Introspezione lessicaleLa battaglia contro il conformismo delle parole è una vittoria sugli idioti di questo tempo

In “Dizionario politicamente (s)corretto”, Filippo Facci spiega perché la cultura woke è un ostacolo alla libertà di pensiero, perché se certe cose non si possono dire diventa impossibile anche pensarle

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Questo Dizionario si rivolge a ignoranti di una certa levatura culturale: non si può passare la vita a fare pedagogia a favore di una raccapricciante massa di idioti che tanto lo rimarrà, occorre tornare a volersi bene e quindi piantarla con la sceneggiata della cultura. Non questa cultura: “la” cultura, tutta, intesa, per cominciare, come eccedenza ingombrante del nostro indice encefalico rispetto a quel terzo del cervello che ci basterebbe per soddisfare i bisogni primari, tra i quali la cultura non c’è. Poi ci torneremo.

Prima devo proseguire questa Premessa che sto scrivendo solo per fare un favore all’editore, e, dunque, prima di mettere mano alla pistola, dovrei spiegare che «i tempi cambiano sempre più velocemente» e lasciar scivolare la teoria del ritardo culturale di William Ogburn, secondo la quale ci sono delle parti della società che si adattano meno velocemente ai cambiamenti. Quindi eccomi qui, ci sono io che li spiego, c’è un Dizionario, traduco le parole, e pazienza se, per farlo, devo vincere lo schifo che ogni parola si porta dietro.

Perché vedete, non guarda veramente dentro le cose chi non guarda dentro le parole: e chi guarda dentro le parole è condannato a combatterle, deve misurarsi col proprio spirito autocritico e con l’ossessione metalinguistica che, in ciascun senso della parola, vede la stanchezza di un senso potenzialmente diverso. Non è solo il woke e compagnia bella. È che voi, anche ora, leggete e magari vi pare tutto scorrevole, o magari no, ma ogni virgola rappresenta una mia vittoria sulla parte di me stesso che vorrebbe spostarla. Di queste macerazioni, voi, non sapete nulla. Voi ignorate il calcolo snervante e spietato che si cela dietro la scrittura (questa, nel caso) e soprattutto ignorate il prezzo che comporta il renderla come vi appare. È un prezzo che mi sono rotto il cazzo di pagare. Tanto gli idioti rimarranno idioti. Non vale la pena. Lo sforzo di scrivere in maniera chiara e acuta comporta il rischio di essere considerati piatti, perché in questo caso il leggere non implica o quasi nessuno sforzo; scrivere in maniera oscura e ottusa, invece, comporta uno sforzo di lettura, ma spesso va a finire che il lettore attribuisce allo scrittore la gioia datagli dalla sua dedizione. È un altro primato degli idioti. È un altro primato di migliaia di parole sempre più stupide, incomprensibili e faticose che, pure quelle, cambiano sempre più velocemente.

Gli idioti sono gli altri, gli idioti sono tanti, gli idioti hanno un palmarès da paura. Gli idioti sono quelli che pensano, per esempio, che lo sviluppo della tecnologia e della cultura si accompagni anche a uno sviluppo etico: non è vero, perché lo sviluppo della tecnologia è cumulativo (ogni scoperta si aggiunge al patrimonio di conoscenze precedenti) mentre lo sviluppo etico non è cumulativo per niente. Lo spiegò bene l’economista Carlo Maria Cipolla, e siamo alla seconda citazione: «Non è che uno diventi necessariamente migliore di suo padre e di suo nonno, in fondo cominciamo sempre da capo. Il migliore dei nostri non è detto che sia eticamente migliore di un greco dell’epoca di Aristotele».

E siamo, anche, al primo totem che l’uomo moderno fatica ad accettare: il dettaglio che l’ultima fase dell’età della pietra risale solo a cinquantamila anni fa, e che, da allora, abbiamo fatto in tempo a evolverci solo in termini tecnologici e culturali, ma la nostra intelligenza, quella innata, è rimasta la stessa. La nostra epoca, woke e anche no, si sente al vertice della civilizzazione, ovvio, ma se ne sentivano al vertice anche gli Aztechi coi loro sacrifici, i Romani coi loro circhi, i cristiani con le loro inquisizioni, gli anglosassoni che ingabbiavano i negri e i freaks, ovviamente i nazisti-comunisti coi loro stermini e i loro esperimenti. Il nostro cervello è identico al loro. Se catapultassimo un bambino del tardo Paleolitico e lo portassimo al nostro tempo, crescendolo in quest’epoca, avrebbe le stesse possibilità di laurearsi all’Indiana University di un contemporaneo; il nostro moderno software, il nostro presunto progresso, compreso quello culturale e woke che vorrebbe cancellare le tracce precedenti, sta funzionando con un vetusto hardware (cervello, computer) che è stato aggiornato l’ultima volta cinquantamila anni fa, ripeto. L’Evoluzione ha i suoi tempi, se ne fotte dei nostri presunti avanzamenti sociali: biologicamente restiamo quella cosa lì. Sto decantando l’Homo homini lupus. Forse riuscirei meglio se lo decantassi citando i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, laddove scrisse che l’espressione dovrebbe trovarsi «in una più vasta formula dovuta agli ecclesiastici medioevali: Homo homini lupus, foemina foeminae lupior, sacerdos sacerdoti lupissimus», ossia: l’uomo è un lupo con l’uomo, la donna è ancora più lupo con la donna, il prete è il più lupo di tutti con il prete. Siamo alla terza citazione, e mi sto vergognando come un ladro. È colpa degli idioti che tengono ancora in ostaggio un angoletto della mia mente, da qualche parte è celata la remota velleità di farmi capire anche da loro. Ciò fa di me un idiota.

E io non li voglio gli idioti, meglio: non voglio quelli che io penso che siano gli idioti. Io non scrivo per loro. Ignoranti sì, ma di una certa levatura culturale. Al limite ritardati. Idioti no. Tanto nessuno potrà convincerli che sono idioti, e nessuno potrà convincerli che l’idiota non sia io.

Dizionario politicamente scorretto. Dalla cancel culture a Donald Trump - Filippo Facci - copertina

Tratto da “Dizionario politicamente (s)corretto. Dalla cancel culture a Donald Trump” (Liberilibri), di Filippo Facci, pp. 240, 18€

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