Giovane e liberoPierpaolo Piccioli è uscito dall’atelier di Valentino per entrare nella storia

Il designer di Nettuno ha sempre dato spazio alle nuove leve e avuto il coraggio, anche attraverso l’uso del colore, di confrontarsi con i temi sociali e politici, uscendo dalla bolla e imprimendosi come volto amico

Vianney Le Caer/Invision/AP

«Non tutte le storie hanno un inizio ed una fine, alcune vivono una specie di eterno presente che brilla di una luce intensa, così forte da non lasciare ombre. Sono stato in questa azienda per venticinque anni, e per venticinque anni sono esistito ed ho vissuto insieme alle persone che con me hanno intessuto le trame di questa storia bellissima che è mia e nostra».

Inizia così il post Instagram attraverso il quale Pierpaolo Piccioli ha annunciato la fine della sua collaborazione con Maison Valentino. Un percorso che si chiude (Piccioli è direttore creativo dal 2008, quando fu nominato in tandem con Maria Grazia Chiuri, ed è rimasto l’unico a guidarne le redini dal 2016), la cui fine lascia l’amaro in bocca agli addetti ai lavori e anche a chi la moda la masticava poco e non nella vita quotidiana. Certo, resta lo stupore rispetto a una notizia inaspettata – seppur si navighi in tempi assai incerti nei quali gli addii squarciano il cielo sereno come fulmini, e si è già visto sia nel caso Dries Van Noten che nell’abbandono più repentino di Blumarine da parte del designer Walter Chiapponi – ma si tratta di una giustificazione solo parziale. 

La realtà è che Piccioli, nato a Nettuno, dove vive ancora con la moglie Simona, i tre figli Benedetta, Pietro e Stella, e il cane Miranda, è riuscito a regalare a un brand nato come assai elitista, indossato da principesse e attrici della Hollywood degli anni Sessanta, una rara umanità: uno sguardo sulla moda, ma anche su chi poi quella moda l’avrebbe indossata, intriso di un ottimismo sfrontato in un futuro diverso, uno nel quale la couture esce dagli atelier e invade le strade, anzi le rue parigine, dove il colore assoluto si appropria di significati politici. Un mondo immaginifico nel quale è concesso sognare, con la consapevolezza di aver di fronte a sé delle battaglie per potersi guadagnare un universo migliore, solo immaginato attraverso gli abiti. 

Pierpaolo Piccioli e Glenn Close (Photo by Evan Agostini/Invision/AP)

Sfidando tutti i formalismi e le convenzioni ai quali di solito si attengono i direttori creativi – spesso figure assai umorali il cui accesso è proibito ai comuni mortali, incapaci di interessarsi della realtà, chiusi nei loro atelier o nei loro cerchi magici a riflettere su tulle e organze – Piccioli con la realtà ha dialogato più e più volte, prendendosi i rischi del mestiere. Attraverso il suo Instagram si è espresso sulle questioni sociali che gli stavano a cuore, dai vaccini durante la pandemia da Covid-19 al Ddl Zan, venendo a patti con l’eventualità di ricevere pesanti critiche per le sue posizioni. Posizioni che, secondo il sentire comune, non dovrebbero essere concesse a una figura che fa un altro mestiere, ma da riservare alla camera caritatis. Tutto ciò dimenticando che, come noi, Piccioli è un essere umano, e di conseguenza un cittadino, magari anche informato, e nel pieno diritto di esprimere le sue idee. 

Ad aiutare è stato anche il suo stile riconoscibile: le mani tatuate cariche di anelli, la pelle olivastra, la collanina di coralli e i Ray-ban costantemente calati sugli occhi, a ricordare un surfista di passaggio da piazza Mignanelli, però diretto a conquistare le prossime onde: un’attitude rilassata, losangelina, che infatti è piaciuta subito ad Hollywood, che di recente lo aveva assoldato per un cameo nella serie The Morning Show, con Jennifer Aniston e Reese Whiterspoon, dove interpretava se stesso, durante un red carpet nel quale andava in scena la collezione Pink PP, sicuramente quella che passerà alla storia della sua direzione creativa. 

Anche in quell’occasione, di fronte a Jennifer Aniston (interpreta la cronista Alex Levy e indossa un Maison Valentino custom made), Pierpaolo dialoga con lei ricordandole che tiene particolarmente a realizzare dei progetti che abbiano al centro i giovani designer. Un proposito al quale ha tenuto fede anche nella vita reale, quando, per alcune stagioni, ha scelto dei nomi nuovi ai quali dare il palcoscenico privilegiato del profilo Instagram della Maison, e passare attraverso quei canali le loro sfilate (tra i selezionati ci sono stati Marco Rambaldi e gli Act N°1). E quando quei giovani crescono e abbandonano il nido, invece di chiudersi nella rabbia e rifiutare l’evoluzione e l’inizio di nuovi capitoli, Piccioli si è dimostrato elegante al punto di esserne pubblicamente felice, come quando Sabato De Sarno, il suo braccio destro, ha lasciato il suo fianco per divenire direttore creativo di Gucci

In quell’occasione Pierpaolo Piccioli ha subito condiviso su Instagram una loro foto insieme, scrivendo «in bocca al lupo amico. Sarò lì ad applaudirti, a sentirmi fiero e a dire “io lo sapevo”». Un altro intento al quale ha tenuto fede, presenziando nel limite delle sue possibilità – Gucci sfila a Milano, Maison Valentino a Parigi – alle sfilate e offrendo tutto il suo abbondante “star power”a sostegno di una figura più giovane e meno nota.

AP Photo/LaPresse

Una rarissima dote di autore ed essere umano che nel comunicato ufficiale gli è stata riconosciuta dal Ceo Jacopo Venturini, che ha affermato: «Sono grato a Pierpaolo per il suo ruolo di direttore creativo e per la sua visione, impegno e creatività che hanno portato la Maison Valentino a quello che rappresenta oggi».

La Maison ha inoltre annunciato che sarà presto diramato il nome di chi lo succederà, ad evidenziare probabilmente un addio pianificato da tempo, e non così improvviso come è apparso a chi ha letto ieri mattina la notizia. D’altronde, pur senza arrivare all’addio del designer, era prevedibile che qualcosa negli assetti della Maison potesse cambiare, sin dallo scorso anno, quando il conglomerato Kering ha annunciato il suo ingresso nel brand che fino a quel momento era stato di proprietà del fondo qatariota Mayhoola. Kering ha infatti acquisito a luglio il trenta per cento di Valentino, pagandolo 1,7 miliardi di euro, con l’opzione di acquistare il settanta per cento rimanente entro e non oltre il 2028. 

Non sono stati resi noti, come è prassi in questi casi, i motivi della separazione, anche se la faticosa congiuntura economica e la richiesta continua di utili da parte dei conglomerati, in tempi nei quali è difficile mettere in alto tra le priorità l’acquisto di borse e camicie in seta, sembrano essere le motivazioni più probabili, anche al netto di un lunghissimo rapporto umano tra Piccioli e l’azienda, capace in dieci anni di essere economicamente fecondo. 

Michelangelo Pistoletto e Pierpaolo Piccioli a Roma nel 2010 (Virginia Farneti / LaPresse)

A chi verrà dopo Piccioli spetterà non solo il compito di macinare utili, ma anche quello ben più ingrato che è toccato in dote a Sabato De Sarno da Gucci: succedere a un creativo che è uscito dalla celluloide degli schermi dei pc e dei telefoni, per entrare (pre)potentemente nella memoria collettiva, imprimendosi come volto amico, gentile, di una vibrante umanità, in totale osmosi con il brand che dirigeva. 

Problematiche che però, almeno per oggi, non ci riguardano. Lo ribadisce anche Pierpaolo Piccioli nella chiosa del suo post Instagram da oltre settantamila like: «Stella aveva due anni quando è venuta a vedere la mia prima sfilata, sta per compierne diciotto e l’altra sera mi ha chiesto: “Come ti senti?”. “Giovane e libero”, ho risposto. Vi regalo gli occhi miei per vedervi come vi vedo io. Giovani e liberi. E pieni di sogni. Sempre». Sogni che Piccioli non smetterà di coltivare, solcando le onde del litorale di Nettuno per poi, si spera, approdare in una nuova maison, ricominciando a raccontare e raccontarsi a clienti e semplici astanti, con quella voce arrochita dalle sigarette e l’entusiasmo sincero di un 56enne che ha avuto il coraggio di immaginare altri universi possibili, tenendo le porte aperte affinché tutti potessero vederli. Ed, eventualmente, unirsi alla festa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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