
Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Sembra quasi ridicolo specificarlo, viste le temperature costantemente fuori dalla norma e la carenza di neve, ma l’inverno astronomico è finito e ieri abbiamo dato il benvenuto alla primavera (l’equinozio è stato alle 4:06 del 20 marzo). In realtà, l’inverno meteorologico (1° dicembre-29 febbraio) è terminato da tre settimane, e nel nostro Paese è stato il più caldo dal 1800. Secondo il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), in Italia abbiamo avuto una temperatura media superiore di circa 2,2 gradi centigradi rispetto al periodo tra il 1991 e il 2020. A livello globale, i mesi di dicembre, gennaio e febbraio sono stati rispettivamente i più roventi di sempre.
Per molti, l’inverno 2023-2024 è stato un prolungamento dell’autunno o una primavera anticipata. Io l’ho notato anche dal numero di volte in cui ho indossato i guanti in bicicletta, la calzamaglia lunga durante una corsa o la sciarpa ad “altezza naso” per proteggere il viso dal freddo pungente; oppure dalle piante e i prati fioriti a metà febbraio nel cortile della redazione de Linkiesta, dal ghiaccio mattutino sempre più raro sul parabrezza delle auto parcheggiate, dai maglioni pesanti dimenticati nell’armadio.
La crisi climatica sta sovvertendo il senso della stagione invernale non solo a livello macro, ma anche partendo dalle piccole cose. Sul momento, immersi nella frenesia quotidiana, è un pensiero che può sfiorare senza sconvolgere. Prima di continuare a leggere, però, fermatevi un attimo a riflettere su come la sensazione del freddo sia cambiata rispetto a dieci, quindici o vent’anni fa.
Ora addentriamoci nei meandri della scienza. Perché l’inverno appena concluso è stato così caldo? La colpa è della sovrapposizione tra il riscaldamento globale e El Niño. Il primo è dovuto alle attività umane (emissioni di gas serra, come l’anidride carbonica o il metano), mentre il secondo è frutto della variabilità naturale del clima. Quest’ultimo, infatti, dipende anche da cicli nell’interazione tra oceano e atmosfera, che si influenzano a vicenda.
Come spiega Antonello Pasini, fisico del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), che ho contattato telefonicamente, «El Niño è un riscaldamento periodico – si verifica ogni due-sette anni – delle acque del Pacifico tropicale, che porta conseguenze a distanza in tutto il mondo». Quelle più travolgenti sono principalmente due: caldo anomalo e siccità nel subcontinente australiano, precipitazioni violente sulle coste dell’America centrale e meridionale. El Niño ha però un impatto riscontrabile anche altrove, Europa compresa: quando bussa alla porta questo enfant terrible, fa più caldo ovunque.
Negli ultimi mesi, dice Pasini, «abbiamo avuto un evento di El Niño molto forte, e il riscaldamento globale di origine antropica ha contribuito ad alzare ulteriormente il picco». Ecco spiegato il record negativo del 2023, l’anno più caldo di sempre (battuto il 2016, quando c’era El Niño). La tregua, se così vogliamo definirla, potrebbe essere vicina: «Nel giro di un paio di mesi dovremmo passare da El Niño a una situazione più neutra, per poi incontrare – da agosto in poi – la situazione opposta, la cosiddetta La Niña, caratterizzata da un raffreddamento delle acque del Pacifico», aggiunge il fisico del Cnr.
El Niño ha una coda lunga, con effetti visibili anche nei mesi successivi alla sua temporanea dipartita: farà molto caldo per tutto il 2024, ma il 2025 – ipotizza Pasini – «potrebbe non essere un anno da record, perché di solito dopo gli eventi molto forti di El Niño c’è una leggera diminuzione della temperatura media globale, altrimenti si verifica un plateau».
Pasini mi ha poi raccontato che dopo il 1998, un anno in cui El Niño è stato molto violento, qualcuno ha iniziato a credere che l’aumento delle temperature si fosse fermato: «Ma era una falsa illusione, perché bisogna osservare le medie valide decennio per decennio. Quello che guida la tendenza al riscaldamento è il fattore umano», spiega il fisico del Cnr, che è anche professore di Fisica del clima all’università di Roma Tre. È anche vero che senza El Niño non avremmo vissuto un inverno così tiepido: detta così, sembra quasi un assist per i negazionisti. In realtà, è la crisi climatica scatenata dall’uomo a rendere quel fenomeno così impattante e pervasivo: «Abbiamo una tendenza, che è il riscaldamento globale di origine antropica, e poi esistono dei cicli naturali – il principale è, appunto, El Niño – che si sovrappongono a questo andamento. Il riscaldamento continua ad aumentare, perciò quando si ripresenterà El Niño raggiungeremo nuovi record di riscaldamento», aggiunge.
Chiarito il tema dell’effetto combinato tra El Niño e il riscaldamento globale, la conversazione con Pasini si è focalizzata sulla difficoltà di trasmettere messaggi scientifici nella «società del divago e della distrazione di massa». Secondo il fisico, i media tradizionali tendono a «utilizzare il clima come fenomeno di costume». Ci sarà il sole a Pasqua e Pasquetta? Domenica prossima riusciremo ad andare in spiaggia per la prima volta? Si tratta di “non notizie” che, innanzitutto, confermano l’attitudine a fare confusione tra meteo e clima. In più, secondo Pasini, i classici servizi sulla gente in costume a marzo «costituiscono una distrazione dal reale problema». Nei telegiornali, aggiunge l’esperto, «il cambiamento climatico è coperto dalla redazione costume e società, non esiste una redazione ambientale o scientifica».
Parlare di maltempo o beltempo omettendo le cause del trend climatico in atto significa raccontare solo una parte della storia, allontanarsi dalle soluzioni e flirtare con la spettacolarizzazione. «Il mio pensiero, anche durante una bella giornata invernale, va sempre alle conseguenze di tutto questo», confessa Pasini, che chiude la telefonata con un’affermazione da non sottovalutare: «Noi, in quanto scienziati, andiamo d’accordo con i giovani perché siamo abituati a ragionare nel lungo periodo. I ragazzi hanno tutta la vita davanti, mentre noi lavoriamo al di là del pensiero usuale, che per i politici corrisponde alla legislatura».