Ora tocca alla MoldaviaPutin apre un altro fronte con lo stesso metodo imperialista di sempre

La regione separatista della Transnistria, da tempo vittima della propaganda del Cremlino, si riunirà il 28 febbraio per chiedere l’annessione alla Russia. È probabile che Mosca proverà ad annettere il piccolo territorio per giustificare poi una “difesa dei connazionali russi”, come già fatto in Crimea e Donbas

AP/Lapresse

L’assemblea legislativa della Transnistria, regione separatista della Moldavia, intende riunirsi il 28 febbraio per chiedere l’annessione alla Russia, come già fatto dalle autorità fantoccio delle regioni occupate dell’Ucraina. La notizia è arrivata dall’agenzia moldava Infotag, che ha aggiunto un dettaglio non marginale: la deliberazione delle autorità transnistriane si terrebbe un giorno prima del discorso di Vladimir Putin all’assemblea federale russa, dando quindi modo di prenderne atto pubblicamente.

La Transnistria è una sottile striscia di terra separata dal resto della Moldavia dal fiume Nistro, che nel 1990 decise di dichiararsi indipendente con il sostegno di Mosca. La sua capitale de facto, Tiraspol, sembra cristallizzata all’epoca sovietica, con statue di Lenin e un’iconografia socialista. Da allora nella regione sono schierate alcune unità militari russe, l’ottantaduesimo e il centotredicesimo battaglione motorizzati, oltre a un contingente dell’Fsb, per un totale che non supera i millecinquecento uomini e che dal 2022 non ha più avuto rotazioni di personale. Le truppe russe, infatti, sono completamente isolate e non possono ricevere rinforzi, perché la Transnistria è collocata tra Moldavia e Ucraina, senza sbocco al mare. Sebbene ufficialmente inviate come forza di pace, la missione principale delle truppe russe è quella di vigilare l’enorme deposito di munizioni sovietiche di Cobasna – si stima ventimila tonnellate – che in questo momento farebbe comodo a entrambe le parti in guerra – sempre che funzionino ancora.

Il piccolo aeroporto di Tiraspol è in disuso, salvo sporadici voli, e le piste d’atterraggio di Camenca, Vărăncău e Tighina/Bender non sono più operative. Risulta quindi impossibile qualsiasi azione offensiva o di rifornimento russo.

Dall’inizio dell’invasione la situazione si è ulteriormente irrigidita, con continue provocazioni russe per far precipitare la situazione con la Moldavia. Tra aprile e giugno 2022, infatti, si sono verificati cinque incidenti senza vittime, con l’uso di droni ed esplosivi contro infrastrutture o edifici governativi. Si tratta di operazioni false flag per accusare Chișinău e Kyjiv e giustificare operazioni in Moldavia, che per Mosca è la naturale prosecuzione di quella dorsale imperialista che dal Mar d’Azov abbraccia la costa ucraina. Nei piani iniziali russi, uno sbarco anfibio a Odessa avrebbe dovuto ricongiungere la Transnistria ai territori occupati. Ma le mire espansionistiche del Cremlino non si accontentavano della sottile regione indipendentista: volevano occupare tutta la Moldavia governata dalla presidente europeista Maia Sandu.

Il Paese ha subito due tentativi di destabilizzazione russa che Sandu ha denunciato pubblicamente. Il primo il 9 maggio 2022, quando l’Fsb ha orchestrato una protesta dell’opposizione filorussa contro la repressione dei simboli sovietici, con l’obiettivo di provocare disordini per far cadere il governo e reinstallare l’ex presidente Igor Dodon, sotto processo per corruzione. Il secondo nel 2023 ha coinvolto l’oligarca moldavo-israeliano Ilan Shor, condannato per frode e riciclaggio di denaro, dal 2019 latitante in Israele. Il suo partito ha nuovamente cercato di provocare violenza con il contributo di agenti clandestini della famigerata unità 29155 del Gru, l’intelligence militare russa, che ha impiegato anche elementi serbi, come già fatto in Montenegro nel 2016. Si tratta di una dinamica già vista in Ucraina e Georgia, dove oligarchi corrotti vengono finanziati per mantenere il controllo dei governi locali.

Falliti questi tentativi, il regime di Mosca continua la sua opera di destabilizzazione con le solite tecniche. Ci sono indizi dell’infiltrazione di membri di Wagner o altri operativi russi, arrivati come privati cittadini all’aeroporto di Chișinău, destinati a prendere contatti con i filorussi locali per piani eversivi. La comunità euroatlantica si è resa conto di questo rischio e ha intensificato il suo sostegno politico al governo moldavo, anche in termini di intelligence per sventare nuovi golpe. L’Italia fa la sua parte, anche grazie a una collaborazione sul campo tra Carabinieri italiani e moldavi per lo scambio di esperienze. Ma in ogni caso, le modeste forze armate moldave consistono in circa quattromila uomini più duemila carabinieri, con funzioni di ordine pubblico e antiterrorismo. Ad ogni modo, più che un’invasione completa c’è da aspettarsi azioni di sabotaggio e attentati.

La strategia di guerra ibrida russa si muove su più fronti. Da un lato mira ad annettere la Transnistria per giustificare poi una “difesa dei connazionali russi” – o qualcosa di simile, come già fatto in Crimea e Donbas –, dall’altro tenta di spaccare la società moldava con campagne di disinformazione, sfruttando l’uso della lingua russa molto diffuso soprattutto nella regione meridionale della Gagauzia. Infatti, i canali russi stanno amplificando le dichiarazioni dei nazionalisti moldavi, che chiedono di rafforzare l’identità romena e l’alfabeto latino, per inasprire le tensioni politiche con i russofoni. La Gagauzia, che gode di autonomia amministrativa, nel 2023 ha eletto una governatrice filorussa, Evghenia Guțul, membra del partito di Shor, dichiarato incostituzionale quell’anno. La politica ha annunciato di voler avvicinare la piccola regione alla Russia e secondo un sondaggio del 2023 solo il tre per cento dei suoi abitanti aspira a entrare nell’Unione europea.

Questo orientamento è il risultato di anni di propaganda tesa a demonizzare l’Occidente facendo leva sull’identità russofona (benché i gagauzi parlino anche una lingua turcofona). C’è quindi una sintonia con la Transnistria, nostalgica dell’impero sovietico nonostante la miseria che regna nella regione separatista. Tuttavia, non è detto che le cose restino così. Nella vicina regione ucraina della Bessarabia, anche nota come Budžak, a ovest di Odessa, la popolazione era tradizionalmente filorussa. La situazione è cominciata a cambiare dal 2015, quando grazie all’assistenza tecnica francese la ricezione dei canali satellitari di martellante propaganda russa è stata bloccata. Dal 2020 il governo ucraino ha costruito nuove strade e istituito un servizio di traghetti con la Romania. Ora la popolazione di questo lembo di costa, così come quella di Odessa, è decisamente ostile agli occupanti, benché continui a parlare russo.

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