Coda di pagliaVietare il fumo nei ristoranti all’aperto è giusto, ma la rivoluzione sarebbe vietare i cani

A Milano fanno bene a non far accendere sigarette nemmeno quando si mangia all’esterno. Ma quale sindaco avrà mai il coraggio di mettere restrizioni agli animali nei posti in cui si mangia, col rischio di sorbirsi la lagna dei cittadini che spiegano il legame emotivo coi figli pelosi

Lapresse

«C’erano articoli su cose come le nuove fobie della modernità, tutte con nomi fighetti in latino tipo la paura dei fiori, la paura del buio, dell’altezza, la paura di attraversare i ponti, dei serpenti, la paura d’invecchiare, la paura delle nuvole. Qualunque cosa fosse sempre esistita poteva fare paura. La mia principale paura era che mi si scordasse la chitarra». Lo scriveva Bob Dylan vent’anni fa, rievocando il 1960, e mi è tornato in mente leggendo un articolo sul ghosting: adesso i nomi fighetti non sono più latini, sono inglesi, e servono a dire che cose perfettamente normali – che uno che non ha più voglia di scoparti figuriamoci se può aver voglia di fare l’analisi della sconfitta – sono gravi traumi, o almeno devastanti novità.

Leggevo e pensavo che non conoscere l’Odissea sì che è una scelta di autotutela, altro che cambiare fornitore dell’elettricità. Se non hai letto niente, non sai niente, non ricordi niente, puoi illuderti che nessuno mai abbia sofferto quanto te. Non ho mai visto “Soldato Jane”, il film per il quale Demi Moore aveva messo su chili di muscoli e si era rapata a zero, ma so che ha in epigrafe due versi di D.H. Lawrence, una poesia di cent’anni fa che parla dell’autocommiserazione.

Non so se le mie coetanee che lo videro al cinema nel 1997 s’incuriosirono e andarono a comprarsi le poesie di Lawrence (non so neppure se in Italia ne esistesse traduzione); ma una decina d’anni prima la me liceale si era ordinata – con quel che costava farsi arrivare un libro in inglese in una libreria di provincia – le poesie di Elizabeth Barrett Browning, solo perché una di esse era scritta sulla lavagna d’una lezione del telefilm che guardavamo dopo la scuola, “Saranno famosi”.

Oggi, che probabilmente i versi che seguivano l’irresistibile incipit «Come t’amo? Lascia che te ne conti i modi» potrei trovarli su Google in dodici secondi, forse neanche li cercherei, e se metti una poesia sullo schermo d’un film d’azione dai per scontato che non aumenteranno le vendite dei libri di poesie. Oggi che hai biblioteche in tasca tramite le quali puoi sapere tutto, chi te lo fa fare di sapere qualcosa: Borges, scusaci, pensavamo le tue fossero iperboli, ed erano squarci di futuro.

Non ho niente contro i fumatori, ho quattro amici fumatori (di solito amici a tempo determinato, finché non gli dico che a casa mia non si può fumare). Erano molti di più, ma quelli sani di mente hanno smesso da quasi vent’anni, quando in Italia non si è più potuto fumare nei ristoranti. Diceva Poupette, la bisnonna del “Tempo delle mele”, che una donna che si offre dev’essere un regalo e non una scocciatura, e vale anche per la compagnia dei fumatori (e per tutto il resto): se devi alzarti da tavola e andare a fumare fuori, rompendo i coglioni ai tuoi commensali perché vengano con te a morire di freddo o di caldo all’aperto, la volta dopo quelli penseranno che tanto valeva andare a cena con un eroinomane, e quindi le persone normali hanno smesso.

(In quegli anni mi è capitato una volta che un fumatore prenotasse un tavolo nella sala fumatori del ristorante – chissà se ne esistono ancora – e un’altra volta che un altro fumatore mi chiedesse di seguirlo nello spazio fumatori d’un aeroporto. Credevo di morire soffocata entrambe le volte, e sono rapidamente riuscita a farmi sfanculare da entrambi, tornando a condurre un’esistenza beata in ambienti ossigenati).

La prima volta che, nella stanza d’un albergo di Los Angeles, notai il cartello che diceva che se volevi fumare per strada dovevi farlo a non so quanti metri dall’edificio, mi ci concentrai per circa dieci secondi – ma dovevi fumare in mezzo a un incrocio, per non essere a meno di venti o quanti metri erano da qualsivoglia edificio? – e poi pensai che non fumavo, cosa volevi che me ne importasse: non sapevo aspirare, cominciavo subito a tossire, ero l’unica al mondo che in due vacanze in Giamaica non s’era mai fatta una canna, non era un problema mio.

Era il 2004, l’anno in cui Bob Dylan pubblicava il primo volume di “Chronicles”, quello che raccontava un mondo finito in cui i locali in cui si suonava sembravano «l’ultima fermata d’un treno per nessun posto, e l’aria era satura di fumo di sigarette».

Vent’anni dopo, Beppe Sala ha annunciato che a Milano non si potrà più fumare ai tavoli all’aperto dei ristoranti, con grande gioia della gente civile – cioè: mia. Noialtri infelicitati dai tossici che d’estate pretendono di mangiare all’aperto per fumare, perché morire senz’aria condizionata sembra a questi derelitti più accettabile di stare un’ora o due senza soffiare roba puzzolente addosso agli altri.

Naturalmente giurano tutti che non andranno mai più al ristorante, che si trasferiranno a Scurcola Marsicana, che faranno la rivoluzione. Non succederà nulla. Alcuni casi umani continueranno a chiudersi al cesso a fumare di nascosto, gli altri se ne faranno una ragione.

Quello che davvero sarebbe rivoluzionario, e infatti non accadrà, sarebbe un sindaco che se ne fottesse così tanto del consenso popolare da vietare nei bar e nei ristoranti i cani, mica le sigarette. Da vietare che le pulci del tuo figlio peloso saltino nel mio piatto.

Non accadrà con Sala, non accadrà col prossimo sindaco Mario Calabresi, non accadrà né a Milano né altrove, perché nessuno vuole sorbirsi la lagna dei cittadini che ci spiegano il loro legame emotivo coi figli pelosi. La lagna è molto peggio delle pulci, e se le pulci sono solo socialmente ben accette la lagna è addirittura incoraggiata.

Quella poesia di Lawrence (mica ve ne sarete già dimenticati) diceva che un uccellino cade congelato giù da un ramo senza essersi concesso neanche un minuto d’autocommiserazione. Noi, se il negozio ha finito i croccantini della marca che piace al figlio peloso, andiamo dall’analista a spiegare come questo trauma ci faccia sentire; e, se l’analista non ci fa fumare durante la seduta, poi passiamo ore a dire alle amiche quanto ci vessa quello stronzo da centocinquanta euro ogni cinquanta minuti, e pure in nero.

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