Voleva essere una puraLa pacifista Schlein va alla guerra contro mezzo Pd (e rinnova la commedia all’italiana)

Dopo la spaccatura sul ReArm Europe a Strasburgo, la segretaria minaccia fuoco e fiamme contro i traditori riformisti. La prossima tragicomica battaglia si combatterà a Montecitorio mercoledì prossimo, poi forse il redde rationem al Congresso

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Nel day after della spaccatura strasburghese nel Partito democratico l’aria è pesante, le ferite bruciano. Elly Schlein vuole «un chiarimento»: si vedrà come. Un congresso pare difficile, ma lei potrebbe brandire quest’arma per sfidare i riformisti e batterli. La pacifista Elly vuole fare la guerra interna. Certo è che le due componenti del partito ormai si guardano in cagnesco come non mai, al punto che persino alcuni rapporti personali ne risentono, in primo luogo quella tra la segretaria e il presidente del partito Stefano Bonaccini, che a Strasburgo ha votato sì al ReArm Europe. È probabile che lei non se lo aspettasse.

Nella base schleiniana molti giudicano grave che il presidente non abbia seguito le indicazioni della segretaria. La Segretaria lancia segnali di guerra perché è rimasta delusa dal “voto di fiducia” di Strasburgo, finito undici a dieci solo grazie alla “disciplina di partito” evocata da Dario Nardella (concetto piuttosto nostalgico), ai provvidenziali indipendenti Marco Tarquinio, Cecilia Strada e Lucia Annunziata che, chi prima e chi addirittura dopo il voto, hanno obbedito alla richiesta di Schlein e hanno trasformato due No e un Sì alla von der Leyen in tre astensioni.

Schlein e i suoi ora evocano il «chiarimento», fanno appello al partito con l’hashtag #iostoconelly nell’evidente operazione di avviare una mobilitazione interna condita da una campagna contro i riformisti dipinti nemmeno troppo larvatamente come bellicisti: sembra di tornare indietro di un secolo.

In questo spunta anche un riflesso “rottamatore”, generazionale, che vede la giovane leader contro i “vecchi”, da Romano Prodi a Enrico Letta, a Walter Veltroni, fino a Paolo Gentiloni, visto dal gruppo dirigente schleiniano come il «burattinaio di Strasburgo». Sabato mattina, a una iniziativa promossa da Paola De Micheli, i due si incroceranno, e certo sarà tutto un sorridersi a favore di telecamere. Ma l’apparenza non deve ingannare: nulla lascia pensare che lo scontro politico, che è di prima grandezza perché riguarda la collocazione del Partito democratico nella nuova situazione mondiale ed europea, possa appianarsi.

Parallelamente Schlein si prepara al bagno di folla alla manifestazione convocata da Michele Serra a Roma, dove non sarà difficile portarla per mano tra i militanti del Partito democratico e della Cgil – e anche questo le servirà per respingere l’immagine di un suo isolamento, per esempio, nella famiglia socialista europea che sul ReArm Europe: i socialisti non hanno visto e non vedono di buon occhio la linea anti-Ursula della segretaria del Partito democratico. E poi è la cosiddetta gestione unitaria che rischia di saltare, anche se in questi due anni è stata unitaria per modo di dire dato che più o meno tutte le leve sono in mano al gruppo di Schlein (in segreteria per i riformisti c’è solo Alessandro Alfieri).

In questo clima, i dem devono evitare di fare una figuraccia alla Camera mercoledì prossimo quando si voterà sulle comunicazioni di Giorgia Meloni sul Consiglio europeo dei giorni successivi e quindi deve presentare una risoluzione che vada bene alla maggioranza di Schlein e ai riformisti: ma cosa ci sarà scritto, per esempio, sul ReArm Europe? Le due parti sono ferme: per Schlein tratta Peppe Provenzano, per i riformisti Alfieri. La mediazione appare difficilissima, Schlein è stata netta: «La linea è e resta quella». Prepariamo i popcorn.

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