Fiamma di gommaLa tenacia berlusconiana di Meloni nel navigare sulle divisioni nella maggioranza

In questi due anni a Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio si è dimostrata abile nel mantenere saldo il potere, senza farsi scalfire dai conflitti interni alla sua coalizione e le cicliche gaffe dei suoi ministri

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Giorgia Meloni mastica gli eventi politici senza tanti complimenti, gli altri li degustano, non mordono. La storia di Silvio Berlusconi si ripete in farsa. Per una ventina di anni, anche in quelli in cui è stato al governo, l’inventore della Casa della libertà cresceva nei sondaggi in mezzo a una gragnola di processi e accuse giudiziarie nonché di inchieste giornalistiche (le famose dieci domande quotidiane di Repubblica) ed editoriali. Un po’ lo scalfivano, poi si riprendeva, e vinceva le elezioni politiche e tanti Comuni e Regioni. 

La sinistra impazziva, e si divideva al primo giro di boa governativa, ma a fare la differenza erano le divisioni del centrodestra, all’inizio il primo Umberto Bossi e poi via via Gianfranco Fini e Pier Ferdinando Casini. Non c’erano veline, olgettine o pm che potessero farlo cadere. Il popolo delle partite Iva e dei patrioti interessati (solo al portafoglio) lo amavano follemente. Il resto era carisma, fascinazione oratoria, calcio, tv commerciali, e italiani sempre e comunque anticomunisti. Né più né meno di oggi. 

Poi, certo, arrivò il 2011, lo spread alle stelle, vari interessi economici, finanziari e bancari, così in Europa gli diedero il benservito, ma anche in quella occasione le divisioni della coalizione furono il colpo alla nuca. In quel caso, il ministro Giulio Tremonti che complottava contro il presidente del Consiglio andando in giro per le Cancellerie europee a dire che ci avrebbe pensato lui a sistemare le cose se fosse andato a Palazzo Chigi. Senza però dire che una serie di riforme chieste da Bruxelles, a cominciare da quella delle pensioni, erano ostacolate proprio da quel Bossi che era il principale alleato di Tremonti. 

Anche oggi il centrodestra, che litiga su tutto e che soprattutto è diviso sulla politica estera, rimanendo unito, riesce a vincere pure nella Liguria in cui il governatore viene costretto a dimettersi da un’inchiesta giudiziaria. È bastato il volto severo e civico del sindaco di Genova Marco Bucci, i dubbi, se non la contrarietà alle grandi opere, dei Cinquestelle, gli anatemi di Beppe Grillo, la cacciata di Matteo Renzi, per affossare il dinosauro Andrea Orlando.

Sono rimasti le mosche nel pugno che ancora ronzano nelle orecchie di Elly Schlein. Bucci è stato scelto dal vecchio democristianberlusconiano Claudio Scajola, quello della casa a sua insaputa, e dalla presidente del Consiglio, la quale canta vittoria pur se è stata una vittoria di misura con una perdita netta di undici punti rispetto alle Europee per i suoi Fratelli d’Italia. Quasi la metà dei voti del Partito democratico. Ciò nonostante Meloni dice chissenefrega, e con i suoi se la ride delle opposizioni litigiose: «Li sto facendo impazzire». 

Mastica e digerisce tutto, il passato della destra, le promesse elettorali smentite, metamorfosi governative, i presunti complotti, la Rai, ministri della Cultura che passano, le lotte intestine al suo partito, figuriamoci quelle tra gli alleati. Masticherà l’Europa, se dovesse vincere Donald Trump ed essere necessario. Sopporta Matteo Salvini e si serve dei Patrioti di Strasburgo, planando sul braccio teso di Viktor Orbán, che va a Tbilisi con la bandiera azzurra dell’Unione europea, a rappresentare il modello ungherese e a prospettare un’Europa diversa e sottomessa. Più vicina e comprensiva delle ragioni di Putin. 

Masticherà i buoni rapporti che ha avuto con Joe Biden per tornare al vecchio amore trumpiano perché lì le batte il cuore. In questo caso però il pasto potrebbe essere crudo e molto amaro: si troverà di fronte alla scelta tra gli interessi oggettivi dell’Europa e quelli di un fuori di testa. È il centrodestra nel suo insieme che mastica tutto e lascia il bolo nelle mani di oppositori schizzinosi e delicati di stomaco che giocano ai quattro canti dei veti, come se la politica e i compromessi virtuosi per il potere fossero un pasto gratis.

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