Scemenza universaleLa pretesa italiana di proibire una cosa ovunque, e il lessico debole della sinistra

La legge che rende reato in tutto il mondo la gestazione per altre non ha alcun senso. Ma chi dovrebbe far notare queste cose si limita ad accusare la destra di criminalizzare l’amore

Lapresse

Per trattare quell’involontario sketch dei Monty Python che è l’introduzione del reato universale per la gestazione per altre, il caso più interessante è un caso che tutti conosciamo – intendendo per «tutti»: i troppissimi italiani che fanno i cosiddetti lavori culturali – e nessuno scrive. Neppure io, naturalmente (le notizie non le danno i giornalisti, stai a vedere che mi metto a darle io).

Il caso in sé è banalissimo. Coppia eterosessuale nota non riesce ad avere figli, e fa quel che fanno i benestanti se qualcosa non possono o vogliono farlo da soli: noleggia i servizi di qualcuno che faccia quella cosa al posto loro. Questo è il punto dell’articolo in cui le mistiche della maternità si irritano (come puoi dire che la gravidanza sia come le pulizie di casaaaa), ma a loro arriviamo tra poco.

Va tutto come previsto, nasce la creatura da un uovo d’americana (la grande rimossa di questo sketch, ma anche a lei arriviamo tra un po’) e utero d’altra americana, la creatura viene trasferita in Italia e fa la vita che facevano i bambini fino al 2010. Viene portata in giro per il quartiere, presentata agli amici, va in vacanza coi genitori, fa tutte le cose normali pre2010.

Le manca solo ciò che è identità dei bambini (e più ancora: dei genitori) dopo il 2010: la creatura non viene instagrammata. Non viene instagrammata perché i genitori sono persone discrete e vagamente paranoiche che dicono cose seriose quali «non ho diritto d’imporre la mia identità pubblica alla prole»? No.

La prole gestata da una che non è la madre sul suo certificato di nascita, e portatrice del dna d’un’altra che pure non è sul suo certificato di nascita, quella prole lì non viene instagrammata perché, diversamente da quel che si potrebbe pensare leggendo la stampa progressista in questi giorni, Eugenia Roccella dice il vero (non perdonerò mai, mai, mai alla sinistra di questo secolo il numero di volte in cui mi ha costretta a dire «ha ragione la Roccella»).

È vero che c’è un femminismo che trova raccapricciante la gestazione per altre (già chiamarla «per altri» dà l’idea della confusione semantica in cui affoghiamo). Sono quelle alle quali non puoi dire che i figli li fanno anche i gatti perché, siccome fare figli è una specificità femminile, va sacralizzata. È lo stesso principio per cui ci siamo ritrovati con le pubbliche allattanti: è una cosa naturale, come puoi volerla nascondere.

Certo, sono naturali tutte le funzioni corporali, eppure quando il mio portiere la mattina spande candeggina davanti al portone per togliere il puzzo di piscio né io ne lui pensiamo che quelli che la sera tardi pisciano per strada siano dei naturalisti: pensiamo che siano degli incivili. Naturalmente non c’entra il fatto che insultare gli uomini che pisciano in piedi sui muri della città si possa fare perché non entra in gioco quel ricatto lessicale che è l’accusa di misoginia, ricatto prontamente utilizzato se osi dire che magari sarebbe meglio allattassi a casa tua – no, cosa vado mai a pensare.

Partorire, dunque, non è un gesto primitivo che è solo ovvio che donne evolute e colte e civilizzate non vogliano più fare se non in numeri minuscoli di pervertite attaccate alla loro parte bestiale, e che perlopiù lascino fare ad altre; l’utero in affitto (espressione precisissima che è improvvisamente divenuta indicibile) non è l’inevitabile portato d’un mondo in cui partorire è per le classi inferiori ciò che fino a non moltissimo tempo fa era per tutte le donne: l’unico modo di procurarsi un ruolo nella società.

Partorire è una magia da canzonetta, una mistica, un «la vita c’insegna che vale solo l’amore» (che è una citazione di Jovanotti, ma somiglia assai al discorso di Filippo Sensi in parlamento, sentito il quale mi sono chiesta se la maledizione della mia generazione sia imparare la vita dagli sceneggiati televisivi e dalle canzonette, e pensare che le citazioni pop rendano ricevibile un comizio dall’elettorato analfabeta con velleità di questo secolo).

Lo so, vi state chiedendo che fine abbia fatto il caso della coppia con prole non instagrammata. Non me ne sono dimenticata. Consapevole del fatto che anche da sinistra (quella reale, non quella parlamentare) verrebbe linciata, la coppia evita dunque l’esposizione della prole, d’una prole di cui però tutti sanno, d’un segreto che tale non è.

Ma passano giorni e poi settimane, mesi, anni, e nessuno ne scrive, neanche quelli che si piccano di dare le notizie che nessuno dà (figuriamoci). Questa storia ci dice che in Italia non esiste il giornalismo e che i siti scandalistici sono persino più omertosi dei giornali paludati? Certo, ma questo lo sapevamo già e mi interessa meno. Quel che ci dice, soprattutto, è che tutti proteggiamo l’esistenza dei figli della colpa – ben prima che quella colpa divenga reato universale – come le famiglie dei criminali proteggono i latitanti, o come lo Stato protegge i testimoni.

Quando da sinistra si dice che il reato universale (sento di perdere punti di quoziente intellettivo ogni volta che uso quest’espressione imbecille) punisce soprattutto le coppie di uomini, si dice il falso. È vero che due uomini non possono tornare dalla Florida dicendo che uno dei due ha partorito mentre erano lì, ma possono dire che uno dei due ha ingravidato una tizia: vai a dimostrare che non è vero.

Dice sì, ma è reato universale, quindi la Florida deve dirti che se lo sono comprato, quel figlio. Ma chi, ma cosa. Lì è legale, perché mai le istituzioni locali dovrebbero collaborare all’unilaterale decisione italiana che la parola magica «universale» trasformi un’usanza lì normalissima in un qualcosa che invece è proibito ovunque.

È come chiedere ai poliziotti di New York di arrestare il turista di Cerignola che si fa una canna perché quella canna, che lì non vìola alcuna legge, in Italia sarebbe illegale. Puoi chiamarlo pomposamente «reato universale», ma resta una norma scema non per l’intenzione ma perché inapplicabile. Cosa fai, una rogatoria per la cartella clinica? E la cartella clinica di chi, che non sai il nome della gestante? E il figlio che requisisci a Tiziano Ferro o a Nichi Vendola a chi lo restituisci, alla donatrice che ne ha il dna e quindi magari può donargli un rene se gli serve, o a chi si è limitata a partorirlo? (La gestante e la donatrice d’ovulo, per evitare ripensamenti e relativi casini, sono due donne diverse: di questa cosa si tiene così poco conto che mi viene il dubbio che chi dibatte del tema neanche la sappia).

Cosa pensi, che sui certificati di nascita ci sia scritto il nome della partoriente o della donatrice, invece che quello di chi risulta legalmente madre nel posto in cui il bambino è nato? Come distingui l’adozione, che negli Stati Uniti funziona nello stesso modo (ti metti d’accordo con la gestante che il figlio non lo vuole e invece di abortire decide di darlo a te non appena partorito) e in Italia è consentita, dalla tizia che non è rimasta incinta per sbaglio ma si è fatta volontariamente impiantare un ovulo per conto della gente che vuoi perseguire?

«È a noi che date la caccia», ha scritto Nichi Vendola, e magari è vero che a destra hanno in uggia le coppie gay, ma non sono le coppie gay le fruitrici più impresentabili della gestazione per altre per quanto riguarda il dissenso da sinistra; non lo sono per una ragione banale.

Viviamo in un paese troglodita in cui nessuna parte politica – la destra, ma soprattutto la sinistra – ha mai parificato una parte di popolazione che paga le stesse tasse degli altri ma non ha gli stessi diritti: i gay non si possono sposare, non possono adottare. Questo rende per loro l’utero in affitto un estremo rimedio al male estremo di non poter avere altrimenti figli. Nell’ottica romanticizzata e da canzonetta in cui vale solo l’amore eccetera, una persona di sinistra, persino una portatrice di mistica della maternità, si fa qualche scrupolo a dire a una coppia di uomini che deve rassegnarsi alla sterilità.

Ma una coppia etero, beh, quella non ha scuse, e quella è la principale ragione per cui i protagonisti della storia che nessuno scrive non usano la loro genitorialità per avere i cuoricini su Instagram o le copertine dei rotocalchi. Perché sono un uomo e una donna: potevano adottare, diamine.

Poi certo, Repubblica intervista una coppia etero di poco più che trentenni, un’intervista senza un’obiezione che sia una, neanche a frasi imbarazzanti quali «abbiamo scritto una favola con la fatina che dona i piccoli ai genitori», e col titolo «I nostri figli cercati con amore ma da oggi siamo criminali», perché da sinistra si è deciso che la linea di minor resistenza al consenso è quella: vogliono criminalizzare l’amore, una roba che qualunque canzonetta stigmatizzerebbe.

D’altra parte che il lessico sia ormai un Grande Indifferenziato è una cosa che sappiamo. Assieme al reato universale, è arrivato quel sopruso percepito che è la sostituzione dell’esame d’accesso alla facoltà di medicina con una selezione basata sul rendimento degli studenti al primo anno. Gli studenti indignati – pretendono che gli studenti studino: è proprio un governo fascista – sui social utilizzavano tutti la stessa parola: percorso. Come ti permetti di giudicare il mio percorso, e variazioni su.

Se gli universitari parlano come una coppia di “Temptation Island”, perché chi legifera sul concetto di famiglia non dovrebbe esprimersi come se si trovasse dentro a un karaoke? Se il framing del dibattito è questo, reato universale da una parte e fatine che recano doni dall’altra, c’è da meravigliarsi se chi ha un quoziente intellettivo appena sopra la media non fa della propria genitorialità un gesto pubblico?

X