Labour WeeklyJobs Act: cosa ha deciso la Corte Costituzionale sui licenziamenti

L’intervento della Consulta comporta un aumento significativo delle tutele garantite ai dipendenti che, in caso di licenziamento nullo, avranno diritto a essere reintegrati sul posto di lavoro senza doversi rivolgere un’altra volta alla più alta Corte italiana

(Unsplash)

L’invalidità di un licenziamento può essere suddivisa in due categorie generali: l’illegittimità, per i casi relativamente meno gravi, e la nullità che colpisce i licenziamenti affetti da vizi particolarmente pesanti. Con la sentenza numero 22 del 22 febbraio del 2024, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità dell’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo numero 23 del 4 marzo 2015, applicabile ai lavoratori assunti con il cosiddetto contratto a tutele crescenti previsto dal “Jobs Act”, nella parte in cui limitava la possibilità dei dipendenti di essere reintegrati in caso di licenziamento nullo.

In particolare, la tutela reintegratoria garantita ai dipendenti assunti in epoca post “articolo 18” era limitata soltanto ai casi di nullità «espressamente» previsti dalla legge.  La Corte Costituzionale ha stabilito che questa restrizione non è conforme ai principi del nostro ordinamento. Di conseguenza i dipendenti hanno diritto ad essere reintegrati sia nei casi in di cosiddetta nullità testuale che nei casi di cosiddetta nullità virtuale, senza distinzioni.

Tra i tipici casi di cosiddetta nullità testuale possiamo elencare i licenziamenti discriminatori (intimati per  motivi attinenti alla razza o al credo politico o religioso della persona) o i licenziamenti intimati in concomitanza con matrimonio, maternità o paternità. Nel concetto di cosiddetta nullità virtuale, rientrano invece i licenziamenti intimati in violazione di una norma imperativa di legge. Detto in maniera molto approssimativa, parliamo di nullità virtuale quando l’invalidità del licenziamento deriva dal mancato rispetto di norme particolarmente importanti per la tutela dei lavoratori che, tuttavia, non esplicitano le conseguenze della violazione.

Ad esempio, il caso portato dinanzi alla Corte Costituzionale riguardava un’azienda tranviaria che aveva omesso di istituire il consiglio di disciplina previsto dalla legge per garantire il diritto di difesa dei dipendenti. L’omissione compiuta dal datore di lavoro costituisce la violazione di una norma imperativa da cui deriva la nullità (virtuale) del licenziamento.

Diversamente dai casi appena sintetizzati, molti casi di licenziamento illegittimo comportano soltanto il riconoscimento di un indennizzo economico. L’intervento della Corte Costituzionale comporta un aumento significativo delle tutele garantite ai dipendenti che, in caso di licenziamento nullo, avranno diritto a essere reintegrati sul posto di lavoro senza doversi rivolgere un’altra volta alla più alta Corte italiana.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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