
Se l’Europa non conta, figuriamoci l’Italia: è quello che ammettono nelle conversazioni riservate esponenti della maggioranza vicini a Giorgia Meloni. E aggiungono: ma vedrete che quando si arriverà al dunque della trattativa, la presidente del Consiglio dirà la sua a Donald Trump. Se non fosse una questione dannatamente seria e tragica, verrebbe da farsela addosso dalle risate.
Stiamo ai fatti. Finora la presidente del Consiglio è stata la grande assente su quello che sta accadendo tra Trump e Vladimir Putin. L’altro ieri a Parigi, al vertice dei ministri degli Esteri, la sedia italiana era clamorosamente vuota, nonostante il formato Weimar+ prevedesse la nostra presenza. Il nostro ministro Tajani non c’era (era indisposto), anche se il comunicato finale è stato fatto anche a nome dell’Italia.
Tajani ha parlato solo ieri per dire che è un fatto positivo il dialogo tra Stati Uniti e Russia, e che è fondamentale che ci sia un ruolo non secondario dell’Europa. Senza pronunciarsi sul fatto che tutti gli altri sono stati tagliati fuori, non toccano palla (Zelensky informato a cose fatte da Trump dopo la lunga telefonata con il capo del Cremlino). Con il rischio che alla fine all’Europa possa toccare di fare il “lavoro sporco”, la manovalanza peacekeeper di un’intesa sulla propria testa e sugli affari americani che vogliono rifarsi delle spese militari con le terre rare ucraine. Oltre a darla vinta a Putin sui territori conquistati e sulla sicurezza dell’Ucraina che non potrà entrare nella Nato, il più grande spettacolo dell’umiliazione europea dovrebbe essere evitato.
Almeno ci provano Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Pedro Sanchez, Donald Tusk e Keir Starmer. «Senza gli europei non ci potrà essere alcuna pace giusta e duratura in Ucraina», hanno scritto i ministri degli Esteri di Francia, Germania, Spagna, Polonia, Regno Unito e i rappresentanti delle istituzioni Ue (l’Italia era rappresentata dalla sottosegretaria Maria Tripodi).
Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha detto no a una pace imposta, ma il commento di Washington sull’assenza dell’Unione europea nella trattativa è stata un’alzata di spalle: «La squadra messa in campo da Trump è forte, lo stesso presidente è coinvolto in questo sforzo». Insomma, non contate niente, non c’è bisogno di voi. L’Alta rappresentante della politica estera Kaja Kallas ha chiarito che un accordo fatto alle spalle di Bruxelles non funzionerà perché poi deve essere attuato dagli europei e dagli ucraini: «Qualsiasi soluzione rapida è un affare sporco. Il parallelo è con Monaco nel 1938: è appeasement e non funziona».
Parole durissime alla vigilia della Conferenza sulla sicurezza di oggi, proprio a Monaco, dove il vicepresidente americano JD Vance incontrerà Zelensky e i vertici europei. Nei saloni del vertice rimbomberà lo sberleffo del mastino Dmitrij Medeved che ha definito l’Europa «una frigida zitella pazza di gelosia e rabbia. Ciò dimostra – ha aggiunto il vice dottor Stranamore del Cremlino – il suo vero ruolo nel mondo e della possibilità di prendere marito. Non c’è da stupirsi che sia debole brutta e inutile».
Il portavoce di Putin Dmitrij Peskov considera prematuro parlare di un ruolo dell’Europa nei negoziati: se vuole essere inviata si rivolga a Trump. È questo il livello dei rapporti tra uno Stato invasore e sanguinario e chi (l’Unione europea e i Paesi che la compongono) deve pensare alla sua sicurezza che passa anche dall’Ucraina. Oltre a doverci mettere tanti soldi per la nostra difesa e garantire che la Russia non ritorni ad attaccare, senza neanche lo scudo dell’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza atlantica che garantisce la difesa comune.
E cosa fa l’Italia? Tajani balbetta dicendo che noi Europa e Stati Uniti siamo due facce della stessa medaglia, come se a Washington non sia successo nulla ultimamente e fossimo in prima fila nelle trattative dirette tra Trump e Putin. Matteo Salvini fa la ola a ogni smorfia e sillaba del capo della destra mondiale. Il ministro degli Esteri italiano almeno balbetta, il leader della Lega fa lo scendiletto, mentre Meloni almeno finora è stata presa da una strana forma di mutismo politico. Non ha detto una parola sulle tante intemerate del suo amico di Mar-a-Lago, sulla proposta di svuotare Gaza dei palestinesi, sui dazi e la Groenlandia, sulle parole al miele nei confronti di Putin.
Eppure è stata una ferma sostenitrice dell’Ucraina, ha detto tante volte che non ci può essere pace se è non giusta e alle condizioni di Kyjiv. Adesso si occupa di altro, delle tante rogne italiane. Di tenere buono Salvini, del centro albanese che non decolla, dei medici di famiglia da statalizzare, dei torturatori libici da rimandare alle loro funzioni anti-immigrazione, dei servizi segreti che si fanno la guerra, della produzione industriale che cala da settecentoquarantaquattro giorni di fila.
Volete che si occupi pure dell’Ucraina? Si metta a criticare Trump e che gli chieda, please, coinvolgi anche noi disgraziati europei? Che usi il suo presunto ruolo di ponte per convincere l’americano a non fare un accordo con Putin purchessia? E magari trovare il tempo di telefonare a Ursula von der Leyen?
Oggi alla conferenza sulla sicurezza di Monaco Meloni non ci sarà. È prevista la presenza dei ministri degli Esteri e della Difesa Tajani e Guido Crosetto, i quali proveranno a capirci qualcosa di quello che sta avvenendo ai piani alti del mondo. E poi riferire alla presidente del Consiglio, che magari, prima o poi, mostri l’utilità di quel rapporto privilegiato che aveva detto di aver stabilito con Trump. Basta un colpetto. Come hanno fatto gli altri, perché gli spari sopra sono anche per noi.