Questo è un articolo sul patriottismo, o forse è un articolo sui soldi, o forse è un articolo su quel fenomeno che la psichiatria chiama «falso ricordo». A febbraio, annuncia il produttore delle due serate, si registrano nuove puntate di “Taratatà”: condotte da Paolo Bonolis, andranno in onda su Mediaset.
Le madeleine sono tali solo se non ci avevi mai più pensato e quindi ti sorprendono, e quindi questo annuncio è tecnicamente un vagone di madeleine. È la me ventiseienne che prende il pendolino da Roma apposta perché a Bologna registrano “Taratatà”. Era un mondo peggiore, perché il pendolino ci metteva più tempo di quanto ce ne metta il frecciarossa ora, ma era un mondo migliore, perché i concerti non soffrivano di gigantismo e si facevano in un palasport poco fuori porta, a piazza Azzarita.
Adesso i concerti bolognesi si svolgono in un altro comune, devi procurarti un autista perché l’organizzazione bolognese dei trasporti lasciamo perdere, andare a un concerto a Bologna ti costa come andare a uno a Londra.
Io me la ricordo la me ventiseienne a occhioni sgranati cui dicono che c’è uno storico programma francese di musica dal vivo e Rai1 ne ha comprato i diritti e quindi i R.E.M. registreranno la loro puntata al Paladozza.
Non c’è consumo culturale della mia giovinezza che non abbia sopra le impronte unte di qualcuno cui l’avevo arrubbato. I R.E.M. a L., con cui avevo avuto dei commerci carnali al liceo, e che faceva quella che forse chiamava già una newsletter (che moderno!) sebbene fosse su carta. Su quella newsletter c’erano pezzettini di tutto quel che avrei deciso di farmi piacere: Francis Scott Fitzgerald, gli Smiths, i R.E.M. – praticamente erano le mie slide di Instagram, ma su carta.
Poi L. l’ho incrociato da adulti ed è un perfetto cretino, che è un’altra di quelle cose che non capisco mai da cosa dipendano: sono falsi ricordi, tutti quelli che a vent’anni ti sembravano geni del purissimo presente e poi a cinquanta li ritrovi e la loro idea di umorismo sono le risate a denti stretti della Settimana Enigmistica, o è che a quindici anni o a venti o a venticinque sei molto impressionabile, non hai visto ancora niente, ed è facilissimo sembrarti un genio?
Tra i miei diciotto e i miei ventisei anni i R.E.M. hanno inciso “Losing my religion” e “Electrolite”, “Man on the moon” e “At my most beautiful”, “Everybody hurts” e “Shiny happy people”, e io non voglio fare quella che dice com’era verde la via Gluck, quindi giuro che in questo momento le mie due personalità stanno litigando, e una dice «ti sembrano memorabili solo perché non uscivano centomila canzoni al giorno e non avevate altro, miserabili», e l’altra risponde «ma che cazzo dici, ma ce l’hai presente “Losing my religion”, dimmi una “Losing my religion” di questo decennio, dai», e tra un po’ si tirano i piatti. (Si riappacificheranno concordando che quell’incipit, «Life is bigger, is bigger than you», è una perfetta slide di Instagram cuoricinata da analfabeti con velleità spirituali). Però è vero che noi squarciagolavamo «if I ever want to fly, Mulholland Drive», e Mulholland Drive neanche sapevamo cosa fosse, neanche era ancora arrivato David Lynch, nella migliore delle ipotesi avevamo letto su qualche giornale che ci viveva Jack Nicholson, ma chi c’era mai stato, e questi hanno le canzoncine coi testi piccoli in cui rispecchiare il loro mondo piccolo e impazziscono per Taylor Swift perché canta proprio le vite loro col fidanzato che ti molla, tutto proprio com’è, taleqquale, senza senno di poi da capire solo quando cresci.
È vero che «Hollywood is under me: I’m Martin Sheen, I’m Steve McQueen, I’m Jimmy Dean» era un elenco di nomi che erano l’immaginario dei nostri genitori, mica il nostro, e oggi viviamo tutti nel terrore che se non gli parli coi riferimenti a lui coevi il ventenne si annoi e ti molli. (Sì, lo so che le parole delle canzoni si scrivono con le rime e non col senso, ma oggi nessun trentaequalcosenne citerebbe un attore morto prima che lui nascesse, anche perché oggi il trentaequalcosenne il nome dell’attore morto quarant’anni fa non l’ha mai sentito).
È vero pure che in “Vogue” di Madonna c’erano solo nomi defunti, forse l’unico ancora vivo era Marlon Brando, e neanche avevamo ChatGPT cui chiedere chi diavolo fosse Jean Harlow. Ma non volevo scrivere il trecentesimo articolo sulla differenza tra quando la giovinezza era una tensione alla crescita e adesso, che non vuol più crescere nessuno e i teoricamente adulti non vedono l’ora di accovacciarsi all’altezza dei piccoli.
Volevo invece capire quand’è successo che, a parte Taylor Swift e qualche altra lacrimevole, il pubblico giovane italiano abbia deciso di ascoltare gli italiani. Come sia possibile che li ascoltino di più adesso, che gli italiani sono Sferaebbasta o Emma Marrone, di quanto accadeva quando gli italiani erano Fossati o Dalla.
C’entrano i soldi, certo. Il “Taratatà” di Canale 5 costa meno perché Annalisa viene a farlo per meno di quanto ti costasse far venire i Blur o Sheryl Crow. E sì, lo so che anche al “Taratatà” della mia giovinezza erano più gli italiani, ma nessuno si ricorda di quelle registrazioni perché ci ha visto Vasco Rossi: Vasco Rossi lo vedevamo continuamente, volevamo affacciarci al mondo.
Com’è che questa generazione che ci raccontiamo cosmopolita non si vuole affacciare fuori dal proprio codice postale?
E: è finita prima la loro voglia o sono finiti prima i soldi? Ci sono stati anni, alcuni di noi erano abbastanza fortunati da essere vivi, in cui gli ospiti stranieri a Sanremo erano il dolce, e il concorso era la verdura che mangiavi per vedere a un certo punto Peter Gabriel o Madonna, Bruce Springsteen o Morrissey. Adesso l’ospite straniero giusto se c’è uno sponsor, tanto al pubblico giovane che inseguiamo con ridicolo patema importa solo che in gara ci siano Mengoni o Noemi. È che non c’è budget o è che il patriottismo non è iniziato con la Meloni ma con “Amici di Maria De Filippi”?
Ho un coetaneo che, ogni volta che scrivo che io ascoltavo Guccini e non i Nirvana, mi manda messaggi stravolti: ma com’è possibile, ma dove vivevi, ma li ascoltavamo tutti. Al netto del revisionismo autobiografico per cui è convinto di aver passato i vent’anni ad ascoltare Kurt e non Alanis, vorrei avvisarlo che i suoi figli somiglieranno a me, visto l’andazzo di quartiere che hanno preso i consumi musicali. Certo, però, ce lo voglio vedere un paroliere di oggi a scrivere “Signora Bovary”.
E ora scusate, devo andare a risentire “Lotus” fatta al “Taratatà” della mia giovinezza, quella canzone col trucco, quella canzone che mi pittava ventenne ma non me sarei accorta per trent’anni almeno: I was hell, sarcastic, silver, swell.