
Nel nostro Paese la materia non è mai entrata nei programmi scolastici, il primo tentativo di introdurre lezioni di educazione sessuale risale al 1975. Da allora si contano almeno sedici proposte parlamentari. Tutte fallite. Quindi corsi e laboratori di educazione sessuale e all’affettività sono stati sempre proposti (da 1600 su 5300 scuole superiori, secondo la ricerca Sexuality Education in Italy del 2020 della Facoltà di Medicina dell’Università di Pisa, mentre non ci sono dati recenti su elementari e medie) come materia extracurricolare. E su iniziativa spontanea di docenti e dirigenti.
Da adesso, però, sarà un po’ più complicato: il ministro Giuseppe Valditara ha disposto che per avviare questi laboratori (da lui varati con il progetto “Educare nelle relazioni”, trenta ore all’anno di lezioni agli studenti delle superiori, per far prendere loro «coscienza dei propri atteggiamenti» e delle conseguenze, anche penali, che possono comportare) servirà il consenso dei genitori. Ma anche l’ok del collegio docenti e del consiglio di istituto circa i nomi dei professionisti esterni chiamati a tenere gli incontri. Passaggi che comporteranno discussioni e lungaggini, oltre alla necessità di avviare percorsi alternativi per i figli dei genitori contrari a questa occasione formativa.
Non è una questione da poco: in un Paese dove, secondo l’ultimo report del ministero dell’Interno divulgato a metà del 2024, si compiono in media sedici reati sessuali al giorno e dove, da gennaio ad aprile di quest’anno, sono già dodici le donne uccise da ex, fidanzati, compagni o mariti, educare alla relazione, al consenso, al rispetto e alla sessualità dovrebbe essere una priorità. Il rischio? Che le uniche possibilità per i ragazzi di informarsi rimangano “Sex Education”, la serie nata su Netflix nel 2019 (vista da cinquantacinque milioni di spettatori) o, peggio, la pornografia, alla quale qualsiasi ragazzino oggi può accedere con estrema facilità. Ecco perché, in questi giorni, il dibattito tra pedagogisti, associazioni, famiglie e docenti è molto acceso. Ma qual è la situazione nel resto d’Europa?
Prima la Svezia
Nelle scuole svedesi, manco a dirlo, l’Educazione sessuale è materia curricolare fin dal 1955. Sarà anche per questo che – come sostiene Flavia Restivo nel suo libro “Gli svedesi lo fanno meglio” (Rizzoli) – ragazzi e ragazze crescono aperti a una sana cultura sessuoaffettiva.
Un’educazione che, quando i bambini crescono, non ha solo ricadute positive nella qualità delle relazioni sentimentali, ma anche in un’equa divisione dei compiti di cura e nelle pari opportunità sul lavoro. Succede perché fin dalle elementari l’argomento viene affrontato non solo dal punto di vista biologico e riproduttivo (come Valditara chiede che avvenga alla primaria) ma soprattutto da quello affettivo e relazionale, secondo un approccio che la maggior parte degli esperti oggi considera di primaria importanza. Negli ultimi anni, comunque, qualcosa è cambiato: se l’educazione sessuale resta facoltativa in Italia, Spagna, Croazia, Cipro, Polonia, Romania, Lituania e Bulgaria, la maggior parte dei Paesi dell’Unione europea ha accolto le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e, via via, l’educazione sessuale è entrata nei programmi scolastici di diciannove Paesi. Con alcune differenze sostanziali.
Un unico tema, tante strade diverse
In Slovacchia il corso si chiama “educazione al matrimonio e alla convivenza”, dunque mette in primo piano il matrimonio tradizionale e i valori della famiglia. Altri Stati membri, invece, come Austria, Germania, Belgio, Danimarca e Finlandia, si concentrano di più sulle questioni relative ai ruoli e agli stereotipi di genere. Dunque, a seconda dell’età degli alunni, affrontano con un linguaggio adeguato temi che vanno dal consenso reciproco, alle questioni Lgbt+, e alla sessualità sui media online. Chi tiene questi corsi? In Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Lettonia, Malta e Paesi Bassi sono gli stessi insegnanti che, su base volontaria, seguono un corso di formazione indicato dal ministero che però, spesso, si limita a fornire alcune linee guida e un elenco di libri sull’argomento. Solo in Finlandia, Estonia e Svezia l’educazione sessuale può essere fatta solo da insegnanti abilitati dopo un percorso di formazione biennale, mentre Repubblica Ceca e Francia offrono una formazione più breve.
Il ruolo delle famiglie e della politica
A complicare le cose però, in Italia come nel resto d’Europa, sono altri due fattori: l’orientamento culturale delle famiglie e quello dei governi. Ecco perché, per esempio, anche nei Paesi in cui l’educazione sessuale è curricolare – come Austria, Bulgaria, Irlanda e Slovacchia – i genitori hanno la facoltà di escluderne i figli.
In Polonia, poi, l’influenza ultracattolica e conservatrice ha alimentato una così radicale e diffusa opposizione da parte della popolazione che, in pratica, questi corsi sono offerti di rado. Ma anche rispetto a questi esempi, secondo l’ultimo Global Education Monitoring Report dell’Unesco, l’Italia è il Paese con più strada da fare. Specie considerando che il diritto all’educazione sessuale e affettiva, parte del diritto alla salute, rientra tra gli obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile stabiliti dall’Agenda 2030 come presupposto imprescindibile per la realizzazione di un pieno rispetto dei diritti umani e per l’uguaglianza di genere. Basteranno cinque anni per cambiare le cose?