Il partito ombraI riformisti del Pd, e la scelta di contare ancora

L’apertura del Circolo Matteotti a Milano fa sperare che Quartapelle, Picierno, Gori e altri possano guidare una sinistra moderna e riformista, capace di aggregare le altre forze politiche europeiste e liberal, ma avranno bisogno di ancora più coraggio

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Qualcosa si muove, dalle parti dei riformisti del Partito democratico, il partito ombra, o meglio nell’ombra, interno al Pd, che avrebbe la potenzialità di essere maggioranza, ma sta ancora elaborando il lutto della sconfitta alle ormai lontane primarie di popolo (anche grillino), e non di iscritti, che hanno incoronato nel 2023 Elly Schlein.

Non a caso, questi piccoli segnali vengono non da Roma, ma da Milano, la città in cui il Terzo Polo fece il pieno alle ultime politiche, dissolvendosi poi per le note ragioni. A dare il là c’è Lia Quartapelle, che il 15 maggio con Pina Picierno, Giorgio Gori, Pier Maran e Simona Malpezzi avvia un Circolo, aperto a tutto il mondo non bipopulista, intitolato a Giacomo Matteotti.

Se la cosa prende piede, è la fine anche formale della leadership di Stefano Bonaccini, che ha finto, in questi anni, di occupare la presidenza Partito democratico per conto dei riformisti, ma ha fatto sempre il Presidente padre nobile super partes, salvo ogni tanto, sulle cose importanti, diventare una specie di vicesegretario della nuova capa del Nazareno. Un ruolo da secondo, già esercitato con Matteo Renzi, ai tempi della sua funzione di responsabile della campagna per le primarie vinte dal fiorentino

Nella vita di partito di tutti i giorni, l’emergente, ma purtroppo molto embedded, è da tempo Alessandro Alfieri, uno di pochi che viene dalla Margherita e che – temprato da battaglie vinte contro la Lega nel suo territorio di provenienza, Varese – ha sempre avuto coerenza e combattività attorno alla concezione di un Partito democratico ben diversa da quella dei due gruppi oggi forti al Nazareno, che sono i post Pds e quelli senza un passato, nati e cresciuti con l’Ulivo (non quello di Romano Prodi, ma quello di Arturo Parisi). Il problema è però che quell’area di cui è coordinatore, che alle primarie interne era ancora maggioranza, ora sembra svanita, penalizzata oltretutto dal quasi mutismo di Dario Franceschini, una delle poche teste pensanti della politica del Pd.

Il resto della corrente è andata avanti per «istinto di sopravvivenza», come ha scritto Francesco Cundari nella sua dolente lettera ai riformisti, spezzettata in singole personalità che divise non incidono. Antonio De Caro e Matteo Ricci, per esempio, condizionati dall’ipotesi di candidature alle regionali pugliesi e marchigiane, che possono essere vincenti solo in un partito armonico.

Con la conferma di un paradosso e cioè che, come alle Europee, i riformisti facciano vincere nelle urne il Pd guidato alla maniera dei centri sociali, del tutto diverso dai partiti europei più vicini. Alessandro Alfieri si è pertanto trovato molto spesso solo, talora in compagnia di un troppo istituzionale Lorenzo Guerini, e da solo, senza nessun altro, è stato eletto nella segreteria Schlein, stretto tra i Francesco Boccia, i Marco Furfaro e gli Igor Taruffi. Lo squillo milanese romperà ora la monotonia di una ex maggioranza rassegnata ad essere silenziosa?

Il passare dei mesi rende oltretutto più forte il pensiero unico ormai dominante tra i parlamentari di qualunque schieramento, e cioè il terrore che stare dalla parte sbagliata costi la candidatura fatta a tavolino per le prossime elezioni.

E così va avanti il paradosso che a incalzare una maggioranza di governo attaccabile ogni giorno per le sue contraddizioni, sia più apprezzato Matteo Renzi, l’odiato ex che ha patrocinato le carriere di molti di quegli stessi riformisti. Si è visto nel question time con Giorgia Meloni, con gli applausi convinti del Pd nei confronti del capo di Italia Viva e deboli con un vago Francesco Boccia.

E allora l’aria fresca di Milano potrebbe far bene e diventare vento più impetuoso a Roma, dove Elly Schlein sta accompagnando il partito alla peggiore brutta figura della sua segreteria, con il voto del referendum sul jobs act.

La segretaria ha lasciato libertà di voto ai riformisti, ma sembra una presa in giro, quasi un’offesa per la loro storia. La libertà di voto si lascia sui casi di coscienza, non su una scelta di contenuto così precisa come la politica del lavoro. Tanto più se si tratta di abolire un pezzo di storia del Pd riformista, rilanciando vecchi arnesi come l’articolo 18.

Maurizio Landini ha fatto una mossa autolesionista, ma comprensibile. Sa bene che la rottura sostanziale con la Cisl è un atto grave, che porterà l’organizzazione ora guidata da Daniela Fumarola ad avvicinarsi al governo, ma è almeno una scelta meditata.

Se una ex segretaria Cisl come Annamaria Furlan esce dal partito per andare in Italia Viva, questo dovrebbe essere motivo di riflessione per Elly Schlein, ma soprattutto per i riformisti del partito. Sia per ragioni di merito (il jobs act ha funzionato) sia per ragioni di prospettiva. C’è insomma qualcuno che non pensa solo al seggio garantito dall’attuale legge elettorale e forse nel 2025 una svolta si può ancora organizzare, prima che cada la tagliola elettorale.

Di fronte al cataclisma internazionale, già abbiamo un governo che non sa che pesci pigliare, e una Presidente del Consiglio che fa il tifo per il candidato rumeno anti Europa.

Il riformismo non può prendere atto passivamente che il principale partito d’opposizione continua a essere ipnotizzato da Giuseppe Conte, senza uno scatto, una impennata, una protesta. Riprendere il controllo del Nazareno e incidere davvero su una politica italiana non provinciale, e oggi tagliata fuori dall’Europa che conta, per guardare solo al grillismo senza Grillo, è possibile solo se si ha coraggio.

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