Il nome della RussiaLe ex repubbliche sovietiche riscrivono le loro cartine per togliere i toponimi russi

I governi degli Stati in Asia Centrale ed Est Europa si riappropriano della loro nazione a partire dalle denominazioni delle vie e delle piazze

AP/LaPresse

Nella prima metà dell’Ottocento, l’artista ticinese Carlo Bossoli ha vissuto con la sua famiglia a Odessa per tutta la sua infanzia. Da adulto, avendo deciso di fare ritorno in Italia, ha intrapreso un viaggio lungo quasi un anno in cui ha esplorato quasi tutta l’Ucraina. La Crimea, lo ha affascinato particolarmente, e infatti è stata rappresentata in una serie di litografie pubblicate a Londra nel 1856 da Day & Son. Una di queste opere è dedicata al paese di Karasubazar. Ma oggi in Crimea non esiste nessuna città con quel nome. Non più, almeno.

Ottant’anni fa Karasubazar (che nel diciottesimo secolo era la capitale del khanato di Crimea) è stata rinominata Belogorsk dalle autorità sovietiche. Dopo avere deportato le popolazioni indigene della penisola in Asia Centrale, nel maggio del 1944 l’Unione Sovietica ha iniziato una massiccia opera di denominazione geografica (per la terza volta dal 1783, data della prima annessione russa della Crimea).

L’obiettivo di questa manovra revisionista era eliminare ogni traccia della presenza secolare della popolazione tatara di Crimea nella penisola in modo da poter dare forma a una narrazione russo-centrica della storia della Crimea. Così, in poco meno di vent’anni, il nome di migliaia di città, piazze, ma anche luoghi culturali e cimiteri venne modificato e adattato alla cultura russa: il novanta per cento delle testimonianze della cultura tatara di Crimea fu eliminato.

Oltre a Karasubazar, Korbekul’ è diventato Izobil’ny, Kruman trasformato in Krasnogvardejskoye, e Kučuk-Uzen’, che significa «piccolo fiume» nel suo corrispondente in lingua russa: Malorichens’ke. E questi sono solo alcuni esempi. I luoghi che avevano nomi con una carica simbolica per i tatari di Crimea e che rappresentavano la cultura della regione erano diventati una mera concretizzazione dell’imperialismo russo.

Mustafa Dzhemilev, ex leader dei Mejlis (il governo nazionale dei tatari di Crimea, che in Russia è stato dichiarato «organizzazione estremista» nel 2016), spiega che nel villaggio di Bozkoj – dove è nato (e che oggi non esiste più) – esistevano due cimiteri musulmani con nomi tatari di Crimea: non vennero rinominati, ma distrutti, sempre per cercare di modificare la storia della penisola da parte delle autorità sovietiche e di privare di legittimità le rivendicazioni dei tatari di Crimea sulla legittimità della loro presenza nella regione.

Il problema dei toponimi non riguarda solo la Crimea, ma si espande anche nell’Ucraina continentale. Dopo lo scoppio della guerra, il governo di Kyjiv ha iniziato a emanare provvedimenti che permettano alla popolazione di riappropriarsi del suo Paese anche in questo senso, a partire dagli sforzi per far conoscere anche all’estero i nomi ucraini delle città (ad esempio Kharkiv al posto della versione russa Kharkov).

Il 22 aprile 2023, il presidente Volodymyr Zelensky ha firmato una legge che proibisce l’uso di nomi russi per gli spazi pubblici ucraini. La decisione potrebbe essere contestata da chi ritiene che letteratura e politica non debbano essere associate. Il professore di filosofia Vakhtang Kebuladze, però, ha spiegato al New York Times perché è necessario ribattezzare anche quelle strade che portano i nomi dei grandi intellettuali russi: «Dobbiamo leggere Tolstoj e studiare le sue opere letterarie. Ma a cosa serve avere “Via Lev Tolstoj” nel centro di Kyjiv? Non è una questione di letteratura, ma della presenza imperialista russa nelle nostre città». 

Il governo ucraino, poi, il 22 novembre ha approvato anche una manovra che mira a ristabilire proprio i toponimi originali in Crimea, quelli in lingua tatara di Crimea. L’iniziativa è stata discussa durante un incontro della Commissione nazionale sulla lingua tatara di Crimea e verrà implementata attraverso la cooperazione del ministero delle Infrastrutture, del ministero della Reintegrazione, dei Mejlis di Crimea e dell’Istituto della memoria nazionale.

Un fenomeno simile si è verificato anche in Polonia, ormai vent’anni fa: nel 2004, infatti, la piazza centrale del quartiere comunista di Cracovia, Nowa Huta, è stata intitolata a Ronald Reagan, che nel 1981 aveva appoggiato il movimento polacco Solidarność. Il rione diventa così una parodia di sé stesso: i palazzoni in stile razionalista da cui è costituito sono quel che di più lontano esiste dai sobborghi statunitensi disseminati dalle tipiche villette a schiera con le verande in legno. Una dissonanza così evidente e quasi straniante, però, rende ancora più chiara la volontà di distaccarsi dal proprio passato di colonia sovietica da parte della Polonia, e quindi centra l’obiettivo.

Questa sfumatura «toponimica» del colonialismo russo si manifesta inoltre in Asia Centrale e nel Caucaso. In Uzbekistan il processo di riappropriazione culturale è iniziato nel 2010, quando a Tashkent centocinquanta strade e quartieri con nomi russi sono stati «riportati alle denominazioni storiche». A volte, però, in maniera un po’ approssimativa, e che di storico ha in realtà ben poco: alcune vie sono state semplicemente numerate, e una è stata dedicata a un bazar all’aperto nelle sue vicinanze, l’Oloy.

La decisione rientra in un insieme di manovre che cercano di contrastare la russificazione a cui il Paese è stato sottoposto nel secolo scorso. Sempre nel 2010, infatti, il parco della Gloria militare, che ospitava numerosi monumenti sovietici, è stato completamente svuotato. E la chiesa ortodossa Aleksandr Nevsky – costruita da un architetto russo nel 1898 – è stata rasa al suolo. 

Quello della Georgia è un caso ancora più particolare: il discorso sulla russificazione riguarda il nome dell’intero Paese, che all’estero si rifà alla lingua russa. In georgiano per riferirsi alla propria patria si usa infatti la parola “Sakartvelo”, il cui significato è letteralmente «terra dei georgiani». A Mosca, invece, il corrispondente è Gruziya, che è più simile al termine utilizzato anche in Italia.

In realtà, la maggior parte della popolazione non pretende che all’estero si usi la parola georgiana per parlare di Tbilisi, anche perché per alcuni è un termine estremamente intimo e familiare, che si carica di significato solo quando è utilizzato da chi conosce la lingua georgiana.

Il problema non è neppure usare la parola Georgia, quella occidentalizzata che piace di più agli autoctoni, perché contiene un richiamo abbastanza chiaro a San Giorgio, che è uno dei santi più venerati dai georgiani. I problemi nascono quando si parla di Gruziya, alla russa, appunto. Per l’opinione pubblica il termine riflette la concezione per cui il Paese si potrebbe ridurre a «un parcogiochi per russi», un’oasi dove i colonizzatori possono svagarsi bevendo vino ambrato e ascoltando musica tradizionale.

A Tbilisi la questione è particolarmente sentita anche perché dal 2008 le regioni di Abkhazia e Ossezia del Sud sono occupate da Mosca. E così nel Paese comprensibilmente ogni sintomo di presenza russa è mal sopportato. Allora, per risolvere il problema, da anni il governo chiede che sulla scena internazionale si usi la versione “Georgia”. 

Le richieste non sono passate inosservate, almeno in alcuni casi: Giappone e Corea del Sud hanno acconsentito, nel 2015 e nel 2011 rispettivamente, a passare alla versione occidenttale, e la Lituania ha fatto un passo ancora in avanti, adottando la dicitura Sakartvelas. A Tbilisi hanno gradito particolarmente, e hanno così deciso di ricambiare il favore, sostituendo il russo Litva con il lituano Lietuva

In Ossezia del Sud, intanto, si procede prevedibilmente a ritroso. Nel 2020 le autorità de facto hanno deciso che la capitale della regione, Tskhinvali in georgiano e Tskhinval in lingua osseta, dovrà essere chiamata “Stalinir” – nome della città usato già in epoca sovietica, dal 1934 fino al 1961 – nei giorni in cui si celebrano eventi legati alla “Grande guerra patriottica” (che è il modo in cui in Russia ci si riferisce alla Seconda guerra mondiale). La logica segue quella già applicata in alcune città russe, come Volgograd, che in occasione delle commemorazioni belliche riassume il vecchio nome “Stalingrad”. 

La scelta dimostra come dietro una determinata scelta topografica esistano ragionamenti fortemente ideologici, che possono essere nazionalisti da una parte o coloniali dall’altra. E così, se nei Paesi che sono riusciti a distaccarsi dal loro passato sovietico l’identità nazionale si ricostruisce anche a partire dai nomi che si leggono sui cartelli in giro per le città, là dove l’influenza del Cremlino è più forte il processo funziona all’inverso. E la possibilità di una rinascita culturale viene annientata. 

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