Morte e redenzioneInquietudine e fascinazione per l’iconografia più controversa della storia dell’arte

Come è cambiato il nostro modo di percepire la violenza? È il tema alla base della mostra “Perdere la testa”, presentata dalla Galleria BKV Fine Art di Milano, via Fontana 16

Vik Muniz, Caravaggio, After Caravaggio (Picture of Junk), 2009. Courtesy of BKV Fine Art

Sessantaquattro opere che spaziano dal Rinascimento fino ai giorni nostri, offrendo una lettura approfondita sul motivo della decapitazione ed esaminando come artisti e artiste di diverse epoche abbiano rappresentato e interpretato un tema complesso, ricco di significati. Fino al 20 dicembre, questa raccolta di opere invita il visitatore a intraprendere un viaggio storico e culturale che esplora il significato del leitmotiv artistico, ma anche il suo potere evocativo e simbolico all’interno dell’immaginario collettivo.

All’ingresso della galleria il visitatore viene accolto da una tela barocca di Giovanni Battista Maino, raffigurante Salomè con la testa di San Giovanni Battista, figura emblematica di martirio e della violenza iconografica. Questa tela è attribuita all’artista spagnolo dallo studioso Gianni Papi e rappresenta il legame tra il sacro e il profano – rievocando un tema caro al Barocco –, in cui erotismo e religione si intrecciano.

Salomè, che nei Vangeli è descritta come priva di volontà propria, è la protagonista di un racconto biblico in cui appare come incarnazione della malvagità seducente: il suo primo slancio d’iniziativa si realizza nella richiesta di avere la testa del Battista su un piatto d’argento, immagine che diventa simbolo di sacrificio e redenzione. Il tema della testa mozzata si sviluppa lungo l’intero percorso espositivo, creando un’atmosfera che ruota intorno al concetto di horror vacui, pensiero cardine della fisica aristotelica, che descrive la volontà di riempire lo spazio vuoto con qualcosa, in questo caso con immagini forti e perturbanti.

Bertozzi&Casoni, GorilBattista, 2011. Ph. Bernardo Ricci. Courtesy of BKV Fine Art

La mostra Perdere la testa si articola in due nuclei principali, organizzati seguendo periodi cronologici e tematici. Il primo esplora l’interpretazione del tema della decapitazione nel XVI secolo, con opere di artisti lombardi che seguirono l’influenza di Andrea Solario e svilupparono una forma iconografica legata alla devozione. È il caso della Testa del Battista attribuita a un seguace di Solario, il cui originale è oggi custodito al Louvre di Parigi.

Questa prima area offre una visione dell’arte rinascimentale e post-rinascimentale lombarda, sottolineando come la tradizione religiosa e la natura morta spesso si fondano in un unico simbolo: la testa decapitata diventa una vanitas, la rappresentazione della fugacità della vita. Insieme alla Testa del Battista di Figino, proveniente dalla collezione Borromeo e ispirata alla tavola di Cesare da Sesto conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna, frutti, fiori e teste di animali dipingono il concetto di mortalità e di finitezza dell’esistenza umana.

Il secondo nucleo è dedicato alla pittura barocca, che tenebra e drammatica, trova una grande diffusione grazie alla teatralità della corrente pittorica del Caravaggismo, e alle sue derivazioni più drammatiche. In questo contesto emerge la potente figura di Erodiade, principessa ebraica madre di Salomè, che nelle fantasie popolari compare spesso come “lo spirito che eternamente guida la selvaggia danza”.

Le tele ispirate all’Erodiade di Francesco Cairo, esposte in mostra, si rifanno ai temi dell’ossessione e della ripetizione, con le prime due sale dell’esposizione che ospitano sculture di legno e marmo del Cinquecento e Seicento, raffiguranti teste mozzate di martiri e santi. Tra queste, spicca la testa di un giovane martire, attribuita a Domenico Poggini, e una reinterpretazione contemporanea di Bertozzi & Casoni che raffigura un gorilla decapitato al posto del Battista, una visione moderna e ironica della stessa tematica.

L’intera esposizione è caratterizzata dall’accostamento di opere moderne ad altre più antiche, che insieme dialogano all’interno dello spazio. Ne è un esempio l’opera dell’artista iraniano Arash Nazari, che riproduce corpi decapitati su delle lastre di acciaio specchiante, creando un effetto visivo spaesante e riflessivo che ricorda allo spettatore la caducità della vita e la fragilità dell’esistenza.

Alcune di queste opere, ora parte della Collezione Koelliker, appartenevano alla collezione di Giovanni Testori. Scrittore, giornalista e artista affascinato dal tema della testa mozzata, Testori ha dedicato al tema anche due acquerelli del 1968, che sono esposti in mostra, e che sono stati concepiti durante la stesura del monologo teatrale Erodiade. Con continui riferimenti alla viscosità, agli umori fisiologici, alla saliva, le opere dell’artista riflettono il suo interesse per il tema della decomposizione e per l’esplorazione degli aspetti più materiali della rappresentazione pittorica.

Courtesy of BKV Fine Art

Al primo piano della galleria il visitatore può trovare rappresentazioni bibliche di Davide e Golia e di Giuditta e Oloferne, eroi biblici che trionfano sui loro nemici attraverso la decapitazione. Giuditta, seducente e fiera, uccidendo il generale nemico libera la città di Betulia, assediata dagli Assiri del re Nabucodonosor, salvando il suo popolo; allo stesso modo Davide abbatte il gigante Golia, liberando Israele. Accanto a una terracotta di Arturo Martini risalente ai primi anni Trenta sono esposte diverse versioni di Giuditta realizzate da pittori seicenteschi, tra cui spicca una tela di Giuseppe Vermiglio, maestro del caravaggismo lombardo. L’eroismo di questi personaggi viene rivisitato attraverso le chiavi interpretative contemporanee: da un lato, i carnefici sono celebrati come salvatori, dall’altro sono ridotti a meri strumenti della violenza.

Nel corso dei secoli l’iconografia della testa mozzata ha assunto diversi significati, passando da un connotato morale e devozionale a una visione più laica e materiale. Un esempio di questa evoluzione è offerto dall’opera contemporanea di Julian Schnabel, Number 3 (Self-Portrait of Caravaggio as Goliath, Michelangelo Merisi) del 2020, che rievoca l’autoritratto di Caravaggio nel volto decapitato di Golia, mostrando come l’innovazione caravaggesca abbia continuato a ispirare gli artisti fino ai nostri giorni. La mostra si chiude con l’immagine della Medusa, after Caravaggio (Picture of Junk), di Vik Muniz, realizzata nel 2009 utilizzando materiali di scarto. Quest’opera è parte di una serie realizzata in una discarica brasiliana e riproduce l’immagine della Medusa utilizzando vecchie lattine e pneumatici, proponendo una riflessione sulla società contemporanea e sui suoi valori effimeri.

Perdere la testa è un’occasione per riflettere sul significato storico e contemporaneo di uno dei motivi iconografici più complessi e affascinanti della storia dell’arte. La decapitazione è simbolo di morte e redenzione, di ossessione e liberazione, e si rivela essere un tema che affascina tutt’oggi, capace di parlare a ogni epoca con la stessa potenza evocativa, suscitando un profondo senso di inquietudine.

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