Circo ItaliaA questa campagna elettorale mancava solo l’avviso di garanzia per un ministro

Il caso Santanchè si aggiunge alla premier che invita a scrivere sulla scheda il suo nome, ai candidati così diversi del Pd e ad altre storie ridicole della nostra politica

La spiaggia di Ostia
Foto di Cecilia Fabiano/LaPresse

In questa sarabanda chiamata campagna elettorale in effetti ci mancava un bell’avviso di garanzia per un ministro, anzi una ministra. È vero che era nell’aria da mesi, ma quando poi il temporale arriva per davvero allora bisogna aprire gli ombrelli. E per Daniela Santanchè gli ombrelli protettivi dei Fratelloni d’Italia sono già sguainati, la ministra del Turismo non lascerà il posto per la semplice ragione che, formalmente, bisognerà aspettare il rinvio a giudizio per ora solo chiesto dalla Procura di Milano.

Ma la realtà che nel Palazzo tutti conoscono è che il governo Meloni e il suo partito sono come un castello di carte, se ne tocchi una cascano tutte: troppo sottili le liane che collegano i vari pezzi del nuovo potere meloniano, troppi i nervi scoperti nei vari dicasteri. Il che non significa affatto che la presidente del Consiglio sia mossa da chissà quale moto di solidarietà verso la ministra – fosse per lei la solleverebbe in quattro e quattr’otto, ma non può, semplicemente non può. Santanchè vuol dire Ignazio La Russa, e come diceva Peppino «ho detto tutto».

E poi vogliamo forse capitolare dinanzi alle stentoree richieste di dimissioni avanzate da Elly Schlein e da Giuseppe Conte? Non se ne parla nemmeno. Almeno fino al rinvio a giudizio, sperabilmente dopo il voto di giugno, poi si vedrà.

Resta il fatto che Santanchè è nei guai. La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per lei e per altre due persone, tra cui il suo compagno Dimitri Kunz, nel filone del caso Visibilia sulla presunta truffa aggravata ai danni dell’Inps sulla gestione della cassa integrazione nel periodo Covid. Insomma, secondo l’accusa, la ministra avrebbe fatto lavorare alcune persone mentre dovevano stare a casa pagate dalla collettività perché si era in piena pandemia. Bisognerà aspettare la decisione del gip. Ma è chiaro che Santanchè è già una ministra più che dimezzata. Non sapeva affrontare l’annosa questione dei balneari prima, figuriamoci adesso.

È un altro ingrediente di questo pasticcio che è la campagna elettorale per le Europee, una torta già mezzo bruciacchiata pur tra tanti buoni propositi e gente onesta che gira l’Italia per chiedere legittimamente i voti: e pazienza, si fa per dire, se nelle contrade d’Italia si può indistintamente incontrare un candidato del Partito democratico che si scatena contro Israele e un altro candidato del medesimo Partito democratico che ne difende il diritto a esistere. E sempre quel candidato del Partito democratico anti-Israele va d’accordo con il frontman leghista sul no all’aborto, mentre due piccoli partiti dicono le stesse cose ma si sono divisi rischiando il flop, e lasciando qui perdere la farsa della premier che invita a scrivere sulla scheda solo il suo nome, sarebbe stato divertente scrivere “Alcide” o “Palmiro” ma all’epoca si era più dignitosi.

Peserà l’affaire Santanchè nella campagna elettorale? Poco, molto poco. Nell’immaginario collettivo “Daniela” politicamente non esiste da tempo. S’illudono le opposizioni, al di là della rituale richiesta di dimissioni, se pensano che questa roba porterà loro un solo voto. Piuttosto si occupino del fatto che il governo non ha né un euro né un’idea per mettere in sesto il bilancio pubblico ed evitare guai seri con l’Europa, insista sui prezzi alti, sulla benzina, sul lavoro precario. Faccia insomma politica vera, che le sorti di Daniela Santanchè non interessano nessuno, a parte lei.

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