
Grazie, Brexit. Sono abbastanza sicura che, se non ci fossi stata tu, non potrei raccontare la più avventurosa ora della mia vita recente, ma forse la più avventurosa ora della mia intera vita. Ti confesso, Brexit, che ti avevo sottovalutata.
Chiunque arrivi a Heathrow vede l’abituale divisione del controllo passaporti. Solo che, mentre a New York c’è tutti gli americani di qua e tutti gli altri di là, mentre a Milano c’è tutta la comunità europea di qua tutti gli altri di là, a Heathrow vale la regola di Mike Nichols: agli inglesi interessano solo le classi sociali.
«Tutti gli altri» è la fila alternativa a quella sulla quale ci sono tutte le bandierine dell’occidente ricco: gli inglesi ma anche gli statunitensi ma anche gli europei ma anche i coreani ma anche – se siete di paesi poveri, pussa via nell’altra fila.
Questa è la storia d’un giorno feriale in cui sono a Heathrow e scopro che no, il benessere economico non ti rende meno forestiero, chi se lo sarebbe mai aspettato dagli inglesi. Un giorno in cui sto tornando a casa perché ho una troppo alta considerazione di me per mescolarmi agli italiani cafoni che verranno a Londra per il ponte, e improvvisamente divento una che ha studiato.
Almeno, credo sia il paragone giusto, non posso esserne sicura non essendomi mai capitato, ma credo che quell’ora all’imbarco A19 somigli alla sensazione che provano gli allievi ciucci quando il prof interroga nell’unico giorno in cui hanno studiato: che clamorosa botta di culo, posso rilassarmi.
Arrivo all’imbarco e c’è fila, vado a vedere se c’è un libro che potrei voler comprare, non c’è, compro l’edizione inglese di Vogue con Gwyneth Paltrow in copertina, saranno almeno dieci anni, forse quindici, che non compravo una rivista patinata, mi sento giovane – ma sappiamo bene che non sempre hai l’aspetto che ti senti.
Quando si sono imbarcati tutti vado, passaporto, carta d’imbarco, grazie buon viaggio, mi dirigo verso il tunnel, e il tipo con le treccine che mi aveva controllato i documenti mi richiama. Aspetti, mi faccia rivedere il passaporto. Glielo ridò. Ma questa non è lei.
Potrei dirvi che ho pensato subito «Oddio che bello, sono finita in un “Mission: Impossible”», ma la verità è che no: ho pensato che la cosa si sarebbe risolta in cinque secondi, com’era successo l’unica altra volta che un doganiere m’aveva detto «ma lei è molto diversa da questa foto»: dicendogli «eh, sono ingrassata». Sono una grande tifosa del dire la verità: si fa assai meno fatica e, se come me sei distratta, non devi fare attenzione a non contraddirti.
Dopo un po’ che continuava a dire che non ero io, e a chiamare colleghi dicendo puoi venire, mi serve un secondo parere su un passaporto, ho pensato di facilitare la vita al signor treccine: vuole vedere anche la carta d’identità? Certo, penso, nella foto della carta d’identità sono un cesso a pedali, ma almeno mi sbrigo a prendere quest’aereo: mica penseranno abbia due documenti falsi.
Non gliel’avessi mai data: la guarda, e dice eh beh sì, qui è lei, sul passaporto no. Passo sopra al fatto che mi stia dicendo che somiglio alla foto in cui sono venuta peggio: il Nobel per la Pace mi attende, o almeno il premio Agostino per la continenza.
Strano, dico a lui e a quelli che nel frattempo ha convocato, perché la carta d’identità è ancora più vecchia, quindi sono ancora più ingrassata. No no, si affretta a rassicurarmi una donna del gruppo, evidentemente terrorizzata che faccia causa a re Carlo per fat shaming da parte dei suoi sudditi: sono i capelli.
Ora. Io sono paziente, specie quando mi stanno accusando di una cosa troppo folle per spaventarmi, cioè che il mio passaporto non sia il mio: non sono abbastanza studiosa di Kafka da temere che ciò mi faccia condurre via in ceppi, «tu non sei tu» è un interessante spunto per una puntata di “Black MIrror” ma non un’accusa che dia fuoco alla mia coda di paglia. Logan Roy avrebbe detto: I love you, but you’re not serious people. Io sono paziente, specie perché a quel punto ho già chiesto più volte, e più volte mi hanno assicurato che l’aereo mi aspetterà: sono paziente perché non devo temere che mi facciano perdere il volo e vogliano poi cavarsela mettendomi nell’Hilton dell’aeroporto invece che in un albergo di mio gradimento.
Io sono paziente, ma sono in aeroporto: ho caldo (ovviamente), e mi sono (ovviamente) pinzata i capelli in cima alla testa. Proprio come nella foto del passaporto. In quella della carta d’identità ho la piega appena fatta. È tutto opinabile, c’è un’unica verità incontrovertibile: non mi puoi dire che quella davanti a te ha capelli che somigliano a quelli della carta d’identità e non a quelli del passaporto.
O meglio, puoi. Puoi avere un così scarso spirito d’osservazione da non distinguere dei capelli sciolti e puliti da dei capelli sudati e legati: ma allora non ti mettere a fare l’investigatopo dei passaporti, stai nel tuo, passa lo scanner sulla carta d’imbarco e non rompere i coglioni.
Ma poi, penso alla quarta volta in cui mi dicono che è tutto diverso, i capelli, gli occhiali: voi avete l’autocertificazione di genere, se arrivo con la barba e vi dico che mi chiamo Maddalena va tutto bene, ma non posso cambiare montatura di occhiali? Una non vorrebbe prendervi per il culo, ma ce la costringete. Non lo dico, perché il premio Agostino non me l’hanno ancora consegnato e ci tengo ad aggiudicarmelo.
I convenuti investigatopi non si fanno convincere dai due documenti, e io mi domando quale sia l’ipotesi di reato. Che abbia un passaporto falso e una carta d’identità vera, ma con lo stesso nome e la stessa data di nascita? Che mi sia accorta all’ultimo che con la carta d’identità non mi avreste fatta entrare e quindi mi sia velocemente procurata un passaporto falso e già che c’ero ci abbia fatto mettere una foto in cui ero un po’ più gnocca? Che sia un’immigrata clandestina che viaggia in business? Che sia una terrorista che si farà saltare in aria assieme al suo cappotto di Prada?
«Capisco perché non ti convince», dice una all’investigatopo con le treccine, e io penso aggiunga «è perché sei scemo», e invece lei, altrettanto investigatopa, dice che è perché nella foto del passaporto ho il mento abbassato. E quello, percependosi in un film di Antonioni, mi chiede di abbassare il mento e m’inquadra con una mano mentre con l’altra regge il passaporto. Gli faccio presente che anni di autoscatti non gli hanno evidentemente insegnato che deve mettersi alla stessa altezza della macchinetta per le fototessera, o non otterrà la stessa angolazione.
Intanto è arrivato il caposcalo. Sfoglia il mio passaporto e dice «io non sono un esperto di passaporti, ma lei capirà perché non la riconosco in questa foto» «Perché non è neanche un esperto di foto?» «Beh non sono solo io» «Eh ma visto che io so che quella nella foto sono io possiamo concludere che nessuno di voi è granché fisionomista» «Ha una carta di credito?» «Ma quelle mica hanno la foto» «Però ha il nome». La mia faccia non somiglia alla mia foto, vediamo se il mio nome somiglia al mio nome.
Il non esperto di passaporti telefona ad altra gente ancora. Declama il numero del mio passaporto, ripete un paio di volte che è un documento italiano (veniamo ad arrubbarvi i lavori che gli inglesi non vogliono più fare: principesse tristi e rockstar), poi con aria severa mi dice di andarmi a sedere, coloro che devono decidere se io sono io arriveranno tra dieci minuti, i miei documenti intanto li tiene lui. In ostaggio! Come a una pericolosa criminale! Oddio quanta trama tutta assieme, che emozione.
Faccio in tempo a leggere un articolo su come le inglesi portano le ballerine di Chanel (in modo punk, o almeno così credono a Vogue) e a messaggiare una mia amica raccontandole che probabilmente mi tratterranno a terra, in quanto immigrata clandestina: è una nuova politica di controllo dei clandestini, quelli se ne vogliono andare e noi li teniamo qui a forza. L’amica mi risponde: tutte a te.
Mi chiedo quanti accidenti mi staranno tirando i passeggeri fermi a bordo dell’aereo da ormai tre quarti d’ora. Arrivano due tizi. Parlottano col caposcalo, poi vengono verso di me. Ha un altro documento? No, non ce l’ho un altro documento, sono già stata gentile a darvi la carta d’identità, al caposcalo ho fatto vedere pure la tessera sanitaria perché diceva che bastava avesse il mio nome, volete vedere i punti fragola?
A un certo punto, confesso, dico una cosa da vera mitomane: ma non mi potete cercare su Google? «Google non vale come documento d’identità», mi dicono i due con sussiego. Eh, ho capito, ma io di documenti d’identità ve ne ho dati due e non vi bastano.
Vede, mi spiega uno dei due, questa foto sul suo passaporto non dovrebbe essere stata autorizzata, perché infrange le regole per le foto dei documenti, ha un’ombra sulla faccia. Non rispondo come dovrei, chiedendo se l’ipotesi di reato sia cambiata da «foto non somigliante» a «foto non nei canoni». Dico invece: scusi, però questa cosa la deve dire alla questura della mia città, mica faccio i passaporti, io, di mestiere.
«È la prima volta che viene nel Regno Unito?» «No, e non è neppure la centesima» «Quand’è venuta l’ultima volta?» «Scusi, ma non avete questi dati in un qualche fascicolo? Cosa chiedete i documenti a fare sennò?» «E secondo lei perché glielo chiedo, ho già controllato». Oddio, mi fanno le domande trabocchetto come ai criminali veri, è bellissimo, finalmente nella mia piatta vita succedono quelle robe che vedo solo al cinema.
Quando gli dico che è bellissimo venire trattata come una criminale, lui mi risponde che se avessero voluto trattarmi come una criminale avrebbero fatto venire la polizia, invece loro sono dell’immigration, del border control, del sarcazzo. Ma l’immigration non dovrebbe preoccuparsi del tuo passaporto all’ingresso? Una volta che ti togli di torno, cosa gliene importa?
Non lo saprò mai, perché a quel punto vanno dal caposcalo e hanno le facce «ma certo che è lei, ma dai, ma su, ma chi vuoi che si faccia un passaporto falso a nome Guaia Sorcioni, ma lo sai quanto costa quel cappotto», quello si profonde in scuse, l’investigatopo con treccine invece non pare minimamente contrito per aver fatto perder tempo a tutti, mi affidano a un tizio che deve accompagnarmi sull’aereo, ma sull’ascensore di servizio scatta l’allarme e si blocca tutto. Giornatona, chissà cosa diceva l’oroscopo.
Salgo sull’aereo dove tutti quelli seduti da un’ora ad aspettare che si capisse se io ero io hanno probabilmente una bambolina a forma di me in cui infilare spilloni, e penso che è solo merito della Brexit – prima della quale loro erano meno paranoici rispetto ai forestieri, e io potevo viaggiare con la carta d’identità con foto adeguatamente cessa – se avrò un aneddoto da raccontare, la volta in cui Boris Johnson dovesse invitarmi a cena.