Secondo diversi parlamentari Pd, mercoledì prima al Senato e poi alla Camera Giorgia Meloni «ha stravinto 6-0 6-0», come ci ha detto un senatore navigato del Partito democratico. A Montecitorio non c’è stato nessun vero duello: la premier è andata giù pesante, la segretaria del Pd ha detto le sue cose un po’ incassando. Dopo il clamoroso exploit olandese sull’«allarme democratico quando governa la destra», Elly Schlein ha sentito il rumoroso e imbarazzato silenzio attorno a sé.
Non è un momento facile, per lei. Bisogna reagire. È questo l’assillo dei fedelissimi della segreteria. Che fare? Bisogna innanzitutto riprendere le redini della maggioranza che l’ha sostenuta al congresso nei circoli (dove peraltro era stata battuta da Stefano Bonaccini) perché lamentazioni e mormorii provenienti dall’area di Dario Franceschini e soprattutto da quella della sinistra interna (Andrea Orlando, Roberto Speranza, Peppe Provenzano) sono all’ordine del giorno.
Chiedono alla leader una più chiara caratterizzazione del partito, nel senso – per intenderci – diametralmente opposto a ciò che reclamano i riformisti di governo (oggi a Milano il convegno “Crescere”), e dunque un profilo più identitario sulla battaglia sociale ma anche sull’Europa (no al riarmo, forti dubbi su Ursula von der Leyen, Palestina e molta meno Ucraina). Inizialmente, avrebbe dovuto essere un appuntamento critico verso la segretaria. La quale, intuendo l’antifona, ha pensato di non subirlo ma di farlo proprio, partecipando in prima persona.
Sara dunque un’iniziativa articolata, forse di tre giorni, in Toscana (si sta valutando Montepulciano), dopo le regionali in Veneto, Puglia e Toscana: un’occasione per Schlein di stringere i bulloni della sua maggioranza, nella cui orbita grava ormai anche Bonaccini, prima della fatidica e sempre rinviata riunione della Direzione. Elly pensa dunque di arrivare forte a quell’appuntamento blindando la maggioranza congressuale e dopo aver vinto in Puglia e Campania con Antonio Decaro e Roberto Fico, anche se negli ultimi giorni al Nazareno sono arrivati sondaggi non buoni.
Fico non piace a molti elettori dem, Vincenzo De Luca fa il bello e il cattivo tempo e alcuni pezzi importanti, portatori di migliaia di voti, sono passati dal centrosinistra a Forza Italia. Il campo largo resta favorito. Una sconfitta provocherebbe effetti devastanti innanzitutto sul Pd (e certo anche su Giuseppe Conte, il “padrino” di Fico), ma anche una vittoria di misura non sarebbe un bel segnale per i leader del campo largo. Anche se tutto dovesse andare bene, alla fine il centrosinistra avrà confermato le sue tre Regioni e avrà mancato l’obiettivo di togliere l’unica regione contendibile, le Marche, alla destra. Per Meloni un ottimo risultato, per Schlein un po’ meno.
In questo quadro di sostanziale immobilità del quadro politico, i partiti studiano quale possa essere la legge elettorale migliore. Quello che sta emergendo negli ultimi giorni – lo ha scritto con chiarezza Emilia Patta sul Sole 24 ore – è che Antonio Tajani si sta mettendo di traverso al desiderio della premier di una legge che obblighi i poli a scrivere sulla scheda il nome del candidato premier. E questo perché secondo il leader di Forza Italia rappresenterebbe un enorme vantaggio per Fratelli d’Italia, che avrebbe il nome della leader sulla scheda elettorale.
Finora si è sempre pensato che a Elly Schlein il progetto di Meloni andasse benissimo perché verosimilmente la sfidante sarebbe lei, ma negli ultimi tempi c’è chi sta mettendo in conto la possibilità di una scesa in campo di Silvia Salis. Alle primarie, la sindaca di Genova potrebbe giovarsi proprio della stessa carta vincente che fu di Elly, e cioè il fatto di incarnare una novità. Non che Schlein si stia spaventando più di tanto, convinta che la forza del Pd sarà sufficiente a vincere nei gazebo. Sempre, però, che la maggioranza del partito faccia quadrato intorno a lei. Meglio rinsaldarla prima che sia troppo tardi.