
Ottantacinque anni fa nasceva Radio Iran, la prima emittente di Stato nel Paese mediorientale. In un territorio in cui quasi l’ottanta per cento della popolazione era analfabeta, la possibilità di ascoltare le notizie rappresentò una vera e propria rivoluzione sociale e politica. Era l’aprile del 1939 e l’antico Impero persiano stava entrando in una fase di modernizzazione sotto la guida dello Scià Reza Pahlavi. Suo figlio Mohammad Reza Pahlavi, salito al trono nel 1941, portò avanti l’opera del padre. Con lui Radio Iran contribuì in maniera decisiva all’alfabetizzazione, allo sviluppo agricolo e industriale e all’educazione pubblica su concetti come l’emancipazione delle donne e la libertà personale.
La Rivoluzione culturale del 1979 guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini ha soffocato i messaggi liberali trasmessi da Radio Iran e dagli agli altri mezzi di informazione nel Paese. I notiziari, da imparziali e politicamente equilibrati, sono diventati presto la voce del regime islamista. Le redazioni dei giornali sono diventate presidio dei fiancheggiatori della leadership religiosa al potere.
Nei successivi quarantacinque anni, il panorama mediatico nel Paese non ha subito grandi stravolgimenti. Radio Iran, al pari di altri media nazionali, continua ad aderire pienamente alla narrazione del governo, alzando il volume della propaganda nei momenti di maggiore crisi.
Tale modulazione della voce del regime si è resa evidente nelle ultime settimane, in occasione del ciclo di attacchi e rappresaglie con Israele, considerato dalla Repubblica islamica il «piccolo Satana» (fratello minore del «grande Satana», gli Stati Uniti). Nel decennale scontro con Tel Aviv, Teheran aveva sempre optato per una «guerra ombra», fatta di sabotaggi ai sistemi militari del nemico e attacchi perpetrati da proxy regionali, quali Hezbollah, Houthi e milizie sciite in Iraq e in Siria.
In questo modo, la Repubblica islamica era riuscita a perseguire un duplice obiettivo. Innanzitutto, quello di colpire lo Stato ebraico indirettamente, senza compromettersi in un conflitto che non sarebbe stata in grado di gestire. La crisi economica interna – con un’inflazione attestata attorno al quaranta per cento a febbraio, e un tasso di disoccupazione giovanile superiore al venti – oltre che il diffuso dissenso popolare nei confronti della classe religiosa al governo rappresentavano infatti dei validi impedimenti all’ipotesi di un’iniziativa bellica diretta contro Israele.
In secondo luogo, come spiegato dal politologo Robert Jervis nel libro “Perception and Misperception in International Politics”, la guerra per procura della Repubblica islamica contro Israele permetteva al regime di alimentare la sua propaganda: la distruzione del «piccolo Satana» altro non era che uno slogan politico, che permetteva al governo degli ayatollah di individuare un bersaglio esterno al fine di catalizzare il consenso interno.
Dal primo aprile, però, con l’attacco israeliano all’edificio consolare iraniano a Damasco e l’uccisione dell’alto comandante delle Forze Quds, Mohammad Reza Zahedi, Teheran – dovendo abdicare al primo obiettivo – ha dichiarato un cambio di atteggiamento.
«Il regime malvagio sarà punito dai nostri uomini coraggiosi. Li faremo pentire di questo crimine e di altri simili, per volontà di Dio», ha minacciato la Guida Suprema Ali Khamenei a poche ore dal raid. Come notato dalla giornalista di Iran international Farzaneh Bazrpour, l’ayatollah ha enfatizzato il concetto di vendetta, mostrandone la sinonimia con quello di fermezza nella fede. E come lui, numerosi uomini della sua cerchia e diversi canali d’informazione vicini al regime.
All’indomani dell’attacco, infatti, radio, televisioni e siti controllati dallo Stato hanno fatto da cassa di risonanza per le parole dell’ayatollah e delle Guardie della rivoluzione sulle questioni di politica estera. Alle redazioni giornalistiche indipendenti, invece, è stato impedito di dare voce a esperti sul tema del conflitto con Tel Aviv.
Nel corso delle quasi tre settimane di tensione con Tel Aviv – culminate con l’abbattimento di tre droni israeliani nei cieli sopra Isfahan all’alba del 19 aprile – i toni provocatori nei confronti del «piccolo Satana» si sono via via accentuati. Si pensi, ad esempio, al modo in cui è stata data la notizia dell’attacco condotto dalla Repubblica islamica su Israele con oltre trecento tra droni, missili balistici e missili da crociera nella notte tra il 13 e 14 aprile.
Nonostante il sostanziale fiasco dell’operazione (il novantanove per cento dei proiettili è stato intercettato dal sistema di difesa israeliano), la stampa filogovernativa ha commentato positivamente l’esito dell’attacco, facendo da eco alle parole del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, Mohammad Bagheri: «L’operazione Promessa Mantenuta è stata completata con successo e ha raggiunto tutti i suoi obiettivi». E titoli come «La paura dei sionisti per la risposta dell’Iran» e «Gli israeliani sono confusi e sbalorditi» hanno campeggiato nelle homepage dei principali siti d’informazione pro Repubblica islamica.
Tra le diverse intimidazioni rivolte da giornalisti e politici a Israele, una delle più eclatanti è quella del parlamentare Mahmoud Abbaszadeh Meshkini che, a poche ore dal raid su Isfahan, ha messo in guardia lo Stato ebraico per aver commesso «un errore molto pericoloso e strategico giocando con la coda del leone».
In quella circostanza, però, la sua è stata una voce fuori dal coro. Di fatto, in seguito alla ritorsione israeliana, il governo iraniano ha sminuito l’impatto dell’offensiva agli occhi dell’opinione pubblica per dissipare i timori di un inasprimento del conflitto. Il risultato comunicativo, però, è stato un goffo tentativo di negare la realtà, producendo versioni tra di loro contradditorie.
Un analista iraniano ha dichiarato che si sia trattato di un’azione compiuta con «mini-droni» lanciati dal territorio iraniano, indicando che l’attacco dovesse essere ricondotto al terrorismo interno, e non alla riuscita violazione dello spazio aereo da parte del nemico israeliano. L’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Tasnim ha invece attribuito il raid a Israele, commentando ironicamente il post polemico del ministro della Sicurezza nazionale israeliana Itamar Ben Gvir, che aveva definito l’attacco come «moscio». Da ultimo, il comandante in capo dell’Esercito iraniano, Abdolrahim Mousavi, ha confuso ulteriormente le acque, etichettando come «assurdi» i report che hanno attribuito a Israele l’attacco, sostenendo che le esplosioni fossero dovute all’abbattimento di «oggetti volanti sospetti».
Alla luce di tale episodio di strabismo mediatico, è stato chiaro che per gli ayatollah non sia semplice coniugare la necessità di legittimare il proprio ruolo con quella di evitare una gravosa escalation regionale. Se da un lato, infatti, Teheran non vuole perdere la faccia con cittadini e alleati nell’area, dall’altra non può permettersi di intraprendere un’iniziativa bellica contro il rivale ebraico.
In questo senso, risulta decisivo il ruolo dei media. Controllando Radio Iran e un sistema informativo prono al regime, gli ayatollah hanno il vantaggio di modulare il volume delle dichiarazioni, alternando slogan contro il «piccolo Satana» a messaggi di raffreddamento delle tensioni. Che poi di questo sistema ne sappiano fare buon uso, questo è un altro discorso.