dal lavoro per entrambi i genitori finanziato dallo Stato. Oggi i papà svedesi usano il 30 per cento dei giorni a disposizione e chi non lo fa viene stigmatizzato dai colleghi. Mentre in Umbria un papà ha ricevuto la lettera di licenziamento dopo aver preso tre giorni di congedo per permettere alla moglie infermiera di tornare in servizio

(Unsplash)

Era il 1974. Cinquant’anni fa. La Svezia diventava il primo Paese al mondo a introdurre 180 giorni di congedo parentale, non specifico per genere, finanziato dallo Stato. Alla nascita di un figlio, madri e padri potevano decidere come spartirsi i giorni di stop dal lavoro per accudire il neonato.

Da allora, la Svezia ha aumentato il numero di giorni di congedo concessi. Oggi, i genitori svedesi – compresi quelli delle coppie Lgbtqi+, adottivi e single – hanno diritto a 480 giorni di assenza dal lavoro. Per i primi 390 giorni, ottengono l’80% dello stipendio, fino a un tetto mensile di 47.750 corone svedesi, poco più di 4.200 euro. Successivamente, è previsto un compenso giornaliero di circa di 16 euro.

Le cose, ovviamente, non sono cambiate da un giorno all’altro. Nel 1974 solo lo 0,5 per cento dei giorni di congedo era richiesto dai padri. Poi, nel 1995, per la prima volta vennero riservati trenta giorni a ciascun genitore, introducendo il «mese del papà», per incentivare le coppie a condividere il lavoro di cura. I trenta giorni sono stati raddoppiati a sessanta nel 2002, fino ad arrivare a 90 giorni a testa nel 2016.

Man mano che le riforme venivano approvate, i padri svedesi hanno aumentato la quota di congedo richiesta arrivando all’attuale 30 per cento dei giorni. Per facilitare il tutto, lo Stato ha anche permesso di poter prendere trenta giorni di stop contemporanei per mamme e papà, senza dover fare per forza a turno.

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Risultato Uno studio pubblicato nel 2023 dall’Ispettorato svedese delle assicurazioni sociali ha rilevato che solo il 18 per cento dei padri che hanno avuto figli nati nel 2017 non ha utilizzato alcuna indennità di congedo parentale.

Il congedo parentale condiviso in Svezia ha cambiato le dinamiche tra uomini e donne a casa e pure nei posti di lavoro. «Ora c’è addirittura un po’ di stigmatizzazione sugli uomini che non prendono il congedo. È così radicato che essere un buon padre, un padre moderno, significa prendersi almeno un po’ di congedo», spiega a Bbc Ylva Moberg.

Mamme e papà che hanno usufruito del congedo continuano poi a condividere il lavoro domestico e di cura dei figli anche quando rientrano al lavoro. Questo comporta ad esempio che in molti uffici non si lavora fino a tardi e non si fissano riunioni di prima mattina per accompagnare i figli all’asilo. Inoltre, l’avanzata digitalizzazione svedese ha anche favorito da tempo il lavoro flessibile a distanza, ben prima del boom legato alla pandemia.

  • E nonostante anche in Svezia si registri da qualche anno un calo delle nascite, il tasso di fecondità all’1,67 figli per donna resta superiore alla media Ue.

La questione scandinava Certo, non è tutto rosa e fiori neanche a Stoccolma. Anche in Svezia esiste ancora il gender pay gap, nonostante sia sotto la media europea. E l’avanzata delle donne nei ruoli dirigenziali delle società quotate sta rallentando.

  • E poi i padri svedesi prendono ancora solo il 30 per cento dei giorni di congedo disponibili, il che significa che sono ancora soprattutto le madri ad assentarsi dal lavoro e a fare lavori part time.
  • I padri con i redditi più bassi o gli immigrati mostrano una minore propensione a prendere il congedo, visto che comunque guadagnerebbero l’80 per cento dello stipendio. Che pesa di più se si ha un salario basso.
  • Sebbene a tutti i genitori venga concesso un beneficio base da parte dello Stato, l’ammissibilità al congedo legato al reddito dipende anche dal possesso di un reddito costante prima di diventare genitore. Il che può rendere più difficile la vita a categorie come i lavoratori della gig economy.

Te pareva Il problema è che l’attuale governo di destra svedese sostiene una maggiore libertà di scelta quando si tratta di utilizzare il congedo parentale. Mentre le organizzazioni per la parità di genere ritengono invece che la soluzione sia destinare maggiori giorni di congedo per ciascun genitore, di modo che anche gli uomini aumentino i giorni di assenza dal lavoro.

Lezioni per tutti In ogni caso, per altri Paesi o aziende che vogliono incoraggiare i genitori a prendere più giorni di congedo, l’esperienza della Svezia offre più di uno spunto:

  • Anzitutto, la parità non arriva miracolosamente da sola. Ci sono questioni di genere secolari che vanno scardinate. In Svezia, come nella maggior parte degli altri Paesi, la madre è vista come una sorta di assistente naturale di base.
  • Servono leggi specifiche per incentivare la condivisione e, perché no, forzarla. Il fatto che ancora oggi siano le madri svedesi a prendere gran parte del congedo, nonostante leggi così all’avanguardia, è un’ulteriore conferma.

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E in Italia? Ora torniamo un attimo con i piedi per terra. In Italia – tasso di fecondità 1,24 figli per donna – esiste un congedo di paternità obbligatorio di dieci giorni per i padri lavoratori dipendenti (no autonomi), che si può chiedere finché il neonato ha compiuto cinque mesi, con indennità al 100 per cento. La madre (anche autonoma) invece ha diritto a un congedo obbligatorio di cinque mesi, con indennità all’80 per cento. Nota le differenze: la logica resta quella secondo cui le donne si occupano delle questioni familiari, mentre gli uomini lavorano.

A quello obbligatorio si aggiunge poi il congedo parentale facoltativo per i lavoratori dipendenti. Ciascun genitore può prendere sei mesi, ma il totale complessivo non può superare i dieci mesi, coperti da una indennità del 30 per cento dello stipendio, entro i 12 anni del figlio. Se il padre utilizza almeno tre mesi di congedo, il totale per la coppia sale a undici mesi.

Con la legge di bilancio 2024, per i lavoratori dipendenti che prendono il congedo parentale si sale all’80 per cento dello stipendio per il 2024 ed è poi previsto il 60 per cento dal 2025.

Bene, ma non benissimo Qualche giorno fa è circolata la notizia di un padre umbro licenziato dopo aver preso tre giorni di congedo per permettere alla moglie infermiera di tornare al lavoro. L’azienda, dopo aver ingaggiato un investigatore privato (!), contestava che l’operaio, oltre a portare e ad andare a prendere la figlia a scuola, si era fermato anche al bar e a fare la spesa. Il tribunale di Perugia invece ha condannato l’azienda a reintegrarlo e risarcirlo, stabilendo che il congedo parentale prevede pure che il padre si occupi di comprare da mangiare (!).

«Si tratta di una delle prime pronunce del panorama nazionale che mette in luce la funzione del congedo parentale in relazione alla condivisione delle responsabilità di cura tra uomini e donne e la parità di genere in ambito lavorativo e familiare», ha spiegato l’avvocato Nunzia Parra.

Benvenuti nell’Italia del 2024. Cinquant’anni dopo la Svezia.

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