Crisi haitianaLa missione di sicurezza Onu guidata dal Kenya arriva a Port au Prince

Negli ultimi mesi le bande criminali hanno preso il pieno controllo della capitale, saccheggiando ospedali, chiudendo le forniture di acqua e gas, e usando la violenza sessuale e lo stupro come arma. L’escalation di violenze ha lasciato mezzo milione di persone senza una casa, a cui le poche ong rimaste a operare cercano di offrire un supporto

AP/LaPresse

A Haiti è arrivato il primo dispiegamento di forze di polizia internazionali. Dopo mesi di attesa la Missione di sicurezza multinazionale (Multinational security support mission) approvata lo scorso ottobre dal Consiglio di sicurezza delle Nazione Unite, come risposta allo stato di emergenza in cui versa il Paese, entra nella sua fase operativa. A guidare l’invio di oltre duemilacinquecento agenti – dall’Africa, dall’Asia e dai Caraibi – è il Kenya, che ha messo a disposizione oltre un migliaio di uomini. La missione è guidata da tre ufficiali kenioti e ha come obiettivo il contrasto delle bande criminali che da mesi ormai hanno il pieno controllo della regione.

A Port au Prince infatti la vita da inizio febbraio è in condizioni precarie. L’escalation di violenze condotte dalle gang locali, che controllano più dell’ottanta per cento della capitale, ha staccato la spina ai collegamenti interni ed esterni creando uno stato di terrore generalizzato, oltre a lasciare quasi due milioni di persone in una condizione di insicurezza alimentare. Gli scambi nel porto della capitale sono stati bloccati, nonostante il contrabbando con la Florida continui a finanziare l’armamentario delle bande. Che a marzo hanno cercato anche di prendere il controllo dell’aeroporto impedendo ai voli di linea di decollare. Al momento la situazione rimane in gran parte sotto il controllo di più di duecento bande criminali.

Dall’inizio dell’anno quasi quattrocentomila persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni, più di quattrocentotrenta sono state rapite e più di duemilacinquecento sono state uccise o gravemente ferite.

Il momento di rottura che ha scatenato i disordini è stato l’omicidio del presidente haitiano Jovenel Moïse nel luglio del 2021, compiuto con un agguato nella sua abitazione, motivato secondo alcune fonti dagli sforzi fatti da Moïse nel contrasto al narcotraffico. Lo stesso che solo un paio di giorni prima dal suo tragico omicidio aveva nominato primo ministro Ariel Henry, rimasto presidente ad interim fino alle dimissioni lo scorso 25 aprile e recentemente sostituito da Garry Conille, il cui governo si è ufficialmente insediato il 12 giugno.

Benché l’obiettivo rimanga quello di porre fine alle violenze e al potere delle bande criminali sulla città, non sarà semplice in breve tempo riprendere il controllo in tutto il Paese. A sorvegliare i passaggi e il trasporto delle merci sono anche migliaia di detenuti fuggiti dal penitenziario nazionale, circa quattromila persone, e da quello di Croix de bouquets, altre millecinquecento persone. Evasi con l’aiuto della gang “G-9 and Family” guidata da Jimmy Chérizier, soprannominato “Barbecue”, ex ufficiale di polizia nonché pluriomicida, chiamato così a causa della presunta abitudine a bruciare vive le sue vittime. Lo stesso che negli ultimi giorni ha fatto sapere di voler aprire “un dialogo” con il nuovo presidente, dopo mesi di violenze e brutalità. La sua gang avrebbe iniziato a operare in molti quartieri della capitale già sotto la presidenza di Moïse, grazie a rapporti con il partito Tèt Kale, di cui anche Henry faceva parte. Le bande sarebbero servite come estensione territoriale del controllo governativo, una via per gestire alcune questioni più scomode, ostacolando il voto quando necessario o le proteste delle forze avversarie.

Dall’omicidio di Moïse le varie gang hanno iniziato ad agire autonomamente, commettendo sequestri a scopo di estorsione, riciclando denaro, saccheggiando gli ospedali, prendendo il controllo delle forniture di acqua, gas e luce, e iniziando a impiegare la violenza sessuale e gli stupri come arma. Secondo le Nazioni Unite sono soprattutto le donne e le bambine a dover subire di più la brutalità di questa implosione istituzionale, che non ha fatto altro che inasprire ineguaglianze pre-esistenti.

A Linkiesta Natalia Russo, ginecologa di Medici senza frontiere (Msf) in missione fino allo scorso maggio a Port a Piment, racconta dell’incremento di queste violenze: «Ce ne sono molte e spesso non sono neanche denunciate. Abbiamo notato un aumento significativo, dai due casi al mese siamo arrivati anche a tre alla settimana». Fatti efferati come questi in uno stato di assoluta instabilità politica sono lasciati in gran parte impuniti. E accrescono il terrore diffuso tra la popolazione e le organizzazioni umanitarie rimaste nel Paese, che a metà marzo sono state costrette in massa a evacuare dal quartiere nel quale erano collocate per ragioni di sicurezza.

Medici senza frontiere è tra le poche ong rimaste, e lavora con sei diversi centri operativi, tra cui quello per la maternità a Port a Piment, a circa otto ore dalla capitale. «Con l’arrivo delle gang il sistema sanitario del Paese è pericolosamente peggiorato – spiega Russo –, con il prezzo del carburante triplicato gli ospedali non possono più garantire quei servizi necessari. E sono praticamente vuoti: di farmaci, di dispositivi e di risorse umane». Il governo ha smesso di pagare gli stipendi del personale sanitario, oltre a non potergli garantire una sicurezza sul lavoro. A tutto questo si è aggiunta la mancanza di forniture mediche. Nei mesi scorsi l’assenza di reagenti necessari a fare test sulle sacche di sangue ha reso la situazione ancora più critica, creando una “rottura di stock”, cioè un completo esaurimento delle scorte di sangue a disposizione. Un evento complicato dal fatto che il Governo haitiano impone che i test siano svolti solo da centri governativi e non da enti esterni come Msf. «Una situazione da incubo soprattutto in una maternità, come quella in cui lavoravo, dove le emorragie sono all’ordine del giorno», spiega Russo.

Sul fronte politico la recente elezione di Conille ha anche il compito di facilitare la Multinational security support mission (Mss) approvata lo scorso ottobre e da oggi operativa: un piano internazionale di supporto al Paese che segue la richiesta fatta a fine 2022 dall’ex primo ministro Ariel Henry.

In realtà l’intervento internazionale sarebbe dovuto partire già a fine maggio, ma sugli estremi della collaborazione si è incagliato l’invio di agenti dopo che Henry è stato sostituito dal governo di transizione. Dopo settimane di attesa nei giorni scorsi due delegazioni di polizia keniota hanno raggiunto la capitale haitiana, verificando lo stato di avanzamento logistico e organizzativo delle strutture predisposte ad accogliere le forze di polizia in arrivo. Che anche grazie al sostegno degli Stati Uniti si prevede rimarranno a disposizione del Paese per almeno i prossimi due anni.

La speranza è che il nuovo esecutivo abbia la capacità di riprendere il controllo politico e infrastrutturale del Paese, tendendo la mano anche alla preziosa collaborazione umanitaria internazionale. Anche l’organizzazione della società civile italiana Avsi che dal 1999 lavora nel Paese è rimasta tra quelle operative, offrendo supporto nella capitale e nelle zone periferiche. «In questo momento offriamo supporto alle donne e ai bambini che si trovano privi di alcuna istruzione, perché nonostante alcune scuole stiano riaprendo in qualche zona la gran parte è stata completamente distrutta – racconta a Linkiesta Flavia Maurello, responsabile Avsi, ora a Haiti –, la situazione in centro a Port au Prince rimane molto tesa, e con esercizi commerciali e supermercati saccheggiati non possiamo immaginare come questo non possa avere un impatto immediato sullo stato socio psichico anche dei nuclei familiari».

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