La notizia era nell’aria da un po’ di tempo, ma adesso il margine di attesa sembra essersi assottigliato in maniera forse irreversibile. La Lituania ha annunciato un investimento decennale per un valore che supera il miliardo di euro, finalizzato al rafforzamento dei confini che separano la piccola repubblica baltica da Russia e Belarus anche attraverso l’uso di mine antiuomo. Una linea sottile quella del fronte occidentale, lunga appena duecentoventisette chilometri, ma sufficiente a tenere alta la tensione a Vilnius nei confronti di Kaliningrad, capoluogo dell’omonima exclave agli ordini del Cremlino. È invece lunga quasi il doppio la frontiera con la Belarus, che dalle sponde del lago Druksiai, affacciate anche sulla Lettonia, scende in direzione Sud-Ovest fino a lambire il confine polacco.
Il progetto ha un nome altisonante, Vytauto Didžiojo, e ancora più profondo appare il significato che si trascina con sé: Vitoldo il Grande (questa la traduzione in italiano) è stato uno dei più grandi sovrani della Lituania del Quattrocento, capace di espandere il Granducato fino alla Bessarabia, alla Crimea e ai confini col territorio amministrato da Mosca. Lo stesso nome campeggia ancora oggi sul vessillo della 40esima brigata di artiglieria delle Forze Terrestri ucraine, con base nella regione di Mykolaïv. L’ottanta per cento della spesa prevista (circa ottocento milioni) verrà destinato all’acquisto e all’installazione di mine e altro materiale esplosivo, come affermato dalla ministra della Difesa, Dovilė Šakalienė.
Dopo il progetto congiunto delle Repubbliche Baltiche per la costruzione di una novella linea Maginot composta da bunker sotterranei, il confine con Mosca e Minsk si prepara a un nuovo, massiccio dispiego di armamenti. Il timore di Vilnius, del resto, traduce il perpetuo senso di esposizione al pericolo che contraddistingue le popolazioni del Nord che confinano con la Russia e che, negli anni dell’Unione Sovietica, hanno provato sulla propria pelle cosa significhi sottostare al giogo sovietico.
Termini e scenari di un passato che, però, mai come in questi ultimi anni è tornato prepotentemente attuale lungo le rive – e nelle acque – del Baltico. L’invasione su larga scala dell’Ucraina ha innescato una corsa agli armamenti senza precedenti da parte dei Paesi dell’Europa settentrionale: mentre il governo italiano promette pubblicamente di onorare l’impegno di aumentare le spese militari al due per cento del Pil, già lo scorso gennaio la Lituania aveva annunciato l’intenzione a innalzare le spese per la difesa fino a portarle al sei per cento del proprio prodotto interno entro il 2030. Investimenti futuri che servono a «bloccare o rallentare» i potenziali aggressori, spiega la ministra Šakalienė, presentando anche la possibilità di rinsaldare ulteriormente la Baltic Defence Line anche col potenziamento dei sistemi di guerra ibrida, infrastrutture anti-drone e l’implementazione dei sistemi di allerta.
«Sono lituano e dunque di parte, ma credo sia quello di cui abbiamo bisogno: la Russia spende già ora il nove per cento del Pil», aveva commentato così la notizia il Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, precisando inoltre che l’aspetto finanziario non può ridurre l’impegno sulla difesa per l’Europa. Uno dei segmenti di frontiera maggiormente a rischio è il corridoio Suwalki, un lembo di terra che unisce Lituania e Polonia: renderlo vulnerabile significherebbe non soltanto isolare i Paesi Baltici dal resto della Nato, ma infliggere un duro colpo anche all’Europa, violandone il suolo.
Dopo il grande allargamento che portò, nel 2004 Varsavia, Riga, Vilnius e Tallinn a entrare nell’Unione europea, quei confini nord-orientali sono diventati un’importante linea di demarcazione anche dello spazio Schengen, richiedendo ancora l’applicazione dei tradizionali controlli di frontiera che, anzi, si sono ulteriormente rafforzati all’indomani dell’invasione russa nel Donbas.
La paura di non rimanere spiazzati dagli sviluppi della guerra e, dunque, esposti a rischi potenzialmente maggiori, ha reso i Baltici spesso molto critici nei confronti dell’indecisione mostrata da Bruxelles. A febbraio la stessa Šakalienė aveva definito la difesa europea «non all’altezza della rapidità dell’industria militare russa», puntando il dito su quella che, ai suoi occhi, appariva come un’eccessiva cautela.
Giovedì 8 maggio il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, ha detto che «una pace senza difesa è un’illusione», sottolineando l’urgenza di «aumentare la sicurezza europea» rendendola più forte e avanzata dal punto di vista tecnologico. Una visione che trova il favore anche del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, volato negli stessi giorni proprio a Vilnius per il forum sull’Aerospazio di cui l’Italia è stato ospite d’onore. Un’occasione per rimarcare la centralità del dialogo intorno alla difesa unica, ponendo l’accento sulla necessità di unificare la filiera strategica europea così da renderla autonoma dai mercati esteri, evidenziando anche la prospettiva di avviare appalti congiunti a partire dall’industria aerospaziale.