Times square and the city“And Just Like That” si rivolge alle trentenni insicure, ma son rimaste solo le mitomani

Nel ripescaggio vegliardo della famosa serie sulle relazioni a New York, Carrie Bradshaw si rivolge a un tipo umano che non esiste più: le ragazze di provincia che aspiravano a sembrare cosmopolite

LaPresse

Carrie Bradshaw ha sessant’anni, e dorme con le ciglia finte. Quel che ho da dire su “And just like that”, terza stagione del ripescaggio vegliardo di “Sex and the city” che da domani è su Sky e Now, potrebbe finire qui: che dobbiamo dirci, io e te, aborigena per cui a sessant’anni la priorità non è stare comoda?

C’è una puntata, in questa stagione di ridicolaggine più imperdonabile della ridicolaggine di quando avevamo trent’anni, più imperdonabile perché all’epoca non avevamo il senso del ridicolo ma anche perché non avevamo ancora assistito allo spettacolo d’arte varia delle trentenni di provincia che prendono sul serio Carrie Bradshaw, che scambiano una satira per un modello comportamentale, c’è una puntata in cui Carrie litiga con quello che abita di sotto.

Quello che abita di sotto è uno storico inglese che sta scrivendo una biografia della Thatcher, e non è difficile vedere arrivare da lontano la telefonatissima attrazione tra due che si detestano ma che hanno chiaramente molto più da dirsi di quanto abbiano Carrie e l’improponibile Aidan, ma non è su questo che voglio soffermarmi ora, bensì sul pretesto del bisticcio.

Il pretesto è che Carrie cammina in casa coi tacchi. Lui le chiede di levarseli, e lei fa scene madri a lui e alle proprie amiche: come può volerla privare dei tacchi, i tacchi sono la sua identità.

Ma nessuna sessantenne tiene i tacchi in casa (da sola! Aidan è in campagna a vivere col figlio disadattato). Forse neanche nessuna trentenne: per quanto a trent’anni si sia sceme e convinte che il nostro aspetto sia tutto ciò che abbiamo, anche a trent’anni appena entrate in casa si lanciano lontano quelle due torture che sono i tacchi e il reggiseno.

Certo: “Sex and the city” non è mai stato verosimile. Intanto perché il suo autore è un uomo gay e quindi la sua idea di come siano fatte le donne è, come dire, più vicina a Moira Orfei che al realismo. E poi perché è una serie comica, e l’iperbole è un formidabile meccanismo comico.

Però, ora che siamo in pieno riflusso dell’emancipazione femminile, ora che io sono piena di coetanee incapaci di fare conversazione perché la loro principale preoccupazione non è essere interessanti ma essere magre (nessuna ha energie per tutto: se mi sbattessi quanto loro a entrare nei vestiti di quando avevo trent’anni, probabilmente anch’io lascerei vocali che nessuno ha voglia d’ascoltare), ora Carrie Bradshaw non sembra più un cartoon che fa cose assurde, ma una rappresentazione delle donne incapaci di crescere dalle quali siamo circondate.

E non solo Carrie Bradshaw: le altre non sono messe meglio. Tra le nuove di cui non ho imparato i nomi, abbiamo l’agente immobiliare che si addormenta con una guepière scomodissima perché deve videochiamarla uno che sta in non so che fuso orario, e la documentarista così tesa per il nuovo progetto che parla nel sonno ma, quando il marito dice che allora lui va a dormire nella stanza degli ospiti, panica come una sposina ventunenne, e tutta notte si lancia l’acqua in faccia per non addormentarsi e non disturbarlo. Ma sei scema? Ma veramente dici che i matrimoni in cui si dorme in stanze separate sono matrimoni finiti? Come se invece che una ricca newyorkese del 2025 fossi una lucana del 1935?

La domanda che mi sono fatta mentre guardavo le puntate e mandavo messaggi indignati ad amici ovviamente gay, il vero pubblico della serie («C’è Carrie che va in giro col reggiseno nero sotto al tulle rosa» «Oddio, io forse non le guardo»), la domanda è: a chi parla, oggi, questa roba che dovrebbe essere invecchiata assieme a noi ma noi siamo invecchiate e loro non sono cresciute?

A un certo punto Miranda rimorchia una tizia, il cui segreto mi è stato vietato di svelare nella mail che accompagnava le puntate. È una scemenza, ma la Hbo lo considera un plot point (nientemeno) da non bruciare. Tuttavia il segreto è un affare minore rispetto al fatto che, nei giorni successivi, costei dà a Miranda appuntamento a Times Square, e Carrie inorridisce, e dice all’amica che la cosa davvero grave è che sia andata a letto con una turista.

Ma le turiste da Times Square (per chi non è pratico: una zona che sta a Manhattan come via del Corso sta a Roma e via Torino a Milano) sono esattamente il pubblico da “Sex and the city”. Quelle che fanno il tour col pullman per vedere il portone di casa di Carrie, quelle che vanno con le visite guidate alla Magnolia Bakery, una pasticceria alla quale nessuno con un po’ di uso di mondo si avvicinerebbe (a parte che New York in questi trent’anni è diventata, come ormai ogni città con un aeroporto, una gigantesca Disneyland per turisti, e posti non sputtanati ne restano davvero pochi).

Di recente sul New York Magazine c’era Matthew Broderick – marito di Sarah Jessica Parker e vecchia guardia teatrale – che dava consigli su dove mangiare dopo teatro. Sarò di nuovo didascalica, ma per capire il suo discorso occorre sapere che i teatri della cosiddetta Broadway non sono tutti sulla strada chiamata Broadway, ma sparsi ai lati di Times Square, nelle strade che incrociano la piazza. Quindi, se sei andato a vedere George Clooney (sulla Broadway, tra la cinquantesima e la cinquantunesima), è un conto. Se sei andato a vedere “Glengarry Glen Ross” (quarantasettesima, tra la sesta e la settima avenue), è un altro.

«Dipende da dove sei stato a teatro. Mica vorrai attraversare Times Square», dice Broderick posso solo immaginare con che sprezzo nella voce, procedendo quindi a consigliare il Café Un Deux Trois se si è stati a teatro in una traversa a est della settima avenue, e da Orso se invece lo spettacolo che abbiamo visto era in una traversa a ovest.

Lo spazio in cui il NYMag ospitava questi consigli era intitolato “How to be a New Yorker”, e temo che il problema sia tutto lì. La prima volta che sono stata a New York, nella seconda metà degli anni Ottanta, mia zia mi portò a far colazione dentro la Trump Tower, che all’epoca era il simbolo del benessere economico che faceva colpo sulle provinciali. Se qualcuno ci avesse detto che nessun vero newyorkese sarebbe mai andato a far colazione lì, non avremmo capito l’obiezione: non era ancora nato quel genere di turismo complessato che aborre l’idea d’essere percepito come turismo: nessuna si dichiarava pretenziosamente «viaggiatrice», nessuna si percepiva Chatwin perché sapeva che bisognava andare nelle zone fighette e non in quelle con gli alberghi delle grandi catene.

Poi ci siamo state noialtre per cui nacque “Sex and the city”, noi provinciali tra i venti e i trent’anni che negli anni Novanta andavamo a New York con la pretesa di sembrare di mondo (sarà mica un caso se la mia collezione preferita di Prada, nel 2004, si chiamava “La viaggiatrice”). Non saremmo mai entrate nella Trump Tower, non avremmo mai attraversato Times Square – anzi, ci tenevamo proprio alla larga da quella zona lì, che fingendoci del posto chiamavamo, come gli indigeni, “midtown”.

La prima categoria – i turisti per cui essere tali non è un problema d’indegnità sociale – credo esista ancora, e credo sia il pubblico di “Sex and city”, quello che lo accoglie in maniera letterale. Vanno a New York coi viaggi organizzati, dormono a Times Square, si fanno lietamente portare in visita agli osservatori dai quali instagrammano i tetti dei grattacieli e alla Magnolia Bakery dalla quale instagrammano le cupcake. Sono uguali – sebbene al contrario – alla turista americana indignata perché a Palermo non c’è Starbucks: vogliono dal turismo esattamente ciò che si aspettano e che già conoscono, a mezzo esperienza personale o fruizione televisiva.

La seconda categoria, quella dei nostri complessi giovanili, sospetto sia scomparsa. Se a una trentenne di oggi capitasse in mano la copia del New York in cui Broderick le dice che se attraversa Times Square non è una vera newyorkese, quella – invece di vergognarsi e non uscire mai più da Soho come avremmo fatto noi – farebbe una tirata alla telecamera del telefono sul tentativo di «invalidare la sua esperienza» («invalidare» va tra le parole tornasole di cui dicevo l’altro giorno: nessuno che valesse la pena ascoltare l’ha mai usata).

Quindi a chi parla, oggi, “And just like that”? Alle vere newyorkesi no, primo perché quelle la tv non l’hanno mai guardata e la sera escono, e secondo perché per i veri newyorkesi è un incubo la serie che gli gira le scene sotto casa portando ancora più casino e turismo di massa.

A quelli che vanno a Times Square no, perché gli dice che li schifa, e il pubblico d’oggi è permalosissimo. Chi resta, se togli da davanti al televisore chi ha troppo uso di mondo e chi non ne ha abbastanza?

Restano le aspiranti qualcosa, com’eravamo noi alla loro età. Ammesso ne esistano ancora, nell’epoca in cui tutti millantano sindrome dell’impostore essendo in realtà perfettissimi mitomani, sentendosi di successo a ogni like, protagonisti a ogni condivisione social, e convinti d’aver molto da insegnare a questi della tv. Se anche loro non stanno davanti alla tv perché sono convinte di saperla troppo lunga, per chi avrà fatto la fatica, Carrie, di dormire con scomodi babydoll e gli occhi truccati?

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