Brava Elly, e ora che ci fai?La strategia di Schlein serve a far galleggiare il Pd, ma non a battere la destra

La segretaria ha dato un’impronta diversa al partito, cercando voti sempre più a sinistra che al centro. Un minoritarismo che le permetterà di non affondare, ma che non basterà mai per competere sul serio (Boccia e Ruotolo, del resto, sono una garanzia)

Pexels

«Finalmente Nanni Moretti può andare in soffitta. Con trent’anni di ritardo il Pd sta dicendo e facendo cose di sinistra». L’impegnativa riflessione consegnata a Daniela Preziosi su Domani è di Sandro Ruotolo, cronista ai tempi del primo Michele Santoro, e oggi membro della segreteria del Partito democratico, candidato (in bilico) nella circoscrizione Sud.

Ruotolo, colonnello di Elly Schlein e da lei delegato a seguire i problemi dell’informazione (finora senza gran successo), ha ragione. Lasciamo perdere il riferimento ai trent’anni, che trent’anni fa il Partito democratico era in mente Dei, ma ha ragione nel sostenere che il Partito democratico si è spostato a sinistra: nella postura più che nei comportamenti parlamentari, e per fortuna, dove alla fine si fanno sentire un retaggio della politica di governo o un felpato richiamo del Quirinale, o tutt’e due le cose insieme. Però è innegabile che il Partito democratico schleiniano appaia, e in larga misura effettivamente sia, più di sinistra.

Come ha spiegato Francesco Boccia, uno degli ideologi del nuovo corso, «la scommessa è conquistare voti da sinistra e non da destra come in passato». Forse alludeva al quarantuno per cento di Matteo Renzi (2014) quando per la prima volta il Partito democratico fece quello che si era proposto alla sua fondazione, prendere voti dall’altra parte, cosa solo in parte riuscita a Walter Veltroni (trentatré per cento), meno a Pier Luigi Bersani (venticinque), meno che mai a Nicola Zingaretti (ventuno) e Enrico Letta (diciannove): Boccia era in prima fila con chi ha ottenuto i risultati peggiori, Bersani, Zingaretti e Letta, e ostile a Veltroni e Renzi: così, tanto per dare un’idea di chi stiamo parlando.

Intendiamoci bene, noi pensiamo che una maggiore caratterizzazione giovi elettoralmente a un Partito democratico che negli ultimi anni si era politicamente illanguidito, sbiadito, ammutolito, e infatti secondo tutte le previsioni Schlein avrà un buon risultato proprio grazie a questo ritrovato protagonismo. Perché questo Partito democratico più radicale dovrebbe riportare a casa alcuni consensi andati ai Cinquestelle o finiti nell’astensione e al tempo stesso confermare i voti dello zoccolo duro postcomunista e cattolico di sinistra, pacifista e financo integralista.

Il problema è che questa linea di galleggiamento consente di non affondare ma anche di non competere. Si resta sempre lì, nella comfort zone di sinistra, quella delle feste dell’Unità, delle terrazze e forse anche di qualche muretto di periferia. Ma oltre il recinto più o meno rosso non si becca un voto. Resta cioè in questo Partito democratico un grumo di grillesca inaffidabilità sul piano della credibilità, della capacità di governare un Paese complicato come il nostro. Un buon argine a Giorgia Meloni, questo sarà il dividendo delle elezioni Europee per Schlein. Il che rimanda al vecchio aneddoto di quando Giancarlo Pajetta prese la prefettura di Milano e Palmiro Togliatti gli rispose: «Bravo, e ora che ci fai?». Già, che ci farà Elly con quei voti? Pertanto il buon Ruotolo di Nanni Moretti farebbe bene a ricordare anche un’altra frase immortale: «Con questi dirigenti non vinceremo mai». O, almeno, a cercare di smentirlo.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter