
Nel mondo caotico della gig economy è arrivata una notizia positiva: un accordo su un contratto collettivo vero, anche se in forma sperimentale. Non per i rider, di cui si sono perse le tracce tra la direttiva Ue affossata, annunci politici e sindacali, inchieste e sentenze di tribunale.
La notizia positiva è arrivata per gli shopper, quelli che fanno la spesa per noi al supermercato e ce la consegnano a casa in base al carrello riempito sulle piattaforme. La più nota di queste piattaforme si chiama Everli (da poco acquisita da Palella Holdings, family office che fa capo a Salvatore Palella, fondatore a sua volta di Helbiz, società di sharing di monopattini elettrici).
Abbiamo un contratto Gli shopper sono oltre 2.500, sono stati inquadrati come lavoratori autonomi e – rullo di tamburi – hanno comunque ottenuto un contratto nazionale. Il compromesso raggiunto è stato questo: lavoratori autonomi sì, ma con tutele collettive nazionali. È la prima volta.
Il nuovo accordo è stato sottoscritto il 19 febbraio tra l’associazione di rappresentanza delle piattaforme, Assogrocery, e i sindacati. Non sigle sconosciute nate per l’occasione o ritenute scarsamente rappresentative (come nel caso del contratto dei rider firmato da Assodelivery e Ugl nel 2020). A firmare sono state le categorie dei lavoratori atipici delle tre grandi sigle italiane: Nidil-Cgil, Felsa-Cisl e Uiltemp-Uil (più una delegazione del sindacato autonomo di settore).
Cosa c’è nel contratto
- Lo shopper non ha vincoli di esclusiva né vincoli di orario, è libero di dare la propria disponibilità nei giorni e negli orari scelti, ma serve scegliere un’area territoriale.
- È prevista una paga di 12,50 euro all’ora per il 2024, 13 euro nel 2025, 13,50 nel 2026. Nell’incarico, della durata convenzionale di un’ora, si calcola non solo la consegna ma anche la preparazione del carrello. Se si dovesse andare oltre l’ora, scattano gli straordinari. A questo si aggiunge un’indennità di disponibilità da 1,30 euro per il tempo di attesa degli incarichi. È previsto anche un “bonus mille incarichi”, avendo però usufruito almeno di sette giornate di sospensione continuativa. C’è anche il supplemento per il lavoro domenicale e festivo e un “bonus calore” in estate. È regolamentata pure la “spesa scomoda”, quella più pesante o che prevede la consegna in palazzi senza ascensore.
- Pur non essendo previste ferie, lo shopper può sospendere il profilo fino a 30 giorni in un anno, senza che questo influisca poi sui criteri di accesso alla piattaforma (il famoso ranking diventato lo spauracchio dei rider).
- Lo stesso vale in caso di malattia e maternità ed è prevista pure una indennità di paternità.
- Ci sono anche le coperture Inail e la possibilità di eleggere rappresentanze sindacali.
Il mio capo è un algoritmo? Si stabilisce anche, cosa assolutamente innovativa, che la piattaforma è tenuta a informare lo shopper e i sindacati dell’utilizzo di «sistemi decisionali o di monitoraggio automatico deputati a fornire indicazioni rilevanti ai fini del conferimento dell’incarico, della gestione o cessazione dei rapporti di collaborazione». Detta non in sindacalese, l’accordo prevede la trasparenza degli algoritmi usati. Vedremo se i sindacati saranno in grado di esercitare questi nuovi diritti. Finora solo il protocollo aziendale di Just Eat lo aveva previsto.
Quindi?
Il nuovo contratto è una sperimentazione, certo, per cui bisogna vedere come andrà. Nei prossimi giorni si svolgeranno le assemblee con le lavoratrici e i lavoratori, che dovranno esprimersi sul documento entro l’8 marzo.
Ma è comunque un fatto innovativo nel mondo delle piattaforme e della contrattazione, oltre che una boccata d’ossigeno per i polverosi sindacati nazionali, impantanati da tempo sul dilemma dei rider.
Tre anni fa, nel 2021, il contratto degli shopper era stato siglato, ma con una rappresentanza sindacale costituita ad hoc, la Unione Shopper Italia. Questa volta si è fatto con Cgil, Cisl e Uil.
Non sono solo lavoretti Ma l’accordo è soprattutto un esempio che può essere replicato. Gli shopper sono una nicchia di una categoria molto ampia: secondo l’ultimo dato Istat, nel nostro Paese sono 565mila le persone che nel 2022 hanno svolto almeno un’ora di lavoro tramite piattaforma digitale. Per molti questo ormai è diventato l’unico lavoro, anche se restano quelli che fanno le consegne solo per arrotondare.
Dipendenti o autonomi? «Non sono figure subordinate: una volta capito questo, tutto è andato in discesa», ha spiegato Alessandro Angelini, cfo di Everli e vicepresidente di Assogrocery. Il nodo per i lavoratori delle piattaforme è sempre stato questo, anche a Bruxelles, dove pochi giorni fa è stata affossata la direttiva che prevedeva una presunzione di lavoro subordinato, con inversione dell’onere della prova a carico del datore di lavoro.
La terza via L’accordo appena siglato ha l’obiettivo di garantire anche ai lavoratori autonomi i diritti fondamentali finora previsti solo per i dipendenti.
Quella dei lavoratori delle piattaforme ad oggi è una terra di mezzo, abbandonata a sé stessa mentre ordiniamo il nostro sushi a casa, in attesa di capire se prevalga la subordinazione o l’autonomia secondo gli schemi tradizionali del sindacalese.
I rider sono ancora lì senza una soluzione. Nonostante nel 2019 l’allora ministro del Lavoro Luigi Di Maio avesse annunciato di aver risolto tutto.
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