
Quando nove anni fa ho cominciato a scrivere, da solo, che Donald Trump era il primo presidente antiamericano degli Stati Uniti e la più grande catastrofe mai capitata all’America dai tempi dell’11 settembre intendevo esattamente quello che sta succedendo in queste settimane. Non era una previsione affrettata né esagerata, per sostenerla non serviva nemmeno una particolare predisposizione alla sospensione dell’incredulità. Semplicemente bastava ascoltare Trump, e prendere sul serio le cose che diceva.
Il Trump della fragorosa débâcle in Alaska non viene dal nulla, arriva alla Casa Bianca la prima volta grazie anche all’aiutino dei servizi segreti russi, e la seconda volta dopo averla fatta franca nonostante avesse organizzato un colpo di stato tentando di truccare i risultati elettorali del 2020 e poi, il 6 gennaio 2021, incitando i suoi seguaci ad assaltare il Congresso che si apprestava a ratificare la sua sconfitta.
In quei giorni morirono cinque persone, e la democrazia americana cominciò a non sentirsi più bene, anche per responsabilità indiretta dell’Amministrazione Biden che in ossequio al politicamente corretto scelse di non incriminare il mandante del colpo di stato fallito per evitare di esacerbare ulteriormente gli animi, nell’illusione che la sconfitta elettorale di Trump avesse definitivamente chiuso la sua traiettoria politica. Come è noto, non è andata così.
Oggi l’America è l’ombra di sé stessa, è diventata la caricatura che ne facevano i professionisti dell’antiamericanismo di sinistra e di destra, i comunisti e i fascisti, un paese che smantella il geniale reticolo di istituzioni multilaterali e di alleanze internazionali con cui ha garantito pace e prosperità a mezzo mondo e che piccona la globalizzazione dei mezzi di produzione e dei commerci di beni con cui ha tirato fuori dalla povertà estrema l’altra metà del pianeta.
Non solo. Trump dispiega l’esercito nelle città americane e organizza raid di immigrati da spedire nei lager di repubbliche delle banane centroamericane; intasca personalmente miliardi di dollari sfruttando ad arte il ruolo di presidente; minaccia, mortifica e umilia le università, i media, gli studi legali, la comunità scientifica e gli istituti indipendenti che misurano l’andamento dell’economia americana; taglieggia alcune aziende imponendogli il pizzo; respinge gli studenti stranieri che ricercano la felicità nel sogno americano; ridicolizza le agenzie di intelligence, e sfascia le strutture di sicurezza nazionale volte a prevenire gli attacchi ibridi alla democrazia americana; nomina peracottari di varia natura e golpisti del 6 gennaio nei posti chiave dell’apparato investigativo e di giustizia del paese; trasforma le corti federali in curve di tifosi Maga; cancella la copertura sanitaria a milioni di cittadini poco abbienti; indebita le prossime generazioni per pagare i tagli fiscali ai suoi amici milionari; ridisegna la mappa elettorale dei collegi della Camera per manipolare le prossime elezioni del Congresso; indebolisce l’Alleanza atlantica e la difesa dell’Europa; sabota i tradizionali alleati dell’Unione europea; dichiara guerra commerciale a tutti i paesi amici e a nessun avversario; ferma, ritarda e blocca gli aiuti militari a un paese democratico che da solo difende l’Occidente; si fa infinocchiare dal primo uomo forte che gli capita a tiro, da Putin a Lukashenko, da Xi Jinping a Kim Jong-un; riceve con tutti gli onori in Alaska il principale agente del caos globale, lo applaude, si inchina, e non batte ciglio se il ministro degli esteri russo si presenta al vertice con la maglietta dell’Urss, come se Franklin Delano Roosevelt anziché programmare lo sbarco in Normandia avesse ricevuto col tappeto rosso a Boston un Adolf Hitler accompagnato dal ministro degli Esteri Joachim von Ribbentrop in maglietta con la scritta Terzo Reich.
Questa è l’America di oggi: un paese guidato da un mitomane e artista della truffa, ignorante come un grillino della prima ora, arrogante, violento e bugiardo, senza scrupoli e senza nessuna ideologia, se non quella della maggior gloria del marchio Trump.
Il presidente antiamericano degli Stati Uniti è questo, oppure è soltanto scemo, ma a livelli da Nobel, un riconoscimento che certamente meriterebbe. Oppure è sia l’uno sia l’altro, sia un truffatore sia un imbecille, senza escludere del tutto che sia anche ricattato da Putin o addirittura un asset dei servizi di informazione russi. Se fosse una marionetta russa perlomeno ci sarebbe una spiegazione plausibile alla sua precisa azione di demolizione della democrazia americana e dell’alleanza occidentale, a vantaggio dei despoti e dei nemici della società aperta.
Quel che resta del mondo libero può fare poco di fronte a un personaggio di questo tipo che ha tutte le leve del potere in mano, ma quel poco va fatto adesso, subito. L’osceno vertice in Alaska perlomeno ha avuto il merito di far scattare qualcosa tra i leader occidentali più avvertiti del pericolo che stiamo vivendo con Trump alla Casa Bianca: uno che, come aveva previsto Kamala Harris nel dibattito presidenziale dell’anno scorso, sarebbe stato mangiato a colazione e in un solo boccone da Putin. Il risveglio europeo non è merito di Trump e non è nemmeno merito dei leader europei, è la conseguenza dell’arroganza di Putin, talmente spropositata da fargli perdere l’occasione di vincere senza strafare.
Così, all’annuncio dell’incontro di oggi a Washington tra Trump e Zelensky per discutere delle condizioni di resa dell’Ucraina richieste da Putin, i leader di Francia, Gran Bretagna, Germania, cui si è aggiunta con coraggio e saggezza anche Giorgia Meloni, oltre al presidente della Finlandia, al segretario generale della Nato e alla presidente della commissione Ue, hanno deciso di scortare Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale per evitare un altro agguato trumpiano al leader ucraino del mondo libero, e per dimostrare che l’Europa c’è, esiste, ed è disposta a farsi carico della difesa ucraina.
Non è poco, anzi è moltissimo, ma serve ancora di più, serve intensificare la pressione politica, aumentare la capacità bellica europea da mettere a disposizione di Kyjiv per fermare l’invasore alle porte dell’Europa orientale, e serve accelerare la procedura di adesione dell’Ucraina all’Unione europea e, se è il caso, anche cacciare il piccolo despota di Budapest Viktor Orbán che cura gli interessi di Mosca a Bruxelles.
L’emergenza c’è, gli strumenti politici ci sono, la forza militare della Nato è preponderante, la consapevolezza del pericolo finalmente si è diffusa grazie alla protervia di Putin e all’inadeguatezza di Trump. Ora bisogna agire, senza perdere tempo sui dettagli delle condizioni di resa dettate dai russi, che come sanno tutti tranne Trump e i suoi sono da rigettare in toto e servono a Putin soltanto per guadagnare tempo, riorganizzarsi e lanciare nuovi attacchi.
Non esiste una soluzione diplomatica della guerra russa all’Ucraina, perché uno dei due contendenti, quello che l’ha cominciata e non ha nessuna intenzione di terminarla, vuole la capitolazione della statualità ucraina e la pace eterna per la cultura e l’identità di un popolo che non reputa degno di una vita autonoma.
L’unica soluzione giusta della guerra di aggressione all’Ucraina è il ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino. Solo con un’umiliante sconfitta politica e militare di Putin si potrà ottenere questo risultato. Sappiamo perfettamente per chi lavora Trump, e conosciamo la sua inaffidabilità cosmica sull’argomento, proprio per questo i leader europei sono andati alla Casa Bianca con Zelensky per spiegare fisicamente sia a Mosca sia a Washington che il mondo libero non si è rassegnato alla capitolazione negoziata dai due compari.