
Vorrei violare la regola della brava elzevirista, che prevede ch’ella sviluppi uno straccio di ragionamento per arrivare poi a una conclusione che sarà la chiusa che i bravi lettori aspettavano dall’inizio. Vorrei anticipare la conclusione, pur consapevole dei rischi.
I rischi, che poi non sono rischi ma certezze, sono quelli che corre chiunque scriva qualcosa nel 2025, qualcosa che non sarà letto ma sarà spizzicato sui social, e sui social vige una sola grande verità: che nessuno mai ti sorprende.
È quindi già sapendo che, sotto il post social che presenterà i primi paragrafi di quest’articolo, ci saranno giovani smaniosi di spiegarmi che la mia conclusione, conclusione che ho anticipato dimodoch’essi non dovessero affaticarsi a leggere, che quella conclusione non è in lingua italiana, è quindi già sapendolo che io la lascio comunque qui.
Lo faccio perché sono così vecchia che dalle mie scuole medie sono passati quarant’anni, e sono quindi così libera dai voti ai temi, dai fogli protocollo piegati in due, dalle prof che pretendevano esprimessimo i nostri penzierini perbenino, seguissimo tutte le regolette più o meno fesse, scrivessimo «sé stesso» senz’accento, così emancipata da non avere paura né dei voti bassi né dei commenti di Instagram, da dire quel che mi urge dire nella lingua in cui va detto.
E quindi, prim’ancora di spiegarvi perché (che poi, se siete adulti che si muovono nel mondo senza i privilegi dei felici pochissimi, il perché lo sapete da soli, il perché lo vedete ogni giorno), eccomi qui a dirvi la cosa più importante che vi verrà detta quest’anno: statevene alla casa.
Non viaggiate, non uscite, non fate nessuna delle cose che vi hanno illuso servano ad aprirvi la mente (ma chi, ma quando): statevene alla casa.
Statevene alla casa contro il caldo, contro il turismo di massa, contro il trumpismo, contro le regole che valgono sempre e solo per gli altri, contro il successo, contro i prezzi senza senso e contro il più stupido concetto che esista, quello del tutto esaurito (in analfabetese: sold out).
Statevene alla casa invece di partecipare al premio Strega, perché altrimenti vi ritroverete a Benevento, qualunque cosa essa sia, a Benevento per raggiungere la quale dovrete prendere treni improbabili per andare in luoghi dimenticati da domineiddio e dall’alta velocità, e lì magari vi succederà pure che veniate cassati dalla dozzina senza entrare nella cinquina, e certo ci sarà Coletta che vi presenta con quel suo sublime italiano da ginnasiale smanioso, ma sempre a Benevento sarete, e io ogni anno guardo rapita la diretta con Mastella in prima fila e penso ma se io fossi andata fino a Benevento e poi m’avessero detto che miss Italia per me finisce lì, ma io mi sarei cosparsa di liquore per poi darmi fuoco, ma una volta che sei arrivata a Benevento come minimo ti devono fare imperatrice per ricompensarti, altro che quei quattro spicci che ti danno se vinci lo Strega, altro che dirti scusa abbiamo scherzato.
(Coletta a un certo punto, poco prima di lanciare un video che, giuro, ha definito «uno specchio filmico», ha detto al comitato o come si chiama dello Strega «so che siete stati anche a Caivano», e io ho pensato a quel vincitore di Strega che anni fa mi spiegò che bisogna scrivere solo in posti brutti altrimenti ci si distrae, ho pensato a Scott Fitzgerald e alle sue eterne villeggiature tra la Francia e l’Italia a scrocco dell’editore, ho pensato a Truman Capote se gli avessero detto «c’è da andare a Caivano», how do you spell Caivano, ho pensato a Tom Wolfe a Benevento, how do you spell Benevento, a Suni Agnelli a una di queste serate di specchi filmici nel paese reale, avrebbero chiamato la buoncostume, altro che ossigenarsi a Taranto, Taranto in confronto a Benevento è Mustique).
Statevene alla casa, altrimenti finirete come me, a litigare nelle carrozze silenzio con ventenni che giustamente mi trattano come io tratterei una centoduenne rompicoglioni, ventenni che sa il cielo perché abbiano preso un biglietto in carrozza silenzio visto che sono determinatissime a trascorrere il viaggio in videochiamata (ovviamente senza cuffie), ventenni che ti rispondono in toni da vaiassa che loro la regola la sanno, e la regola è che il «silenzio» nella dicitura «carrozza silenzio» decade se il treno è fermo, e sappiamo tutti che i treni stanno fermi assai più di quanto si muovano, e se il treno si ferma venti minuti in mezzo al nulla tu non solo arriverai in ritardo ma dovrai sentire anche venti minuti di videochiamata della vaiassa: così impari a non startene alla casa.
Statevene alla casa, altrimenti Trump si chiederà perché non abbiate i social, e questa è forse la notizia che mi abbia fatta più ridere questa settimana. Nella stessa giornata in cui Gianluca Nicoletti scriveva sulla Stampa che bisogna togliere i social ai vecchi, Christiane Amanpour e il suo ex marito James Rubin, nel podcast che fanno insieme, raccontavano che Trump ha dato ordine che, se chi fa richiesta d’un visto studentesco per un’università americana non ha una forte presenza social, si sospetti immediatamente di questo bislacco giovanotto.
Rubin commenta stravolto che insomma, si sospetta del ventenne riservato, e lo dice come se credesse all’esistenza di questa categoria, come se esistessero individui con un qualsivoglia senso della privacy all’interno d’una generazione che vuol far sentire i cazzi propri a tutta la carrozza silenzio. Rubin pensa che non ci sia niente di sospetto in chi rientra nella casistica sospettabile secondo Trump – ventenni che i social li rendono visitabili solo da quelli che conoscono, ventenni che postano poco – e io non so come dirgli che in effetti essi sono un’anomalia del sistema.
Anche se è ovvio che la direttiva non è stata impartita per quello. È che, da quando si è sparsa la voce che i doganieri (in analfabetese: l’immigration) quando arrivi in un aeroporto americano controllano sui tuoi social se fai propaganda sgradita a Trump, coloro che pensano che viaggiare apra la mente e sono perciò disposti a pagare un due stelle cinquecento dollari a notte, essi si sono sentiti furbissimi e hanno iniziato a ripulire i propri social dalle contumelie riservate al governo statunitense. Quando si parla di «debole presenza social» non si parla della creatura di fantasia che è il ventenne riservato, ma di quella realmente esistente del turista che si sente sveglissimo a togliere dai social tutto ciò che è compromettente e lasciare solo foto di spritz e tramonti.
Se esistesse davvero, il ventenne che posta poco e non ha bisogno di ricordare continuamente al mondo che esiste, se esistesse davvero e io fossi un doganiere americano, lo accoglierei come un eroe, anche perché quel ventenne lì starebbe zitto in carrozza silenzio, quel ventenne lì migliorerebbe la qualità della vita di chiunque si ostini a non starsene alla casa.
Dice Coletta che bisogna «riabilitare pezzi valoriali della nostra storia», che non so cosa voglia dire (probabilmente niente), secondo me bisogna riabilitare solo l’aria condizionata, che in certi ristoranti ancora non accendono perché tecnicamente è primavera e pazienza se c’è la temperatura di luglio. Ristoranti dove ti faranno pagare quattro euro il cestino del pane perché la gente vuole percepirsi viaggiatrice, ed è disposta a qualunque follia economica pur di non starsene alla casa.
Bisogna starsene alla casa dove l’aria condizionata te la gestisci tu, alle videochiamate degli altri puoi non assistere, bisogna starsene alla casa dove non accade di cenare con bambini urlanti e avventrici che ci tengono a far sapere che loro sono moderne e, se protesti, ti dicono severe che i bambini sono il futuro (quella di «I believe the children are our future» non ha fatto una bellissima fine). Bisogna starsene alla casa invece di andare nei treni, negli alberghi, nei ristoranti, e soprattutto ai concerti.
Ho i social pieni di avvincentissime polemiche sulla tal cantante che per riempire uno stadio ha dovuto regalare i biglietti, il talaltro cantante che ha dovuto ripiegare su locali da quindici posti perché le prevendite hanno mostrato che sarebbero andati a vederlo solo i parenti, i fan che hanno comprato i biglietti a prezzo pieno e protestano, il termine “sold out” usato come se significasse chissà che eccezionalità in un’epoca, quella postpandemica, in cui la gente vuole solo affollarsi, sudarsi addosso, autoscattarsi in luoghi pieni di orrenda umanità accaldata, e finché hanno vent’anni passi, ma voi adulti che scuse avete per non starvene alla casa?