Dalla parte giustaIl riscatto di Ferrara passa dall’integrazione degli immigrati e da una politica più trasparente

Fabio Anselmo è l’avvocato noto per i casi di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi. Ora punta a cacciare la Lega dalla città estense. «Sul senso di giustizia non puoi fare compromessi», dice a Linkiesta

Fabio Anselmo
Cecilia Fabiano/LaPresse

«Se vogliamo definire estremista chi difende il diritto alla vita contro chiunque sia responsabile della catena di eventi che porta a lutti terribili e ingiusti allora sì, rivendico l’etichetta di estremista». Fabio Anselmo è così e c’è qualcosa di assolutamente inedito e allo stesso tempo molto semplice nella candidatura a Sindaco di Ferrara di uno degli avvocati più popolari d’Italia, l’uomo che ha conquistato la ribalta nazionale grazie al suo impegno in casi drammatici come quello di Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi e Giuseppe Uva.

Sessantasette anni, bolognese di nascita e ferrarese da una vita, l’avvocato che sta sempre dalla parte giusta ha scelto di fare un passo difficile e nuovo e ha accettato di guidare come candidato civico la galassia del centrosinistra nel tentativo di riportare la città a un percorso interrotto alle ultime amministrative da Alan Fabbri e dal suo composito sostegno più a destra che al centro.

Lei è uno dei pochi candidati che arrivano davvero dalla società civile, quella che si batte e ha un forte attaccamento ai diritti delle persone. Vero che tutti i gesti e le azioni sono azioni politiche ma le sue spesso sono entrate in conflitto con gli interessi delle istituzioni e della politica tradizionale. Quanto è faticoso accettare liturgie e balletti per chi invece è abituato ad agire diversamente?
È molto faticoso, molto faticoso. Non voglio fare l’eroe perché assolutamente non mi ci sento, mi sento più che altro folle e un po’ spericolato nel senso che siamo abituati a persone che si mettono in gioco per motivi di calcolo personale. Nel mio caso il calcolo personale è completamente fallimentare perché vivo del mio lavoro e continuo a vivere del mio lavoro. Non vivo di politica e quindi un impegno di questo tipo mi sottrae tempo. Non traggo e non trarrò nessun beneficio personale e questo devo dire è un argomento che è abbastanza chiaro a tutti.

Se queste sono le premesse, perché lo fa?
Francamente non avrei mai pensato di trovarmi in questa situazione, pensavo di non avere le energie per una nuova avventura perché ho avuto una vita appagante ma molto dura. In questi quarant’anni di professione, buona parte dei quali spesi per rivendicare i diritti negati o addirittura calpestati in modo irrimediabile da parte dello Stato, mi sono trovato sempre dalla parte sbagliata, dalla parte degli ultimi. Ho dovuto affrontare ogni tipo di depistaggi e atteggiamenti ostili della politica. Diciamo che a volte ho avuto a che fare con uno Stato che non amava e non ama processare sé stesso e in questo modo sono entrato in contatto con molti protagonisti del mondo del volontariato e la loro dimensione umana formidabile, con le associazioni schierate a difesa dei diritti civili. Ho partecipato alla campagna elettorale di Ilaria (Cucchi, compagna di Anselmo) e ho avuto accesso come cittadino normale a mondi e realtà che non conoscevo e ho capito che serve un impegno più grande, al loro fianco. Al fianco delle persone.

La sua parabola è fatta di scelte coraggiose. La cosa che colpisce in una candidatura come la sua è che sia considerata divisiva. Come può esserlo una figura che a Ferrara ha scoperto un buco nero, che ha incrociato una vicenda incredibile e drammatica e si è messa al servizio dei diritti civili? Com’è possibile fare una cosa per senso di giustizia universale e percepire di essere vissuto come una candidatura di parte?
Sul senso di giustizia non puoi fare sconti, su quello non puoi fare compromessi. Un esempio? Se io scopro, e sono dati ufficiali, che le aziende pubbliche finanziano due o tre imprenditori locali con soldi pubblici, se scopro che quei soldi provengono dalle spese mortuarie che devono affrontare i cittadini (comprese le bare di Bergamo in periodo Covid), non posso tacere. Se provo a ricostruire la vicenda con un lavoro di ricerca certosino pur sapendo che sono atti pubblici, ma non riesco perché sono catalogati in maniera confusa e disordinata in modo da rendere quasi impossibile la ricostruzione la cosa si fa grave.  Se mi accorgo che questi soldi, mezzo milione di euro in tre o quattro anni per quanto riguarda l’agenzia di pompe funebri mortuaria e altri fino ad arrivare a un milione e mezzo di euro da parte di Ferrara Tua e del Comune stesso, finanziano un’attività come quella dei concerti e che quegli eventi vengono usati per abbagliare gli elettori, a scopo propagandistico allora proprio non ci siamo. Sono concerti usa e getta, poi alla fine non lasciano nulla se non molti problemi logistici e di gestione. Gli spettacoli, l’intrattenimento sono importanti ma vanno organizzati e finanziati diversamente. Questo non è essere di parte, non può esserlo.

Il caso terribile di Federico Aldrovandi è stato il suo primo momento di grande visibilità nazionale e quello in cui in una città, chiamiamola di gente tranquilla, succede una cosa terrificante. Su quella vicenda resta la sensazione che la città si sia divisa, per assurdo che sia.
A Ferrara è successo qualcosa di molto strano e penoso, l’etichetta di guastafeste si è ripercossa sui familiari di Federico che hanno pagato l’impegno civile derivato da un lutto tremendo. Una follia. Per quanto mi riguarda io sono fiero di essere considerato un estremista, perché il diritto alla vita è un diritto che non può essere sindacato. Credo nelle istituzioni, non sono mai stato contro la Polizia, ma quando si sbaglia e si commettono errori così spaventosi la legge deve essere uguale per tutti. Sulla storia di Federico ho scritto un libro (edito da Fandango, ndr) ci sono anche i retroscena che nessuno conosce e che danno al tutto dimensioni ancora più fosche, più problematiche. Vari personaggi in cerca di ruolo si sono mossi in questa vicenda, hanno agito nell’ambito delle indagini per depistare e mestare le acque. L’elemento centrale di quella vicenda, l’uomo che non è stato mai indagato non è mai stato coinvolto nelle inchieste ora me lo trovo candidato nella lista della Lega, l’ex capo della mobile Scroccarello. È abbastanza incredibile.

E lei ha mai pensato di coinvolgere Patrizia Moretti, la madre di Federico, nella sua squadra o di offrirle una candidatura al consiglio comunale?
Ho fatto una scelta e questo lo posso dire. Ho parlato con Patrizia, le ho chiesto aiuto. Lei mi ha risposto che non se la sentiva e in fondo conoscevo già la risposta. Mi ha consigliato di slegare la mia candidatura dalla loro storia e questo la dice lunga su quanto sia profonda a Ferrara la ferita di quella notte e grande l’incapacità di dialogare.

Ferrara è stata una roccaforte della sinistra, poi il tracollo. Secondo lei cosa è successo veramente quattro anni fa? Perché al di là di quello che lei denuncia, delle malversazioni di questa giunta, perché all’improvviso si è persa credibilità nonostante il buon lavoro dell’ultimo sindaco? Ferrara ha pagato la tendenza nazionale?
Ferrara è stata lo specchio di un disagio più grande, quello che comprende anche i rigurgiti del fascismo ben presenti oggi in città. A Ferrara la sinistra ha pagato i suoi errori più classici, ha perso il contatto con i cittadini, non ha saputo accettare un ricambio generazionale vero e per decenni i volti del potere cittadino sono rimasti gli stessi. Errori di sottovalutazione, errori di supponenza, poca attenzione ai temi fondamentali dei diritti delle persone, dei diritti umani. Prendiamo il tema dell’immigrazione: oggi sento tutti, ma proprio tutti e dico anche le organizzazioni di categoria imprenditoriali, dire che gli immigrati sono una risorsa e non un problema. Ci è arrivata anche la destra. Ma a sinistra da Minniti in poi non siamo stati più capaci di trasmetterlo chiaramente, come alternativa a una propaganda che creava solo terrore, che parlava alla pancia della gente in difficoltà mettendo i poveri contro i poveri, gli uni contro gli altri. Il meccanismo più vecchio del mondo. Io dico sempre che non bisogna seguire l’opinione, è necessario creare opinione. I sondaggi contano e dicono molto, quello che non dicono è che a Ferrara la sinistra ha pagato la sottovalutazione del problema dell’ordine pubblico. La presenza di immigrati irregolari in una città provinciale come la nostra ha molto turbato il ferrarese medio, facile preda della propaganda. La destra ha fatto una cosa semplice, non giusta ma semplice: ha saltato i corpi intermedi, non si è misurata con le associazioni di categoria né con i sindacati, è scesa in piazza a parlare con i cittadini, un rapporto diretto con i candidati, che l’ascolto fosse reale o meno.

Quali sono i temi più sentiti, cosa emerge da questo dialogo?
Dell’immigrazione ho detto. Poi c’è il tema dell’invecchiamento della popolazione, che si ripercuote sulle politiche del lavoro e non solo, e a Ferrara ha una dimensione emergenziale. Più in generale c’è da dire che il dialogo è fondamentale, parlare con le persone e incontrarle è fondamentale. Mi sono stancato di convegni, mi interessa la gente e la gente arriva perché vuole un confronto. Mi presento con umiltà, consapevole di essere l’ultimo arrivato e stimolo chi incontro a parlarmi dei problemi. C’è una dialettica intensa, trovo persone deluse dai partiti, da questi ultimi cinque anni di promesse non mantenute, da trent’anni tutti uguali. Dalla mancanza di responsabilità di chi fa programmi mai rispettati. C’è la paura per alcuni episodi violenti, molto violenti, la paura di non poter vivere serenamente in una città che è sempre stata facile, dolce.

Quanto è difficile essere un candidato che ha una impostazione civista e non di uno che viene dai partiti e dover dialogare con la politica tradizionale? Lei ha una personalità fortissima, come riesce a convivere con manuali operativi rodati e la pressione della coalizione?
Io riesco a dialogare solo dicendo pane al pane e vino al vino. Da un punto di vista psicologico il primo periodo della candidatura è stato duro, ho avuto un atteggiamento quasi remissivo perché mi sono messo in discussione. Poi ho capito che quella modalità mi portava a trasmettere un modello vuoto e fallimentare e ho preso l’iniziativa. Resto simile a me stesso, quando sbaglio non sono autoindulgente e ammetto la mia ignoranza di fronte a cose nuove e sconosciute e non perdo la mia autenticità, ma ora alcuni meccanismi mi sono più chiari. Mettiamola così: quando entro in un mondo nuovo, entro in punta di piedi ma mi sono accorto che in quel modo i piedi poi me li tagliano. Ho dovuto cambiar passo anche perché la propaganda contraria non si ferma mai e ci sono cose talmente ipocrite da non essere tollerabili. A destra provano a fare i moderati, usano lo stemma della Dc, sull’immigrazione scimmiottano il programma del Partito democratico del 2019. Difficile restare seri e coerenti quando dall’altra parte si capisce che sono disposti a tutto.

Ha paura del fuoco amico?
Sì, molta.

Qual è il più grande pericolo di questa campagna elettorale?
Lanciare messaggi contraddittori. La destra lo fa per convenienza, mette insieme un minestrone di antifascismo di facciata, fascismo sostanziale, interessi privati e tutto quel che trova posto sul carrozzone. Noi siamo seri e coerenti, anche a costo di prendere decisioni impopolari per parte della nostra coalizione, a costo di scatenare dibattiti social sulla natura ideologica della mia candidatura (che non è ideologica) ma penso e so che non si possa più essere fumosi. La presentazione della mia candidatura al Cinema Apollo è diventata un caso nazionale, ho usato solo il mio nome per invitare le persone e sono arrivati in tantissimi. Bene, in quell’occasione ho lanciato subito un segnale chiaro e non contraddittorio: ho detto «integriamo gli immigrati» ed è partito un applauso generalizzato. Sono l’unico che sta dicendo le cose come stanno. Poi ho incontrato tutte le categorie e i sindacati ripetendo la stessa cosa. Davvero dobbiamo integrarli, dobbiamo dare loro una casa, dobbiamo dare loro la possibilità di lavorare e guadagnare uno stipendio per vivere dignitosamente. Messaggi chiari.

Come la stanno accogliendo gli imprenditori, più abituati a dialogare con il centrodestra o comunque con figure meno lontane della sua?
Ho trovato una condivisione di scenari e interessi pur con ottiche diverse. Hanno capito che uno può essere premiato come Eroe dei Diritti Umani (CILD 2017, ndr) e allo stesso tempo avere grande interesse per il tessuto produttivo, per il mondo imprenditoriale che garantisce da sempre il lavoro, che tra i diritti resta uno dei più centrali e fondamentali. Abbiamo progetti e idee di rilancio, Ferrara merita molto più che non una mentalità speculativa, dobbiamo crescere tutti insieme.

Ferrara si è sempre rappresentata attraverso la cultura, negli ultimi anni valore dimenticato. Come pensa che possa ritornare a essere un valore riconosciuto e non una specie di ostacolo, di retaggio polveroso del passato?
Facendo una cosa rivoluzionaria: tornando indietro. Tornando alle iniziative che rendevano questa città unica. Tornando a valorizzare “Ferrara Sotto le Stelle”, riprendendo la direzione di Palazzo dei Diamanti, tornando esattamente a quello che si faceva prima perché quello che non capisco è per quale motivo si debba cambiare a prescindere. Se le idee sono buone vanno mantenute, non ha senso che chi ha un’identità politica diversa debba fare terra bruciata. Abbattere un corpo funzionante come quello della cultura ferrarese è stato un atto di autolesionismo formidabile della destra.

A Ferrara lo sport è importante ma lo è anche la passione sportiva. La tifoseria della Spal nella società civile ci sta eccome, per esempio. Pensa che un valore costituente come lo sport possa essere una soluzione, possa aiutare a integrare le persone?
Nei campi di calcio vedi persone di diverse etnie che giocano, magari non conoscono l’uno la lingua dell’altro ma giocano. È un momento di aggregazione in una città in cui per i giovani c’è poco o nulla, solo locali e divertimento a pagamento. Noi abbiamo tantissimi studenti, sono una risorsa che sprechiamo non dando loro possibilità e infatti scappano, si allontanano. Lo sport è un collante e una scuola, Ferrara anche lì ha una grande tradizione al momento molto trascurata e il problema è che altre città anche vicine si muovono molto diversamente. Ravenna, per esempio, è molto più avanti per quanto riguarda la politica sui giovani e sull’integrazione, hanno capito prima e meglio di noi.

Ultima domanda. Lei è un solista, nel senso che lo è stato per generosità e spesso ha offerto il petto ai fucili per garantire attenzione a cause molto complesse. Il governo di una città però richiede di condividere, di lavorare in gruppo, di essere presente ma saper delegare. Si sente pronto a questo genere disfida?
Io non avrei fatto nulla di quello che ho fatto senza la mia squadra, avvocatesse e avvocati straordinari. Se io sono sempre in prima linea è perché in studio c’è chi si aggiorna, c’è sempre chi fa le valutazioni di ogni vicenda giudiziaria. È un lavoro di gruppo importante e senza di loro non avrei fatto niente. Nel caso diventassi Sindaco voglio avere una squadra così anche in Comune, perché da solo non puoi fare nulla ma proprio nulla.

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