Finta discontinuitàIl nuovo presidente iraniano alimenta l’illusione occidentale che possa cambiare qualcosa

Il candidato del Reform Front Massoud Pezeshkian ha vinto il ballottaggio contro l’ultraconservatore Said Jalil, ma resta una faida interna al regime teocratico e non promette niente di buono

AP/Lapresse

Per alcuni, specie in Occidente, è una flebile speranza di cambiamento, ma più che altro è il solito manifesto inganno del regime iraniano e una pedina che fa il gioco dell’Ayatollah Ali Khamenei. Il sedicente riformista Massoud Pezeshkian, sessantanove anni di professione cardiochirurgo, è il nuovo presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Secondo i dati forniti dal governo, al ballottaggio elettorale di venerdì 5 luglio il candidato proposto dal Reform Front ha ottenuto il 53,3 per cento dei consensi, pari a circa 16,3 milioni di voti, contro il quarantaquattro per cento del competitor, che ha invece accumulato 13,5 milioni di schede. Sempre stando alle stime ufficiali, gli iraniani aventi diritto di voto che si sono recati alle urne per il secondo turno di elezioni sono stati circa il cinquanta per cento (più o meno trenta milioni di persone), una quota in rialzo rispetto al quaranta per cento della prima tornata elettorale, indetta per venerdì 28 giugno, che ha segnato un record negativo di affluenza dalla nascita della Repubblica Islamica.

Addirittura, stime di analisti dall’estero riferiscono di una partecipazione non superiore al venti per cento. Tassi d’astensione molto alti, dunque, giustificati dalla generale sfiducia dei cittadini nei confronti del regime reazionario e soprattutto dall’appello a disertare la farsa elettorale lanciato da dissidenti, come le premio Nobel Shirin Ebadi e Narges Mohammadi, e accolto da milioni di iraniani stanchi del governo teocratico.

Nella sua campagna elettorale, Pezeshkian ha sostenuto di voler mettere in atto una politica di liberalizzazione dal regime teocratico – riducendo la censura su Internet, ad esempio – e di ripristino degli accordi commerciali con l’Occidente. Piani ambiziosi solo a parole, e comunque inattuabili. Considerando che in Iran le decisioni di public affairs spettano all’Ayatollah Ali Khamenei, centro politico e religioso del Paese, decisamente contrario ad aperture di questo tipo.

È da mettere a sistema anche la volontà occidentale di accettare il dialogo con il regime teocratico (cosa non scontata, visti e previsti gli sviluppi politici di questi mesi in Europa e Usa). I rapporti tra Washington e Teheran, in particolare, si sono incrinati nel 2018, quando l’allora presidente americano Donald Trump si è sfilato dall’accordo sul nucleare iraniano – stipulato tra le due potenze appena tre anni prima – e ha reintrodotto sanzioni commerciali che si sono rivelate deleterie per l’economia di Teheran. La mossa del tycoon, oltre a riportare il Paese mediorientale in una profonda crisi economica (negli ultimi quattro anni l’inflazione in Iran si è aggirata attorno al quaranta per cento, e il tasso di disoccupazione giovanile non risulta inferiore ai venti punti percentuali), ha avuto l’effetto di esacerbare l’odio nei confronti dell’Occidente delle frange più conservatrici del Paese. I partiti islamisti radicali si sono così aggiudicati la presidenza nel 2021, eleggendo Ebrahim Raisi, la cui morte, avvenuta il 19 maggio scorso in un incidente in elicottero, ha aperto le porte alle quattordicesime elezioni presidenziali dall’inizio della Repubblica Islamica in Iran.

Le possibilità che i propositi di Pezeshkian si realizzino, tuttavia, sono molto basse. Tale considerazione si basa su diversi fattori. Innanzitutto, occorre ricordare che la Repubblica Islamica presenta una struttura piramidale al cui vertice estremo si trova la Guida Suprema. Il fatto che Khamenei abbia l’ultima parola su ogni processo decisionale, compresa la selezione dei candidati, limita notevolmente la capacità d’azione dell’esecutivo in carica. In secondo luogo, è da considerare la sostanziale debolezza del candidato promosso. Oltre a non avere alle spalle un’organizzazione politica forte, Pezeshkian non vanta alcuna esperienza di rilievo in ambito politico (fa eccezione la nomina a ministro della Sanità tra il 2001 e il 2005) e non è particolarmente noto in Iran.

A tale proposito l’antropologa italo-iraniana Sara Hejazi spiega che «ai riformisti manca una figura di leadership forte e, soprattutto, mancano delle idee chiare».

Dopo aver avuto un momentum agli inizi del 2000, salutato con grande enfasi in Occidente ma in realtà anch’esso strumento del regime, il movimento riformista in Iran ha smarrito la sua identità nel corso degli anni, crollando miseramente sul finire del governo di Hassan Rouhani nel 2021. «Ritengo che la crisi del riformismo sia sistemica», aggiunge Hejazi. «È una visione che al momento non risulta attraente per i giovani, perché propone una serie di aggiustamenti dall’interno del sistema. Al contrario, sempre più persone vogliono una revisione totale del sistema e ne auspicano la fine».

Allora risulta chiaro che un profilo come quello Pezeshkian sia tornato utile al regime per rinnovare lo status quo. Inserendo un riformista nella lista dei candidati alla presidenza, Khamenei è tornato a simulare una competizione democratica tra fazioni rivali. Una messinscena utile a portare gli iraniani contrari alla Repubblica Islamica a votare, e a legittimare una volta di più il suo potere sul Paese. La “farsa”, poi, è proseguita con il secondo turno. «Mettendo a confronto due esponenti di partiti opposti, tanti sono stati incoraggiati ad andare a votare Pezeshkian, per ostacolare l’elezione dell’ultraconservatore», commenta Rayhane Tabrizi, attivista della dissidenza iraniana, le cui parole interpretano il pensiero di molti iraniani della diaspora. «L’elezione di Pezeshkian non accelererà la caduta del regime, anzi la rallenterà: l’eventuale alleggerimento delle sanzioni occidentali sulla Repubblica Islamica alimenterà in tanti cittadini la speranza di un cambiamento, che invece è solo apparente. Chi gioverà di questo cambio al vertice saranno coloro che supportano il regime, che probabilmente sfrutteranno la nomina del riformista per fare affari con l’Occidente. Il popolo, invece, continuerà a pagarne le conseguenze. È stato dunque un grande inganno per portare avanti il cadavere del regime: Pezeshkian è stato presentato come un moderato e un riformista, ma alla fine non farà altro che eseguire gli ordini di Khamenei».

Dello stesso avviso è Shady Alizadeh, avvocata e attivista di “Donna, Vita, Libertà”, il movimento di protesta popolare sorto nel settembre 2022 in seguito alla morte di Mahsa Amini, la ragazza di origini curde deceduta mentre si trovava sotto la custodia della polizia morale per non avere indossato correttamente il velo. «La vittoria di Pezeshkian è in piena continuità con il regime islamico. Sul tema dei diritti delle donne, in particolare, il riformista non ha dimostrato di volere fare dei passi».

Lo confermano episodi sul suo conto: nei primi anni della Repubblica Islamica, era membro di un gruppo di studenti universitari che ha compiuto aggressioni contro donne senza il velo. D’altro canto, anche se volesse, il presidente della Repubblica Islamica non avrebbe voce in capitolo sull’applicazione della sharia. Il controllo sull’uso dell’hijab e sulla condotta che le donne devono tenere in pubblico è compito della polizia morale, facente capo alla Guida Suprema. A dimostrazione che il registro adottato negli scorsi mesi dal regime verrà mantenuto nel corso di questa legislatura, in questi giorni – nel clamore della promozione elettorale di un riformista – è stata condannata a morte Sharifeh Mohammadi, una sindacalista curda di Rasht, nella provincia settentrionale del Gilan, con l’accusa di «ribellione armata contro lo stato». Una sentenza ai danni di una donna, l’ennesima, che ricorda all’Occidente che in Iran le cose non cambieranno finché il potere rimarrà nelle mani della religione. Pertanto, come spiega Alizadeh, è necessario che l’Europa non resti a guardare. «L’Unione europea deve delegittimare la Repubblica Islamica e identificare i pasdaran come entità terroristica. Il silenzio delle istituzioni avalla la sopravvivenza del regime teocratico iraniano».

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