
Nel momento in cui scrivo il video di Ella Katherine di Richmond, Virginia, che alle cinque di mattina in viale Piave a Milano aspetta un tram che chiama train, e poi prende una Uber perché il treno proprio non arriva, e finalmente a Malpensa mangia una carbonara, nel momento in cui scrivo ha venti milioni e mezzo di visualizzazioni. Il che significa che il mondo è andato definitivamente a puttane, e io sono qui a farvi una scheda informativa di come l’occidente satollo finì a meretrici.
Io, che di norma mi picco di non occuparmi delle storie di cui non ci ricorderemo tra dieci anni, sì, magari faccio un’eccezione per Sangiuliano o per Giambruno, ma sennò io questi scandali da un quarto d’ora non me li filo, non voglio saperne niente. Io, che sabato avevo un milione di cose da consegnare, e invece l’ho passato su TikTok a seguire il dramma dell’au pair fuggita da Milano.
Io che ho tempo da perdere, perché questo è ciò che mi hanno donato la società del benessere e degli elettrodomestici, tempo libero in cui invece di lavare i panni al fiume potrei leggere Proust, e invece no, invece sono qui a guardare delle cretine che si riprendono mentre accadono loro drammi immaginari. E non sono neanche il caso peggiore, io.
Prima di arrivare ai più gravi casi di tempo liberato dalla società degli elettrodomestici e del benessere, devo farvi un riassunto dei fatti, che è una definizione imprecisa perché, di tutte le stronzate con cui amiamo perdere tempo ogni giorno su cellulari connessi al mondo e usati solo e sempre per questioni ridicole, di tutte le puttanate che trattiamo come la primavera araba e pure come quella di Praga, di tutto il gruppo cui questa specifica vicenda appartiene, essa è veramente quella per cui è più adatta la sinossi: non è successo niente, ma niente di niente.
Una ragazza della provincia americana entra in contatto con una coppia benestante di Milano tramite una app per ragazze alla pari (a questo punto su TikTok vi spiegano cos’è un’au pair, perché danno per scontato che non siate adulti senzienti: un’au pair è una tizia straniera che viene nel tuo paese, mangia e dorme gratis a casa tua, e in cambio ti tiene il figlio mentre tu fai cose ben più interessanti tipo avere una carriera – una carriera che però non paga abbastanza da farti assumere una vera balia e non una dilettante).
Arriva a Milano ed è ignorante come gli americani, e in più ventunenne. Non sa una parola in nessuna lingua che non sia la sua, non sa usare Google Maps (uno dei suoi drammi principali è che nessuno le spiega come prendere il metrò), e in più si trova in una casa in cui l’inglese lo parla solo la madre. Il padre, dice, non le sa spiegare come scaldare il latte al bambino perché c’è la language barrier, e io vi giuro mi sento male per la stupidità umana, per la gara di scemenza tra una che non sa scaldare il latte senza spiegazioni e uno che non sa l’inglese, una lingua che riuscirebbe a imparare anche un comodino, abbastanza per farsi capire esprimendo il complesso concetto «metti la tazza nel microonde».
Almeno lei ha la scusa d’avere ventun anni, il padre chissà come fa a essere un adulto che non sa dire che il cat è under the table. Ma più ancora: hanno tutti i telefoni moderni per fare i video su TikTok, ma non li sanno usare per guardare che da porta Venezia prendi la rossa o per far tradurre a una qualunque app «scusi, come si scalda il latte?».
Insomma il video che adesso è a venti milioni e spicci di visualizzazioni sta su un account che, ci dice Ella stessa, aveva mille follower (adesso ne ha settantacinquemila, che non è che siano un’enormità, ma su TikTok il numero di follower non conta granché, contano i cuoricini e l’algoritmo ti fa vedere chi è guardato, non chi è seguito). Nel video, lei fugge nella notte da questa casa dove uno spettatore ingenuo penserebbe la brutalizzassero, poi nei giorni successivi fa i video di spiegazione (in una delle due uniche modalità esistenti su TikTok: seduta in macchina, con beverone iperglicemico) e dai video di spiegazione emerge tutta la nostra stupidità.
La nostra stupidità di pubblico satollo e pigro che sta lì a guardare una che dice che, mioddio, nel suo giorno libero è andata con la famiglia a Portofino ma loro non la coinvolgevano nella conversazione (ragazza, sei a Portofino a scrocco: ringrazia e instagramma). Una che dice che, mioddio, aveva ragione d’essere spaventata e sentirsi unsafe considerato il lavoro che fa il padre (guardavo e pensavo che in un mondo normale avrei pensato che era come minimo Vito Corleone, ma considerato quant’è scema questa esponente della generazione che si percepisce unsafe farà il vigile urbano, tipo). Una che al centoventesimo video sull’unico niente che sia capitato nella sua vita di ventunenne, l’unico niente che ci ha fatto guardare a milioni, dice che lei è stufa di parlare di questo tema, e che dobbiamo seguirla non per questo ma per le recensioni dei beveroni di Dunkin’ Donuts.
Guardando, oltre che tutti i video di Ella, anche molti video di commento, girati da ragazze spesso nella seconda modalità concepibile su Tik Tok, quella della ripresa mentre ti spalmi delle creme in faccia, guardando molti di quei video ho deciso che la più simpatica è Eva Calvani, che parla mezzo inglese e mezzo italiano, che ripete «mama, we need the tea» (il tea sono i pettegolezzi, i retroscena, i dettagli succulenti), e le follower la soddisfano, perché ve l’ho detto: Candy, Indesit, Whirlpool, è un complotto industriale per liberarci il tempo e farcelo usare per occuparci solo e sempre di stronzate irrilevanti.
Il tea del caso è: ma chi è questa famiglia, sentiamo la loro versione. E quindi qualcuna che la segue le racconta che è andata sull’account Vinted (un posto dove si rivendono i vestiti) di una milanese che pareva corrispondere alla descrizione della madre che aveva fatto la ragazza, e il pavimento era lo stesso di quello che si vedeva nelle foto dell’americana: è lei, ce l’abbiamo, possiamo farci i fattacci suoi. Erano partiti col citizen journalism, sono arrivati alle investigatope.
Quindi non solo ti ritrovi l’au pair pazza che dopo quattro giorni riparte nella notte, non solo hai un marito che non sa dire se the pen sia on the table, ma c’è anche l’internet che investiga per sapere come ti chiami, dove vivi, come ti senti, vuoi salutare qualcuno a casa, hai qualcosa da dichiarare? C’è da rimpiangere le interviste televisive ai citofoni dei parenti delle vittime o degli assassini: scusate, inviati di tg, pensavamo foste il punto più basso, poi sono arrivate le inchieste sui non delitti.
Una cosa che ripetono tutte coloro che ramazzano cuoricini facendo video su questa vicenda, video in cui in stragrande maggioranza condannano il comportamento della ragazza (se non sei capace di far stare l’internet dalla tua parte avendo torto, non hai davanti a te la fulgida carriera di critica di beveroni cui ambisci), è: quanto si sarà spaventata la madre svegliandosi e trovando che questa era sparita nella notte (Ella racconta d’averle mandato un messaggio solo a mezzogiorno: quando stava per decollare, quando si sentiva finalmente safe).
Inizialmente mi sembra una paranoia senza senso: ha ventun anni, se non è a casa pensi sia uscita com’è normale sia. Poi mi ricordo d’un’amica che insegna in un liceo e che tempo fa m’ha raccontato d’aver sgridato una studentessa che per tre volte aveva detto che si sarebbe offerta volontaria all’interrogazione e per tre volte il giorno preposto s’è tirata indietro lasciando i compagni che non avevano studiato in balìa del caso.
La studentessa è andata in bagno e non tornava, i compagni mandati a cercarla non la trovavano (si era chiusa in un bagno a un altro piano della scuola), e alla mia amica è preso un coccolone: già se la vedeva spiaccicata sul marciapiede, «Insegnante sgrida alunna e lei si butta dal tetto della scuola – Sotto accusa la società della performance» e altri titoli in cui facciamo finta di vivere a Tokyo.
Non so – non lo so per i suicidi giovanili così come per gli uomini che ammazzano le donne – se stiamo parlando di realtà o di percezione: non so se prima se ne parlasse meno e i numeri fossero uguali o persino superiori, o se davvero ora ci sia una maggiore fragilità nei giovani e una maggiore propensione all’assassinio nei maschi. Quel che so è che ormai la percezione è quella, e persino la mia amica, più equilibrata della gente su TikTok, ha avuto il suo quarto d’ora di paranoia.
E quindi volevo dire bravi tutti, il progresso l’avete proprio usato bene, creando una società del benessere che si percepisce del malessere, producendo ventunenni che hanno imparato la parola “safe” e il risultato è che tutto li fa sentire “unsafe”, anche dover essere interrogati dopo essersi offerti volontari, anche dover capire da soli come andare da Garibaldi a Cadorna, però ehi, vuoi mettere il risparmio, possiamo intrattenerci gratis sui telefoni invece di doverci comprare dei romanzi, possiamo comprarci otto dollari di beverone di ciliegia e latte di mandorla e farci quel che chiamiamo «un contenuto», va tutto benissimo, continuiamo così, entro sera arriviamo a ventun milioni sicuro, e neanche ci è servito il budget di Sanremo.